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    Blade Runner 2049: Molto più di un replicante

    Harrison Ford, Ryan Gosling e il regista Denis Villeneuve tornano nella Los Angeles del futuro per Blade Runner 2049, sequel del cult fantascientifico firmato più di 30 anni fa da Ridley Scott. In sala dal 5 ottobre.

    Macchine volanti che planano tra i palazzi di una metropoli intrisa di pioggia. E i suoi abitanti che sgomitano alla ricerca di un’identità, di un posto nel mondo. Sono passati 35 anni da quel 25 giugno del 1982, giorno in cui esordì Blade Runner, noir fantascientifico diretto da un allora astro nascente di Hollywood, l’inglese Ridley Scott. 35 anni di celebrazioni, di edizioni montate e rimontate (in Italia ne abbiamo viste tre, ma sono almeno 8), anni di pioggia che spazza i marciapiedi sugli schermi televisivi, prima analogici poi digitali, su supporti sempre più moderni, dal vhs al bluray di ultima generazione. Il cinema e il mondo sono andati avanti. Eppure la forza di quella Los Angeles umida e logora è ancora là, a portata di cinema. E già dal titolo Blade Runner 2049 prova a ingannarci, perché vorrebbe farci credere che siano passate tre decadi dall’episodio originale, ma l’unica controprova sembrano le rughe di Harrison Ford, uno che nel giro di due anni si è ritrovato a vestire di nuovo i panni dei suoi eroi più famosi e celebrati. I titoli di coda ci svelano che il regista non è più Scott, ma il canadese Denis Villeneuve. Ora come allora, un astro nascente della new wave hollywoodiana, qui alla sua prova più difficile dopo alcuni exploit molto confortanti, da Prisoners a Sicario fino alla poesia fantascientifica di Arrival. Protagonista assoluto però non è Ford ma Ryan Gosling, alla sua prima prova dopo il boom di La la land. Con lui ci sono la cubana Ana de Armas e il trasformista Jared Leto.

    Per gentile richiesta del regista non sveliamo i dettagli della trama. Basti sapere che un poliziotto di nome K (Gosling) si trova per le mani un caso impossibile, un mistero che potrebbe non essere nulla o potrebbe cambiare tutto.

    Lo script – firmato da uno degli sceneggiatori originali, Hampton Fancher, e dal Michael Green di Logan – non si limita a rimestare la materia di cui erano fatti i sogni nel 1982. Blade Runner 2049 ha il coraggio di allargare il campo, di non rinnovare quel gioco di guardie e ladri che solo l’estro registico di uno Scott ai massimi livelli aveva trasformato in un capolavoro di suggestioni. Oggi il mondo di Rick Deckard arriva in sala appesantito dalla tara di uno strascico di devozione che risale fino al secolo scorso. Pensare di affrontarlo con la stessa leggerezza degli esordi sarebbe stato insensato e il film avrebbe finito per cadere nel tritacarne del responso popolare. La storia di Blade Runner 2049 è più matura, come più maturi sono anche i personaggi principali, tutti alla ricerca di una loro identità, in segno di omaggio all’autore originario, quel Philip K. Dick che aveva riempito di dubbi le pagine della sua fantascienza, un genere spesso ammalato di positivismo. Che si tratti di uomini, di androidi, di intelligenze artificiali, di messia veri e presunti, di personaggi e anche solo di spettatori, è indifferente.

    Rick Deckard, l’agente K e tutti gli altri sono anime inquiete che si agitano in un mondo-purgatorio, una città disegnata a china. Cinquanta sfumature di grigio cupo, dove le uniche chiazze di colore sono i neon virtuali di mille pubblicità ingannevoli. Un futuro a due passi dalla distopia, inchiodato sulla pellicola dall’obiettivo magico di Roger Deakins, che riesce difficile non immaginare tra qualche mese sul palco degli Oscar con in mano una statuetta d’oro. È lui il primo alleato di Denis Villeneuve in questa magnum opus dove anche gli stacchi tra una scena e l’altra, (lunghe sequenze di viaggio su scenari cupi, quasi cartoline di un futuro disastro) sono una gioia per gli occhi. E per le orecchie, pure, grazie alla colonna sonora firmata da Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch, che suggerisce le note sintetiche dello storico tema di Vangelis senza per forza cadere nella tentazione di un facile citazionismo.

    In America si dibatte se sia Ford a strappare la scena a Gosling o viceversa. Se siano gli sguardi smarriti dell’attore di La la land, quello rabbioso di Ford, la dolcezza artificiale di Ana de Armas, o il messianismo alieno di Jared Leto a catturare lo sguardo dello spettatore. Il protagonista della vicenda artistica è solo uno, però. Denis Villeneuve che riesce nell’impresa titanica di dare una propria voce a un sequel, di trasformare in pietra miliare quello che voleva essere solo un semplice revival. E nella solitudine dei numeri due, nel grande dibattito che mette alla berlina il valore artistico dei secondi capitoli, Il Padrino parte II potrebbe aver trovato un nuovo grande alleato. E in fondo la magia di Hollywood è anche questa. Quella di dare non solo dignità, ma anche un pizzico di magia, a un’idea che aveva probabilmente un solo e unico scopo, quello di far riempire un po’ di tasche.

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    Song to song: Malick e l’arte del collage

    Ryan Gosling, Rooney Mara e Michael Fassbender stretti in un triangolo d’amore, musica ed esistenzialismo in Song to songo, nuovo film del maestro Terrence Malick. In sala dall’1o maggio.

    Il ritorno discusso di un maestro. Song to song, ottavo film di Terrence Malick, arriva sugli schermi italiani a pochi mesi dal precedente Knight of Cups, due film quasi paralleli per la versione cinematografica di un parto gemellare che sarà croce e delizia della platea cinefila, alimentando in egual misura – è facile credere – estasi e imbarazzi, vaglio critico e inevitabili discussioni. Il regista dell’Illinois arruola la solita schiera di celebrità pronte a mettersi al servizio di una creatività spontanea, involontaria, e di anno in anno sempre più selvatica. Stavolta si tratta di Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter e Val Kilmer, solo per citarne alcuni, a cui si aggiungono (visto il tema musicale in rigoroso sottofondo) rockstar come Patti Smith, Iggy Pop e Flea ed Anthony Kiedis dei Red Hot Chilli Peppers, e non si contino neanche Christian Bale e Benicio Del Toro che pur avendo partecipato alle riprese sono stati tagliati dal montaggio finale.

    La storia è quella di BV (Gosling), musicista in cerca del successo, che trova l’amore dell’aspirante cantautrice Faye (Mara) a sua volta legata al produttore Cook (Fassbender). Un triangolo amoroso imperfetto che si arricchirà di nuovi personaggi, la cameriera Rhonda (Portman), Amanda (Blanchett) e non solo, fino a formare un complesso mosaico che si staglia sullo sfondo di Austin e dei suoi infiniti festival musicali.

    Con Song to song Malick si cimenta ancora nell’arte del cinema-collage, mostrandoci una love story scomposta ed esistenzialista che sembra prendere forma in media res. Il punto di origine è la città, la sua irrequietezza musicale, i suoi artisti che brancolano e sgomitano nella speranza di afferrare i propri sogni, di trasformare l’aspirazione in realtà, magari senza perdere se stessi, senza smarrire il senso di ciò che si ha intorno. Ma se questa è la traccia il tema è svolto con l’audacia prevedibile, forse un po’ scontata, del Malick dell’ultima fase.

    Per un film che ha nella musica il suo centro la musica è stranamente assente, affiora ogni tanto nelle riprese girate direttamente ai festival, nel contributo anche pungente di alcuni tra i volti più scavati del rock (splendido il passaggio davanti alla telecamera di Patti Smith), per il resto gli strumenti compaiono qua e là, più come feticci che come motori immobili dell’azione. In fase di scrittura Malick predilige ancora una volta il ricorso sistematico alle voci off che cercano di intagliare una cornice narrativa che racchiuda un girato dove prevale invece la logica del canovaccio. Le parole sono poetiche, la sintonia con le belle immagini immortalate dalla fotografia di Emmanuel Lubezki è magistrale, ma la sensazione, più che altre volte, è che qualcosa non vada, che il circuito narrativo non si chiuda. Se il manto di parole sia un sudario funebre che avvolge il senso tradizionale della sceneggiatura hollywoodiana o se sia solo un velo pietoso steso per coprire una massa informe, lasciamo che siano gli appassionati a deciderlo. Certo è che la trama pare più diafana del solito, di un inafferrabile ai limiti dell’inconsistente.

    Di Song to song resta comunque la sequela impeccabile di istantanee, di suggestioni, da cui emana una narrativa di risulta che forse stavolta è inferiore alla somma delle sue parti. Resta il dubbio: Malick è un maestro di immagini che ha perso le parole? Forse è giusto che a rispondere siano le accademie perché l’ultima pellicola di questo regista, la cui grandezza è difficile da mettere in discussione, sembra più materia di studio che non un’opera fruibile da un pubblico di curiosi e appassionati. In attesa che ritorni il maestro della Rabbia Giovane e della Sottile Linea Rossa non resta che prendere, lasciare, dibattere.

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    Only God Forgives

    Only God Forgives

    ONLY GOD FORGIVES
    (Only God Forgives)
    GENERE: Drammatico, Thriller
    ANNO: 2013
    USCITA: 23/05/2013
    DURATA: 90′
    NAZIONALITA‘: Danimarca, Francia
    REGIA: Nicolas Winding Refn
    CAST: Ryan Gosling, Luke Evans, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm, Yaya Ying
    DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
    TRAMA: Il fratello di Julian, ex assassino e spacciatore di droga in un periodo di crisi esistenziale, uccide una prostituta e la polizia si rivolge ad un agente che ha lasciato il servizio, Chang, noto come l’Angelo della Vendetta. Chang ha una concezione molto personale della giustizia: permette al padre della ragazza di uccidere l’assassino e poi punisce a sua volta la vendetta tagliando al vecchio la mano destra. A sistemare le cose arriva la madre di Julian, Jenna, a capo di una potente organizzazione criminale, che ordina al figlio di vendicare l’omicidio. In un memorabile e drammatico incontro di Thai Boxe però, Julian risulta battuto e Jenna ancora più furiosa progetta una ritorsione terribile….

     

    RECENSIONE:
    VOTO:

     

    TRAILER

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    Come un tuono

    Come un tuono 4aprile
    COME UN TUONO
    (The Place Beyond the Pines)
    GENERE: Drammatico
    ANNO: 2011
    USCITA: 04/04/2013
    DURATA: 140′
    NAZIONALITA‘: Usa
    REGIA: Derek Cianfrance
    CAST: Ryan Gosling, Bradley Cooper, Rose Byrne, Eva Mendes, Ray Liotta, Bruce Greenwood, Dane DeHaan, Ben Mendelsohn, Harris Yulin
    DISTRIBUZIONE: Lucky Red
    TRAMA: Luke è uno stuntman motociclista la cui vita viene sconvolta quando incontra la sua ex, Romina, e scopre di essere diventato padre. Luke decide di prendersi le sue responsabilità di genitore, ma per affrontare le nuove difficoltà economiche e mantenere la neocostituita famiglia, si ritrova costretto a rapinare banche.
    Sul suo cammino dovrà però fare i conti con Avery Cross, un poliziotto diventato politico pronto a tutto pur di incastrarlo.

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