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    Weekend al cinema: i film in sala dal 5 maggio

    Con Batman v Superman: Dawn of Justice è ufficialmente iniziata la stagione dei cinecomic in sala e questo weekend al cinema troverete l’attesissimo Captain America: Civil War. Uscito ieri, mercoledì 4 maggio, il film, diretto da Anthony e Joe Russo, vede Chris Evans e Robert Downey jr. vestire i panni rispettivamente di Capitan America e Iron Man. I due supereroi saranno a capo di due fazioni che si scontreranno tra loro. Nel cast anche Scarlett Johansson, Sebastian Stan e Jeremy Renner.

    Per quanto riguarda, invece, i film che da oggi andranno a movimentare le programmazioni dei nostri cinema, partiamo da Il traditore tipo, diretto da Susanna White. Una coppia inglese in vacanza a Marrakech fa amicizia con un uomo d’affari russo, Dima, che in realtà è un mafioso e riciclatore di denaro sporco. L’uomo decide di aiutare Dima e per la coppia inizia un coinvolgimento sempre più attivo nei loschi traffici del mafioso. Nel cast Ewan McGregor, Naomie Harris e Stellan Skarsgård. Roland Emmerich, invece, ci porta nella New York di fine anni Sessanta con Stonewall. La pellicola racconta i moti dello Stonewall Inn, che diedero il via ai movimenti di liberazione della comunità Lgbtq. Nel cast Jeremy Irvine, Jonny Beauchamp e Jonathan Rhys-Meyers.

    Dagli Stati Uniti torniamo in Europa con la pellicola presentata durante la Festa del Cinema di Roma e diretta da Michel Gondry. Si tratta di Microbo e Gasolina (in foto): racconto di formazione che ha per protagonisti due adolescenti. La pellicola ruota attorno al tema della libertà di essere se stessi, in accordo con i proprio desideri e sogni. Co-prodotto da Francia, Cina e Giappone, Al di là delle montagne è la pellicola drammatica di Jia Zhang-Ke e racconta la storia di una donna e del suo rapporto con il figlio, ostacolato da un cinico ex marito. Dal rapporto madre/figlio, passiamo a quello tra padre e figlia con Florida, di Philippe Le Guay. Claude inizia ad avere i primi sintomi della demenza senile, ma a tutti i costi vuole realizzare il suo più grande desiderio: andare a trovare la figlia Alice che vive in Florida.

    Sono quattro le pellicole prodotte (e coprodotte) dall’Italia che da oggi troverete in sala. Si parte con Il Ministro, di Giorgio Amato. L’imprenditore Franco non se la sta passando bene con la sua azienda e decide di corrompere un ministro per assicurarsi un appalto importante. Insieme a parenti e amici organizza una serata molto particolare. Modestino di Nenna è il regista di Tutto può accadere nel villaggio dei miracoli, commedia che racconta la storia di un gruppo di ragazzi diversamente abili impegnati in un progetto di volontariato presso una clinica psichiatrica. Quando la clinica avrà problemi finanziari, i ragazzi si mobiliteranno per aiutare tutto lo staff e i pazienti. Il racconto di una Napoli lontana dagli stereotipi è al centro di La buona uscita, di Enrico Iannaccone, mentre Krzystof Zanussi dirige Corpo Estraneo, coprodotto da Italia, Polonia e Russia. Il film racconta la storia di un uomo che per amore si trasferisce in Polonia, ma qui troverà una serie di ostacoli apparentemente duri da sormontare.

    Concludiamo con due generi cinematografici dedicati a pubblici ben specifici. Per i più piccoli, Robinson Crusoe è il film di animazione che viene dal Belgio e racconta la storia di un gruppo di animali che vive su un’isola sperduta nell’Oceano. Un giorno, dopo una violenta tempesta, si accorgono che il mare ha trascinato a riva uno strano essere: un uomo. Per il documentario, infine, Patricio Guzmán porta in sala Nostalgia della luce: uno sguardo sul passato tormentato del Cile visto attraverso il suo cielo terso e il ritrovamento di alcune mummie di epoca precolombiana nel deserto di Atacama.

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    Stonewall: la versione di Emmerich

    Piccola deviazione dalla sua filmografia, mentre aspettiamo Independence Day – Rigenerazione, Roland Emmerich porta sugli schermi le rivolte dello Stonewall Inn, che hanno dato il via ai movimenti di liberazione Lgbtq alla fine degli anni Sessanta. Stonewall arriva nelle nostre sale il prossimo 5 maggio.

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    Roland Emmerich di disastri (che siano naturali o causati da una forza aliena) se ne intende. Questa volta, però, il disastro non è il tema portante del suo ultimo film, Stonewall, ma è il film stesso. Fine giugno 1969: lo Stonewall Inn di Christopher Street a New York diventa il luogo simbolo dei movimenti di liberazione Lgbtq. Qualche giorno dopo la morte di Judy Garland, centinaia di gay, trans e drag queen sfidano la polizia della Grande Mela a colpi di bottiglie e mattoni: la lunga battaglia per vedere riconosciuti i diritti della comunità Lgbtq ha inizio e, ogni anno, durante il mese di giugno, si ricorda l’evento con i vari Gay Pride.
    Se il presidente USA Barack Obama ha deciso di trasformare lo Stonewall Inn (che è ancora in attività a New York dopo una pausa di qualche anno) nel primo monumento nazionale per i diritti Lgbtq, Emmerich porta in sala la sua versione dei moti di Stonewall.

    Flop negli Stati Uniti, criticato e boicottato dalle associazioni omosessuali, Stonewall rappresenta una piccola deviazione nella filmografia del regista (dopo Anonymous del 2011). Da sempre interessato ad una visione quanto più globale possibile, questa volta la cinematografia di Emmerich sembra soffrire di una forte claustrofobia, rappresentata da quella Christopher Street completamente ricostruita a Montréal. Al centro della vicenda vi è un giovane ragazzo dell’Indiana, Danny (Jeremy Irvine), cacciato dalla sua famiglia perché gay e finito nella Grande Mela. Qui incontrerà Ray Castro (Jonny Beauchamp) e il suo gruppo di amici marchettari, ma soprattutto inizierà a frequentare il mitico Stonewall Inn.

    La storia del ragazzo di campagna cacciato di casa perché gay e che arriva nella metropoli è quanto di più trito e ritrito ci possa essere nella filmografia dedicata al mondo omosessuale e transessuale: tutto si è detto e tutto si è visto a proposito, ed Emmerich, di sicuro, non aggiunge altro. Anzi, in 129 minuti di film, non fa altro che appesantire la pellicola con dialoghi scadenti, ricchi di banalità, frasi ad effetto e un melodramma che non aveva ragione d’essere. L’unico merito che Stonewall ha, è quello di scavare un po’ più a fondo sulle cause dei moti rispetto all’omonimo film diretto da Nigel Finch nel 1995. La versione di Emmerich tende a considerare la complessità della vicenda in ogni suo aspetto (dai soprusi della polizia agli interessi della mafia nella gestione dei locali gay dell’epoca, dalle discriminazioni di cui erano vittime gli omosessuali fino a quel sentimento di tristezza causato dalla morte di Judy Garland), ma oltre non riesce ad andare. Non sono d’aiuto nemmeno le interpretazioni degli attori: Jeremy Irvine satura di fascino maschile il suo personaggio, del quale, però, non si riesce a cogliere il processo di trasformazione da timido ragazzo di campagna a fervente attivista, Jonny Beauchamp riempie di cliché il suo Ray, mentre ancora ci si chiede quale sia il ruolo di Jonathan Rhys Meyers (che interpreta il ricco Trevor) ai fini non solo della storia, ma anche del prodotto finito.

    Il melodramma, il sentimentalismo, la fiction prendono il sopravvento: perché inventare di sana pianta quando i moti di Stonewall presentano già al loro interno elementi che sono entrati nel mito? Contestare a Stonewall i tanti errori storici sarebbe inutile, perché il problema sta alla radice: non era necessario costruire un nuovo mito nel mito, ma rappresentare la storia originale così come si è svolta quella notte. Con una Sylvia Rivera che lancia una bottiglia contro i poliziotti. Anche per dare dignità e riconoscimento a quei volti e a quei nomi a cui il movimento Lgbtq deve tanto, se non tutto. E proprio dove ci aspettiamo che la grandezza di Emmerich riempia la nostra visione – la scena dei moti – anche lì tutto passa in sordina, senza trasporto e dura quanto il lancio di un mattone contro una vetrata. Agghiaccianti la CGI del finale e le musiche di Rob Simonsen.
    Stonewall è uno spreco di energie, tempo e soldi (anche se ad Emmerich, effettivamente, è stato dato un budget davvero irrisorio per la produzione del film) che non servirà a riaccendere le luci su un avvenimento storico così importante. A tale scopo, invece, sarà più utile partecipare al prossimo Gay Pride.

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