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    Song to song: Malick e l’arte del collage

    Ryan Gosling, Rooney Mara e Michael Fassbender stretti in un triangolo d’amore, musica ed esistenzialismo in Song to songo, nuovo film del maestro Terrence Malick. In sala dall’1o maggio.

    Il ritorno discusso di un maestro. Song to song, ottavo film di Terrence Malick, arriva sugli schermi italiani a pochi mesi dal precedente Knight of Cups, due film quasi paralleli per la versione cinematografica di un parto gemellare che sarà croce e delizia della platea cinefila, alimentando in egual misura – è facile credere – estasi e imbarazzi, vaglio critico e inevitabili discussioni. Il regista dell’Illinois arruola la solita schiera di celebrità pronte a mettersi al servizio di una creatività spontanea, involontaria, e di anno in anno sempre più selvatica. Stavolta si tratta di Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter e Val Kilmer, solo per citarne alcuni, a cui si aggiungono (visto il tema musicale in rigoroso sottofondo) rockstar come Patti Smith, Iggy Pop e Flea ed Anthony Kiedis dei Red Hot Chilli Peppers, e non si contino neanche Christian Bale e Benicio Del Toro che pur avendo partecipato alle riprese sono stati tagliati dal montaggio finale.

    La storia è quella di BV (Gosling), musicista in cerca del successo, che trova l’amore dell’aspirante cantautrice Faye (Mara) a sua volta legata al produttore Cook (Fassbender). Un triangolo amoroso imperfetto che si arricchirà di nuovi personaggi, la cameriera Rhonda (Portman), Amanda (Blanchett) e non solo, fino a formare un complesso mosaico che si staglia sullo sfondo di Austin e dei suoi infiniti festival musicali.

    Con Song to song Malick si cimenta ancora nell’arte del cinema-collage, mostrandoci una love story scomposta ed esistenzialista che sembra prendere forma in media res. Il punto di origine è la città, la sua irrequietezza musicale, i suoi artisti che brancolano e sgomitano nella speranza di afferrare i propri sogni, di trasformare l’aspirazione in realtà, magari senza perdere se stessi, senza smarrire il senso di ciò che si ha intorno. Ma se questa è la traccia il tema è svolto con l’audacia prevedibile, forse un po’ scontata, del Malick dell’ultima fase.

    Per un film che ha nella musica il suo centro la musica è stranamente assente, affiora ogni tanto nelle riprese girate direttamente ai festival, nel contributo anche pungente di alcuni tra i volti più scavati del rock (splendido il passaggio davanti alla telecamera di Patti Smith), per il resto gli strumenti compaiono qua e là, più come feticci che come motori immobili dell’azione. In fase di scrittura Malick predilige ancora una volta il ricorso sistematico alle voci off che cercano di intagliare una cornice narrativa che racchiuda un girato dove prevale invece la logica del canovaccio. Le parole sono poetiche, la sintonia con le belle immagini immortalate dalla fotografia di Emmanuel Lubezki è magistrale, ma la sensazione, più che altre volte, è che qualcosa non vada, che il circuito narrativo non si chiuda. Se il manto di parole sia un sudario funebre che avvolge il senso tradizionale della sceneggiatura hollywoodiana o se sia solo un velo pietoso steso per coprire una massa informe, lasciamo che siano gli appassionati a deciderlo. Certo è che la trama pare più diafana del solito, di un inafferrabile ai limiti dell’inconsistente.

    Di Song to song resta comunque la sequela impeccabile di istantanee, di suggestioni, da cui emana una narrativa di risulta che forse stavolta è inferiore alla somma delle sue parti. Resta il dubbio: Malick è un maestro di immagini che ha perso le parole? Forse è giusto che a rispondere siano le accademie perché l’ultima pellicola di questo regista, la cui grandezza è difficile da mettere in discussione, sembra più materia di studio che non un’opera fruibile da un pubblico di curiosi e appassionati. In attesa che ritorni il maestro della Rabbia Giovane e della Sottile Linea Rossa non resta che prendere, lasciare, dibattere.

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    Knight of Cups, delirio esistenziale

    Presentato al Festival di Berlino 2015, dal 9 novembre arriva nelle nostre sale Knight of Cups, il nuovo film di Terrence Malick che lascia più di una perplessità.

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    Un estenuante, mistico flusso di coscienza. Knight of Cups, ideale terzo capitolo della saga esistenzialista inaugurata da Terrence Malick con Tree of Life, Palma d’Oro a Cannes, e portata avanti con il meno fortunato To the Wonder, sbarca alla Berlinale, proprio dove il regista texano vinse l’Orso d’Oro nel 1999 con La sottile linea rossa. E’ uno dei film più attesi del concorso di questa edizione, ma la discesa agli inferi di una Los Angeles vuota e dissoluta, in cui viene scaraventato il protagonista di questa storia, lascia più di una perplessità.
    L’ennesimo viaggio di Malick tra i deliri di un’umanità alla ricerca di sé questa volta passa per Christian Bale, l’inquieto cavaliere di coppe del titolo, che interpreta Rick, uno sceneggiatore di successo diviso tra il volgare sottobosco dei party di Santa Monica, la malinconica coltre di una città decadente, le donne in cui cerca conforto, distrazione e sollievo, ed esasperanti monologhi interiori.
    Ma il viaggio che il protagonista intraprende nel tentativo di darsi delle risposte non è che una stanca riproposizione dei più classici clichè dell’ultimo cinema malickiano: le voci narranti fuori campo, la fisicità esplorata attraverso l’incontro dei corpi, lo stream of consciousness, le anime erranti, l’onnipresenza di madre natura.
    Un misticismo autocelebrativo che rende il film ridondante e ripetitivo, privo di slancio, vuoto come il personaggio attorno al quale è costruito, salvo toccare vette impensabili per impatto visivo: potente, elegante, composto, grazie alla raffinatezza di Emmanuel Lubezki, direttore della fotografia già in Tree of Life e To the Wonder, premio Oscar per Gravity e quest’anno in attesa di conquistare la sua seconda statuetta con la nomination per Birdman.
    Impossibile perdersi nella visione di un film pretenzioso, distante, freddo, che nulla aggiunge alla poetica di Malick, prigioniero ormai di se stesso e delle proprie ossessioni.

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    Grande Cinema su Rai 3

    Inizia domenica 9 giugno l’appuntamento di Rai 3 con il Grande cinema d’autore. Film italiani in prima visione tv, opere di autori internazionali, film premiati ai maggiori festival, registi esordienti e documentari d’autore. Una panoramica sul migliore cinema in circolazione che mescola generi e provenienze geografiche per una selezione di grande qualità.

    Sono convinto che il cinema sia importante anche in televisione – dice Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema – il servizio pubblico deve sapersi rivolgere ad ogni tipo di spettatore, anche a chi ama il cinema di qualità. E credo che sia proprio il pubblico della Terza Rete quello che più potrà gradire un’offerta di questo genere. La proposta di Rai3 contiene un’attenta e qualificata selezione di titoli d’autore che Rai Cinema, insieme ai produttori indipendenti, ha portato nei più rilevanti festival internazionali o di cui ha acquisito i diritti”.

    Domenica 9 giugno il ciclo inizia con il capolavoro di Terrence Malick, Palma d’oro a Cannes nel 2011, The Tree of Life, in onda in prima serata e per la prima volta in chiaro.
    È il primo di una serie di appuntamenti che presenterà tanti registi e autori italiani come Alessandro Angelini, Antonio Capuano, Roberta Torre, Alice Rohrwacher, Gianni Di Gregorio, Francesco Lagi, Daniele Vicari, Ascanio Celestini.
    Per proseguire con Bright Star di Jane Campion, Brothers di Jim Sheridan, Beyond di Pernilla August, Capitalism: a Love Story di Michael Moore, La classe di Laurence Cantet, Cronaca di una fuga di Adrian Caetano, Mammuth di Delepine e de Kervern, Nowhere Boy di Sam Taylor Wood, Precious di Lee Daniels, Ti amerò sempre di Philippe Claudel.

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