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    It: La paura è un palloncino rosso

    Il romanzo più celebrato di Stephen King arriva per la prima volta al cinema. It, diretto da Andy Muschietti e interpretato da Bill Skarsgård, esordisce in sala dal 19 ottobre.

    Una barchetta di carta che corre su un rigagnolo, un clown nel tombino e un palloncino rosso. L’incubo comincia così, che siano gli anni 50 delle origini o gli anni 80 di questo aggiornamento. È  di It che si parla, il romanzo simbolo dello scrittore più famoso, venduto, adattato e venerato del mondo, Stephen King, che ora diventa un film, dopo essere già stato una miniserie tv nel 1990. A tradurre in immagini il tomo kinghiano è l’argentino Andy Muschietti, che si era fatto notare nel panorama horror con l’inquietante La Madre, del 2013. Al suo servizio una schiera di attori ragazzini, molti alla prima esperienza rilevante, guidati dal pari-età Jaeden Lieberher e dal 27enne svedese Bill Skarsgård, che veste i panni dell’icona grottesca della paura, Pennywise il clown ballerino.

    Prima di tutto una precisazione. Il libro di Stephen King narrava un’epopea divisa in due piani temporali, un passato di bambini, un presente da adulti. Il film di It pesca solo metà del mito, lasciando a un futuro e già annunciato seguito il compito di chiudere il cerchio. Eccoci allora tornare agli anni 80 (non gli anni 50 del romanzo, quindi), dove il giovane Bill (Lieberher) si trova ad affrontare una tragedia personale, la scomparsa del fratellino George, ma anche le angherie di un bullo e le misteriosi visioni da incubo che sembrano tormentare i ragazzini della città di Derry, quasi sempre accompagnate da uno strano e spaventoso clown (Skarsgård). Per fortuna che al suo fianco ci sono i Perdenti, una piccola banda formata dagli amici di sempre e da qualche volto nuovo, tra cui quello dell’amabile Beverly (Sophia Lillis).

    La sceneggiatura firmata da Gary Dauberman, Chase Palmer e da Cary Fukunaga (regista incaricato e poi dimissionario per una questione di divergenze creative) preferisce la luce alle ombre. Una scelta forse propiziata dal successo inaspettato di operazioni nostalgia come la serie televisiva Stranger Things o il Super 8 di J.J. Abrams, ma non per questo meno valida. L’It di Andy Muschietti attinge a piene mani da queste due fonti e ritorna ancora più indietro, al successo di Goonies o al coinvolgente Stand by Me, pellicola firmata da Rob Reiner che riusciva a incanalare l’anima più delicata del bardo del Maine. Stand by Me e questo nuovo It condividono infatti la firma in calce, quella di Stephen King, ma anche il gusto di ricreare il mondo magico della primissima adolescenza, dove il senso dell’amicizia e dell’avventura è più forte anche del male che preme ai bordi, di un mondo cinico e adulto che si nasconde appena dietro la coda dell’occhio.

    Inutile dire che a giovarne di più è il cast di giovanissimi. Sophia Lillis in testa, che con i capelli rossi e il sorriso tutto denti sembra posseduta dallo spirito della Molly Ringwald degli anni 80, icona adolescente di Bella in rosa e dell’indimenticabile Breakfast Club. Ma It non è solo un piccolo romanzo di formazione, come lo era Stand by me, è anche e soprattutto un horror. E si intenda horror vero, non le atmosfere innacquate che avevano avvolto il naufragio in celluloide di un altro sentito progetto kinghiano, la fallimentare Torre Nera. A fugare ogni dubbio ci pensa già la primissima scena, dove la violenza non risparmia neanche il più tenero dei bambini, bersagli di solito tabù in molte produzioni americane. Detto questo ribadiamo però che sono le luci a prevalere sulle ombre, come del resto a fare orrore sono gli uomini più dei mostri, un bullo armato coltello, una madre possessiva e soffocante e un padre-orco. E poi c’è lui, il clown. La scelta di affidare il ruolo a un attore giovane può sembrare di per sé coraggiosa, sebbene altri profili fossero stati vagliati all’inizio, ma forse è più che altro conservativa. Anche perché le miniserie degli anni 90, piuttosto approssimativa nella realizzazione, aveva un solo e unico punto di forza, la sinistra incarnazione del clown messa in scena da Tim Curry, genio trasformista del Rocky Horror Pictures Show, che le leggende hollywoodiane ci dicono tanto compenetrato nel personaggio, da essere costretto a non mischiarsi coi colleghi in pausa pranzo, per evitare i loro sguardi intimiditi.

    E così questo nuovo Pennywise è più fisico e meno chiacchierone. La sua icona forse è un po’ smorzata, forse la storia preferirà ricordare Curry, ma It è una storia corale e se anche Skarsgård non è la prima voce questo non vuol dire che le urla di terrore non si intreccino in un’armonia cinematografica che rende una prima, almeno parziale, giustizia a un romanzo che nella storia della letteratura è più importante di quanto non si creda.

     

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    Cell: La crociata imperfetta del Re del Brivido

    Stephen King adatta per il cinema il suo Cell, romanzo di cellulari e zombie. Con John Cusack e Samuel Jackson. Dal 13 luglio in sala.

    1stellaemezzo

    Una vibrazione nella tasca, un trillo familiare e poi torme di zombie che si aggirano per le strade in cerca di vittime malcapitate. Cell è solo l’ultimo romanzo di Stephen King a trovare la via del grande schermo, quasi un apripista rispetto ai più attesi It e La Torre Nera che usciranno nel 2017. La pellicola di Tod Williams, già regista di Paranormal Activity 2, ha però un asso nella manica rispetto alle mega produzioni targate rispettivamente New Line e Sony, e si tratta proprio del Re del Brivido. Lo scrittore più letto e venduto del mondo si è impegnato in prima persona scrivendo la sceneggiatura a quattro mani insieme al meno celebre Adam Alleca. E King è sicuramente una delle tre colonne portanti del film, insieme a John Cusack e Samuel L. Jackson, i due attori veterani che tornano a collaborare su una storia dello scrittore del Maine a quasi dieci anni da 1408.

    La storia è quella del disegnatore Clay Riddell (Cusack) che si trova in un aeroporto quando un misterioso impulso trasforma in belve senza mente tutte le persone che stanno parlando al cellulare. In una Boston invasa e devastata Clay incontra Frank (Jackson) e Alice (la giovane Isabelle Fuhrman, protagonista dell’horror Orphan) e con loro si incamminerà verso il New Hampshire, per ricongiungersi con sua moglie e suo figlio,

    Il rapporto tra King e il cinema è fatto di alti e bassi. Tra lo sconfessato Shining e Le Ali della Libertà, tra Stand by me e La Zona Morta di David Cronenberg, passando per la Kathy Bates di Misery non deve morire c’è anche tutta una serie di film che o non hanno spiccato il volo o hanno solo provato a sfruttare lo sterminato fandom dell’autore per elevare una preghiera al dio-incasso. La sensazione è che quest’ultimo sia anche il caso di Cell, nonostante il coinvolgimento diretto di King. E così la teoria estetica del re del brivido, fatta di un horror venato di grottesco che sembra uscire direttamente da certi b-movie degli anni 70, trova una perfetta incarnazione nella pellicola di Tod Williams. Peccato però che il passaggio dalla carta alla celluloide sia tutt’altro che indolore perché lo spunto ridanciano del romanzo, nato come lo sfogo genuino di uno scrittore sessantenne contro la crescente mania dei cellulari, non è più la plastilina che un maestro di parole potrà adattare nelle forme più intriganti. Il cinema è un arte collettiva e risponde a determinate regole. E così King e il co-sceneggiatore Adam Alleca non hanno a disposizione 500 pagine e più per spiegare ogni passaggio dell’intreccio.

    Il risultato è che il film inizia all’improvviso, continua all’improvviso e finisce così all’improvviso da confondere lo spettatore. E tra un passaggio e l’altro, tra un inseguimento e l’altro, i dialoghi tra i suoi protagonisti cercano di fare da didascalia al tutto, riuscendo però solamente ad appesantire il film con una serie maldestra di spiegoni o inserendo metafore altisonanti e un po’ fuori luogo pronunciate spesso da un John Cusack che sembra non aver troppa voglia di recitare. Le battute migliori e i pochi sorrisi del film sono lasciati invece a Samuel Jackson, mentre una serie di altri personaggi si alterna sullo schermo senza lasciare troppo traccia di sé.

    Williams dal canto suo cerca di trasformare in immagini le parole limitandosi al ruolo di traduttore, ma i suoi sforzi finiscono per cadere vittima di una sceneggiatura sbagliata e di un budget non all’altezza (l’effetto speciale delle fiamme sarebbe sembrato posticcio anche una decina di anni fa). In definitiva Cell è l’ennesimo prodotto di serie b generato dall’infinita produzione letteraria del genio del Maine, il cui unico merito è quello di darci una versione più diretta di come King intenda il cinema, di come vorrebbe adattati i suoi libri, senza che a sbagliare siano gli altri come capita anche troppo spesso.

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