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    Creed – Nato per combattere: Di nuovo sul ring

    A 40 anni dal primo film torna in scena la Philadelphia dolente di Rocky. E lo fa con Creed, sequel e spin-off, interpretato da Sylvester Stallone e Michael B. Jordan. Alla regia Ryan Coogler. In sala dal 14 gennaio.

    3stelle

    Quaranta anni dopo è tempo di riaprire l’occhio della tigre. È tempo di stringere i lacci dei guantoni, di salire sul ring, magari dopo una corsa per le strade di Philadelphia. Si torna nel mondo di Rocky per la settima volta dal lontano 1976 e tutto sembra uguale anche se tutto è cambiato. A cominciare dal titolo del film, Creed, che non omaggia più il personaggio ideato e incarnato da Sylvester Stallone ma quello che era il suo storico avversario. E in effetti al centro del quadrato non c’è più Sly ma Michael B. Jordan, giovane astro in ascesa, che nella finzione del cinema interpreta Adonis, figlio naturale del campione Apollo Creed, in cerca della sua strada nel mondo.

    Cambia tutto anche in cabina di regia dove non troviamo né Stallone (che ha firmato quattro dei sei film precedenti), né John G. Avildsen (autore degli altri due tra cui lo storico primo episodio) ma Ryan Coogler, che si era fatto notare al Sundance Film Festival con Prossima fermata: Fruitvale Station e che qui si trova alle prese con il suo esordio nella Hollywood più mainstream.

    La parabola di Adonis Creed, figlio d’arte cresciuto nell’agiatezza dopo un’infanzia difficile, è molto diversa da quella di Rocky Balboa e di certo l’omaggio alla figura del loser che non si arrende non è più la forza trainante di questo film come lo era stata in quello del 1976, un traino così possente da essersi tirato dietro anche il tempo e da aver colpito indifferentemente un paio di generazioni. La sceneggiatura, firmata da Coogler e da Aaron Covington, però non prende sottogamba l’impresa di ricreare un immaginario che ha fatto la storia del cinema e ha un duplice merito, quello di non campare sugli allori e di non cedere alle tentazioni più commerciali. Coogler capisce subito che la forza di Rocky, specie nei primi film, era nei suoi personaggi non scontati e nel modo in cui riuscivano a relazionarsi e riesce a creare un protagonista combattente e combattuto che reggerebbe la scena anche senza la spalla fidata di Rocky. Vincente è anche l’idea di spostare a bordo ring quello che era stato il protagonista di sempre. Complice una splendida interpretazione di Stallone, che indossa la pelle di Rocky come se fosse una sua seconda identità, la figura leggendaria del cinema riesce a essere motore di emozioni senza essere ingombrante. E così Creed, chiamato da una vocazione al pugilato, e Rocky, veterano provato, si ritrovano fianco a fianco, a darsi forza a vicenda per due battaglie che sembrano più grandi di loro.

    Allo stesso tempo, si diceva, Coogler evita la trappola del tormentone. Il celebre tema composto da Bill Conti fa la sua comparsa, come pure la corsa per i quartieri di Philadelphia, ma lo fa solo quando il film ha preso il suo abbrivio, quando si capisce che Creed avrebbe potuto camminare sulle sue gambe, anche senza la forza di tutto quello che era avvenuto in passato. In un certo senso la storia del film è la stessa del suo protagonista, un figlio d’arte che vuole trovare un suo posto nel mondo. E Creed ci riesce, complice una sceneggiatura inaspettatamente delicata, un utilizzo sapiente della macchina da presa, sia sul ring che fuori, e un’ottima direzione degli attori (non solo Jordan e Stallone ma una menzione va anche alla giovane Tessa Thompson, cantante di talento condannata a una sordità progressiva). E anche se il match finale non sarà certo dei più realistici la sensazione è che il talento di Coogler e del cast possa aver dato ancora anni di vita a una saga già quarantennale.

     

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    Walter Hill, la storia sul Red Carpet

    Un privilegio trovarsi davanti a Walter Hill, un regista che ha fatto la storia di un genere… Con lui parliamo del nuovo Bullet to the Head, di Sylvester Stallone e delle nuove generazioni…

    Un film che rimanda a classici del genere, era così che lo volevate con Sylvester Stallone?
    Bè, all’inizio lui mi ha mandato lo script, ci avevano lavorato per circa due anni, su varie versioni, e con un altro regista, con il quale poi non hanno continuato. Per questo mi hanno chiamato. Sly mi ha mostrato un paio di stesure della storia e mi ha chiesto cosa ne pensassi: c’erano idee valide, ma anche molte cose che non mi pareva funzionassero. Gli ho spiegato come secondo me andasse realizzato e ci siamo trovati molto bene a fare il film; lui è molto professionale e ha una forte personalità. Io da parte mia sono una persona molto dolce, ma di base entrambi cercavamo di fare lo stesso film, avevamo gli stessi obiettivi e idee simili. Per esempio su certe sequenze di azione, sullo humor, sull’ironia che attraversa il film. Un omaggio ‘retrò’ ai film degli anni 70, cose che oggi, vedendole, sono più chiare di quando ci stavamo lavorando

    Da dove viene la citazione di Jerry Maguire?
    Ricordo perfettamente da chi è venuta ogni singola battuta… Questa è stata una idea dello sceneggiatura, di Alessandro.

    E il nome del personaggio, Bobo? Nella Graphic Novel i nomi erano diversi…
    Questo nasce da una collaborazione tra me e Sly. Lui voleva essere Bobo; io volevo Jimmy, dove essere un diminutivo del suo cognome, qualcosa come Boborelli. E’ molto infantile ma è così che ti guadagni da vivere…

    Questo film sembra recuperare il suo vecchio progetto di un remake di The Killer di John Woo, alcune tracce sono rimaste…
    La gente spesso mi chiedeva come mi senta per il fatto che John Woo fa film simili ai miei, oggi altri mi chiedono perché io faccia film come quelli di John Woo. John è una persona molto divertente, e abbiamo sicuramente delle somiglianze, ma non credo ci sia stata questa influenza, di certo non voluta o cosciente.
    L’idea viene essenzialmente dalla graphic novel, come molto del film; forse dovremmo chiedere all’autore di quella, a Alexi. Magari a chi si sia ispirato lui, anche se lui afferma di esser stato influenzato solo da me.

    Un film che gioca molto sul ‘Old Style’, anche per differenziarsi da tanti giovani registi che stanno rileggendo il genere?
    Credo molto nella brevità di quelle che sono le dichiarazioni artistiche. Io mi lamento molto dei film troppo lunghi, con ripetizioni infinite. Mentre invece bisogna sottolineare quello che vuoi dire e poi andare avanti.
    La sequenza della tortura di Slater doveva essere molto drammatica, non tanto sulla sua uccisione quanto sul confronto tra i due personaggi, tra i loro codici di comportamento, che però non si risolve perché vengono interrotti… Il trucco è tutto lì.
    Ci sono nuovi registi, ma non so cosa dirne. Noi abbiamo un tempo limitato e non sappiamo quanto sia, per questo forse mi interessa di più guardare agli antichi maestri, come Anthony Mann, che i giovani registi, dei quali non saprei dire molto. Probabilmente perché non sono più giovane. Sicuramente è un lavoro duro il raccontare storie, passiamo molto tempo lavorando su aspetti tecnici ma in definitiva tutto riguarda la testa e il cuore dei personaggi.

    Mattia Pasquini

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    Sly, lo Stallone italiano is back!

    Sono stato a Cinecittà mentre ero a Roma; qui avete un museo a cielo aperto, dovete cercare di far sopravvivere questo luogo…”, così si presenta Sylvester Stallone, il popolare Sly, al Festival di Roma per accompagnare

    Roma non è stata solo Festival per lei, Cinecittà, Tor Bella Monaca… che impressione le han fatto le zone di Roma meno centrali o pubblicizzate?
    Andando al teatro di Tor Bella Monaca ho provato delle sensazioni che mi hanno ricordato come ero tanti anni fa, quando vivevo in un quartiere come quello; capisco cosa possano provare i giovani che crescono in zone come queste, e a loro ho detto di non aver paura del fallimento, che sicuramente falliranno, ma ogni volta saranno sempre più saggi, e colpo su colpo riusciranno a raggiungere il successo.
    Cinecittà è stato una scoperta; avete davvero un museo a cielo aperto lì, dovete cercare di far sopravvivere questo luogo…

    Può essere pesante il peso di essere un riferimento per più di una generazione?
    Si, in qualche modo sì, ma è un peso ‘buono’. Ma quello che succede è strano, stavolta abbiamo tentato una trasniszione tra il duro Rambo e l’ottimista Rocky, abbiamo preso i due personaggi e li abbiamo combinati in Bobo e credo sia stata un’ottima transizione. Chissà che non possa essere un nuovo modello per l’attuale generazione…

    Rocky forse no, ma Rambo sembra essere rimasto in sospeso, la conclusione resta aperta?
    Rocky è un atleta, è finito, ormai ha raggiunto il massimo che poteva raggiungere. E ne sono soddisfatto. Il motivo per cui non voglio chiudere con Rambo è lo stesso per cui non vado in pensione. Non posso. Non posso smettere. Lui ha sempre mentito a se stesso, combatterebbe a prescindere. Ha bisogno della guerra e non ha una casa cui tornare. Un guerriero cerca sempre di morire in maniera gloriosa. C’è una buona idea su cui sto lavorando e potrebbe anche concretizzarsi, se il mio fisico reggerà… Rambo che combatte l’artrite! o magari tornare come ragazza, Rambolina. In fondo oggi la società è molto più permissiva…

    C’è stato un incontro che le ha cambiato la vita o è stato determinante per la sua carriera?
    Quando sono arrivato a Hollywood per la prima volta, pensavo che tutti mi e si amassero. Poi, dopo aver fatto Rocky e avendo visto quanto stava incassando, sono andato a chiedere i soldi che mi dovevano visto che non ero stato ancora pagato. ‘Torna a lavorare’ mi disse il capo degli Studios, ‘non ti paghiamo perché non ci importa niente di te; lo faremo quando ci andrà’. Lì ho capito che si trattava di un business, non di una storia d’amore.
    Ma lo ringraziai, perché mi insegnò che non si trattava di una fabbrica felice, ma di un posto che mette al primo posto l’ego delle persone e dove puoi contare solo su te stesso. La lezione che imparai, mi ha poi salvato.

    E l’incontro con Allen, che ha determinato l’inizio della sua carriera, come fu?
    Davvero incontrarlo mi ha cambiato la vita. Io all’epoca non ero davvero nessuno e lui stava girando Bananas, gli serviva un cattivo. Con un amico siamo andati da lui per farci ingaggiare, ma ricordo che era molto nervoso sul set, quando ci ha visto si è girato e ha detto al suo aiuto che non facevamo paura. Io avevo già mollato, ma il mio amico mi portò in una farmacia per comprare della vaselina, ci siamo sporcati la faccia e siamo tornati da Allen conciati così. Quando gli abbiamo bussato su una spalla e ringhiato se non gli facessimo paura, era talmente nervoso che ci ha ingaggiati subito. E’ stato indimenticabile!

    Da attore, come gestisce i periodi ‘morti’ lontani dal set?
    Me lo chiedo sempre anche io, cosa fanno gli attori che girano un film ogni uno, due o cinque anni? Chi cucina, chi dipinge o gioca col cane. In genreale gli attori recitano, perché devi mantenere attiva la macchina. Personalmente io inseguo le figlie per casa. Ed è paradossale, visto che ho passato tutta la vita come Rambo o Rocky e poi ho avuto tre figlie, e a casa ho – oltre a mia moglie – due domestiche e 5 cani, tutte femmine! Ce n’è da tenermi impegnato…

    Mattia Pasquini

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    Jimmy Bobo – Bullet to the Head

    bullet to the head

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    JIMMY BOBO – BULLET TO THE HEAD
    (Bullet to the Head)
    GENERE: Azione, Poliziesco, Thriller
    ANNO: 2013
    DATA: 04/04/2013
    DURATA: 97′
    NAZIONALITA‘: USA
    REGIA: Walter Hill
    CAST: Sylvester Stallone, Jason Momoa , Sarah Shahi, Christian Slater, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Sung Kang
    DISTRIBUZIONE: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia
    TRAMA: Un poliziotto ed un killer assistono alla morte dei loro rispettivi compagni, per mano degli stessi assassini. Decidono così di allearsi per trovare i responsabili e vendicare la morte dei loro amici.

    RECENSIONE: Rocky, Rambo e Bobo
    VOTO: 4

    TRAILER

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