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    Italian Movies. Una nuova Italia al cinema

    Giovedì 4 luglio uscirà nelle sale italiane Italian Movies, il film distribuito da Eagle Pictures e coprodotto da Indiana Production in collaborazione con Extrabanca e Eagle Pictures.

    Il film, presentato durante l’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, è girato a Torino e racconta un’Italia nuova, multiculturale e multietnica. Aleksey Guskov (il direttore d’orchestra nello splendido e pluripremiato  Il Concerto) Michele Venitucci (Tutto l’amore che c’è, Il seme della discordia) e Anita Kravos (ultima interpretazione ne La Grande Bellezza) saranno i protagonisti di questa divertente commedia che racconta la storia di un gruppo di lavoratori precari accomunati dal desiderio di un futuro migliore. Grazie alla loro fantasia, alla voglia di superare i problemi di un quotidiano difficile, i personaggi del film daranno vita, solamente con le proprie forze, ad un’impresa davvero speciale che si rivelerà un grande successo non solo personale ma anche professionale.

    A sostenere la produzione attraverso il tax credit e il product placement è stato l’istituto di credito Extrabanca. Il responsabile marketing e comunicazione, Francesca Ingrosso, commenta così la collaborazione tra la banca e la pellicola di Pellegrini: “Extrabanca è il primo istituto di credito in Italia, e uno dei pochi in Europa, con un’ offerta di servizi rivolta in particolare alle comunità di origine straniera. Le storie e le emozioni che il film racconta sono quelle storie e quelle emozioni che proviamo ad interpretare tutti i giorni con una banca che non rappresenta solo un istituto di credito, ma anche e soprattutto un’azienda che offre servizi con l’obiettivo di favorire il processo di integrazione sociale”.

    Per la promozione del film, Eagle Pictures ha realizzato un’attività sul territorio che coinvolge i kebab take away e ristoranti etnici nelle principali città dove il film è distribuito: presentando il biglietto del cinema sarà possibile usufruire di una consumazione gratuita pari al valore del biglietto.

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    Michele Placido, dalla Francia col Polar

    Il Cecchino dovrebbe arrivare nelle nostre sale nella Primavera del 2013, ma Michele Placido già parla di prossimi progetti e suggerisce…
    Ancora un cattivo, ancora una regia, come mai in Francia?
    Essendo io un professionista, sono stato chiamato, molto semplicemente, da Fabio Conversi che dalla Francia distribuisce spesso film italiani e ha costruito questa operazione con una delle maggiori case di distribuzione, Canal Plus. Così stavolta ho girato un film del quale non ho scritto un rigo, nel bene o nel male. Tutto nasce dal successo avuto da Romanzo Criminale in Francia, ovviamente, successo che ha attratto anche attori come Auteil o Kassovitz, che ho trovato sul set, ma che ho diretto, questo sì, assolutamente in base alle mie sensazioni.
    Ma il contatto con i cugini è più ampio…
    Avevo altre propste da distributori francesi, ma ho scelto questo progetto che sentivo più vicino, e amavo. Anche per la memoria di certi autori e attori della mia giovinezza. Da Lino Ventura a Audiard padre o Alain Delon… riferimenti comuni, evidentemente, anche ai due giovani sceneggiatori, che hanno suggerito il mio nome e che erano sempre molto attenti sul set. Possiamo dire che il film è metà degli sceneggiatori e metà del regista, che poi deve adattarsi per rispettare le necessità produttive per le quali si viene scelti.
    C’è una morale nel film? Come dicevamo, non sarà un caso se i cattivi sono sempre così centrali nei suoi film…
    In questo caso, un po’ era tutto scritto già nella sceneggiatura. Ma, in fondo, il tema ha radici antiche… In questo momento io sto facendo Re Lear a teatro, e anche lì la parte oscura dell’uomo viene fuori, soprattutto in alcuni personaggi, che starebbero benissimo in un film di Tarantino, come Edmond o le figlie.
    Noi vogliamo cercare i buoni, mantenere la speranza, ma in un Polar forse si è più aderenti alla realtà che nella commedia, che non la rispecchia… basta guardare il mondo per vederlo.
    Io personalmente mi trovo bene con questa tipologia di film; particolarmente in questo caso, in cui – più che parlare di morale o di aspetti politici – ho trovato interessante il tema degli ex militari francesi e occidentali che tornati dalle zone di guerra finiscono con il diventare rapinatori…
    Si trova bene a fare il regista migrante? O è solo verso la Francia…?
    L’Italia, negli ultimi anni è stata teatro di grandi storie, molto interessanti, soprattutto se pensiamo alla cronaca giudiziaria e politica e ai collegamenti tra stato e mafia; temi dei quali non si vede abbastanza nel nostro cinema. E invece dovrebbe essere quasi un dovere per noi. Se partisse un progetto così, io e tanti altri italiani ci metteremmo volentieri in gioco. ma sembra esserci una sorta di autocensura dalle nostre parti. Se ci si desse la possibilità, io resterei molto volentieri qui a lavorare. Magari, senza essere timidi e parlando chiaro, su un film su dell’Utri, che negli Usa avrebbero già fatto. Credo sarebbe un soggetto interessante, lui come altri messi sotto osservazione da qualche anno e arrivati tanto a sedere in Parlamento quanto a essere tacciati di disonestà, a prescindere dalle colpe, ma in quanto personaggio, anche per esplorare le motivazioni che l’anno messo sotto i riflettori e portato all’attenzione dei giudici.
    Più in generale, è attraverso la cultura che va fatta questa analisi, proprio per non restare nell’ambiguità. Per dare un segnale, etico, civile, per mostrare la voglia di ricominciare e per dare un segnale ai giovani.
    E invece cosa farà ora?
    Una storia d’amore, tratta da un testo teatrale del 1916 di Pirandello. La storia dell’amore tra una maestra del conservatorio e un signore che lavora in un negozio di alimentari, di delicatessen, ma una vicenda comunque con una sua violenza di base, proprio per il lato oscuro della donna, che dopo esser stata violentata scopre di essere incinta e, nel suo delirio femminile, decide di tenere il bambino e farlo accettare al marito. Dovrebbe essere ambientato in una città francese, forse a Lione – che amo, ha una gastronomia eccezionale ed è una città molto colta – ma comunque in Francia, dove ci sono più soldi. Io sarò solo regista, ma la produzione ha chiesto la Bejo come attrice… Speriamo.
    Mi piacerebbe però realizzare in francia anche del cinema italiano; lì sono molto attenti al nostro cinema, a quello di Garrone, di Moretti, di Sorrentino. Perché non iniziare a programmare una cinematografia italo-francese? Prendetelo come un invito, da parte mia…

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  • Violante Placido, il lato oscuro de Il Cecchino

    Violante Placido interpreta una donna predestinata, a una vita dura, alla sofferenza. E’ una donna della mala, ma splendida…
    Che effetto fa vivere l’esperienza di un Polar?
    Non so, io mi sono solo calata nel mio personaggio, non ho fatto altro; per una commedia magari avrei toccato corde diverse. Ma qui ho cercato di dare verità al personaggio e di renderne l’intensità. Spero di esser riuscita a fare in modo che, anche se non vista, sia come se lei fosse sempre presente nel film; una Penelope del gangster che, pur lacerata, vorrebe tanto cambiare vita.

    In Italia non c’è una grande tradizione, pensi che andranno in molti al cinema per vederlo?
    Il problema è che dovebbero costare meno i biglietti, perché la gente potesse andare di più al cinema, a vedere non solo commedie. Se fosse più accessibile le persone proverebbero a scoprire anche il cinema che tendono a scegliere meno.

    Un cast francese di grandissimo spessore, ma anche lo stesso tuo padre… tutte persone da cui imparare molto; l’hai fatto?
    Mi son ritrovata sul set con Luca e mio padre, per la seconda volta. E’ stato un film al maschile, con pochi personaggi femminili, minori, e che vivono attraverso scene molto intense oltre che violente.Per me è stato bellissimo avere la possibilità di confrontarmi con il cinema francese e con un’altra lingua. Tutti gli attori sono stati straordinari, tanto che anche attraverso poche scene mi è rimasto qualcosa di mostro costruttivo dentro. In particolare è stato molto intenso lavorare con Kassovitz, che ha un approccio molto istintivo, sanguigno, come abbiamo anche io e mio padre. Il problema, semmai, almeno con mio padre, è che spesso sembra che stiamo litigando, a cena, sul set… Con lui il processo creativo è sempre un terremoto, ma questo non mi spaventa.
    Auteil invece è un grandissimo attore, tanto quanto serafico… emana una forza magnetica sul set.

    Un personaggio che fa scelte difficili, come te?
    Il pubblico vuole sempre vedere cosa non sei in grado di tenere a bada, proprio per emozionarsi. Vuole vedere lo sporco sotto al tappeto. Quello deve essere il punto di partenza per raccontare qualcosa che possa meritare attenzione. Nel caso del mio personaggio, si tratta di una donna con un lato oscuro, per forza, visto che è una di quelle donne che trovano quel tipo di uomo, ma poi vogliono cambiare.

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    Il Cecchino

    cecchino 1 maggio

    IL CECCHINO
    (Le Guetteur)
    GENERE: Noir, Azione, Drammatico
    ANNO: 2012
    USCITA: 01/05/2013
    DURATA: 89′
    NAZIONALITA‘: Italia, Belgio, Francia
    REGIA: Michele Placido
    CAST: Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz, Olivier Gourmet, Francis Renaud, Nicolas Briançon, Jerome Pouly
    DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
    TRAMA: Un commissario di polizia di Parigi si mette sulle tracce di un letale cecchino, sfuggito a una rapina con agguato. Le tracce però portano lontano e, sulla base delle informazioni ricevute, la polizia guidata da Mattei – intercettando la banda di rapinatori di banche armate, responsabili di una sequela di furti negli ultimi due anni – finisce con l’aprire porte che lo stesso capo investigatore avrebbe preferito tenere chiuse.
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    Festival di Roma 2012 – Fuori concorso

    RECENSIONE: Mero esecutore (?)
    VOTO: 3

    TRAILER

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  • Il cecchino: Mero esecutore (?)

    Il viaggio di Michele Placido continua con Il Cecchino. Partito da Roma Sud, dopo il passaggio milanese, eccolo nella patria del Polar; anche se stavolta il film è meno ‘sentito’.
    VOTO: 3

    Ancora Placido, ancora Noir. Il viaggio del regista italiano continua. Partito da Roma Sud, dopo il passaggio milanese, eccolo approdare nella Francia, patria del Polar (termine nato dalla crasi di poliziesco e, appunto, noir), con la – sanissima e encomiabile – presunzione di dire la sua su un genere che negli ultimi anni sta trovando nuova linfa e credito anche nelle nostre sale. Oneri e onori sono, è dichiarato, da dividere con gli sceneggiatori esordienti comunque, anche se – senza esser nazionalisti noi, per una volta – sembrerebbe proprio di dover ascrivere a loro i difetti più riconoscibili di questo ‘Guetteur’.
    Dopo un prologo funzionale, ottima occasione per accordare il pubblico sul tono del film sapientemente, per altro, visto che non sarà quello l’unico tono del film), le zoppie della sceneggiatura iniziano già ad apparire sin dalla scena iniziale, un agguato ad opera di poliziotti un po’ troppo attendisti ed impreparati.
    Ferimenti, catture, intrighi, rivelazioni, personaggi a sorpresa e confronti fanno la trama successiva, a tratti avvincente, per altri versi un po’ confusa. Lo sviluppo in parallelo di diverse linee narrative e l’intenzione di seguire più personaggi è sempre interessante, ma comporta dei rischi. E i nodi vengono al pettine.
    L’idea alla base, come detto, è forse la parte migliore, compresa la originale proposta nella offerta di genere, che potrebbe funzionare meglio tanto in francia patria del polar, quanto in italia dove i thriller sembrano raccogliere più accoliti. Purtroppo i singoli succitati elementi si muovono in una cornice che continua ad ampliarsi, per l’intera durata del film, quando più quando meno, la sensazione è che la trattazione separata ed alternata dei vari soggetti non sia stata realizzata con egual perizia o equilibrio. Si oscilla tra film d’autore, polar classico, thriller, fiction tv con una fotografia (soprattutto) e una colonna sonora molto curate e all’avanguardia, le quali però non compensano certe debolezze e non alzano il voto finale che resta quel che è, pur con dispiacere, ma che non affossa la validità del prodotto finito o la sua capacità di avvincere il pubblico.

     

    NB: La recensione si riferisce alla versione presentata al Festival di Roma, più lunga e intricata di quella – poi rimontata – che esce in sala.

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  • Jimmy Bobo – Bullet to the Head: Rocky, Rambo e Bobo

    VOTO: 4

    Tempo 10 minuti e stiamo già sorridendo alla carrellata di foto segnaletiche che ci mostrano un Sylvester Stallone giovanissimo, giovane, adulto, icona. Un inizio che, ancora più del prologo, ci immerge nel giusto mood per godere di Jimmy Bobo – Bullet to the Head, film che riporta in azione Walter Hill – ancor più del nostro protagonista – dopo una decina di anni passati tra televisione e Alieni (Prometheus compreso) vari…
    Il film è la dimostrazione dell’intelligenza e dell’esperienza di un attore capace di non prendersi sul serio tanto quanto di giocare con la propria immagine, e della capacità di un grande regista di costruire un film di azione poliziesca molto classico e – non a caso – molto fisico intorno a una presenza statuaria come quella di Stallone.
    Come dei fuoriclasse sul campo di calcio si dice che sappiano far correre il pallone, invece di correre loro stessi, qui Sly tiene la scena ed infiamma gli animi con studiatissime battute e sapienti espressioni del volto.
    Tutte le carte sono sul tavolo, da subito: l’Old Guy in età da pensione, la sua nemesi-riflesso da affrontare in uno scontro finale dopo un lungo fronteggiarsi anche a distanza, il rapporto con una figlia capace di tirare fuori il meglio di lui, un partner ‘buono’ con il quale duettare. Ma non importa. Non vogliamo una sorpresa, non vogliamo Heat, qui c’è Sly e non serve essere fan per godersi le sue battute (meglio se in originale) e i suoi stereotipi razziali snocciolati senza reale convinzione.
    E quando cita Jerry Maguire, alzatevi, la standing ovation potrebbe disturbarvi la visione.

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    Il volto di un’altra

    Locandina italiana

    IL VOLTO DI UN’ALTRA

    GENERE: Commedia
    ANNO: 2012
    USCITA: 11/04/2013
    DURATA: 83′
    NAZIONALITA‘: Italia
    REGIA: Pappi Corsicato
    CAST: Laura Chiatti, Alessandro Preziosi, Lino Guanciale, Iaia Forte, Angela Goodwin, Franco Giacobini
    DISTRIBUZIONE: Officine Ubu
    TRAMA: Bella è la splendida ed esuberante conduttrice di un famoso programma televisivo sulla chirurgia estetica, appena licenziata per il calo di ascolti. René è suo marito, un medico chirurgo che nello stesso programma effettua gli interventi sugli ospiti.
    Bella, infuriata, lascia lo studio televisivo e, sulla via del ritorno a casa, ha un brutto incidente d’auto e rimane fortemente sfigurata. Ma quello che potrebbe sembrare il colpo di grazia che sancisce la fine della carriera di Bella, si rivela invece essere un’ ottima occasione per rilanciare la propria  immagine.
    Bella decide infatti di farsi ricostruire dal marito un volto totalmente nuovo, un volto con il quale vendicarsi di chi la dava per finita e riconquistare l’attenzione e l’amore del suo pubblico. Questa notizia crea ovviamente non poca curiosità ed eccitazione, soprattutto tra i pazienti della clinica in cui Bella è ricoverata.
    Proprio questa clinica, situata tra le montagne incontaminate del Sud Tirolo, diventerà scenario di personaggi, situazioni divertenti e paradossali: una suora  con l’ossessione di somministrare purghe a tutti, Tru Tru l’addetto all’impianto fognario con velleità canore, ecc… Intanto tutti si chiedono una sola cosa: come sarà il nuovo volto di Bella?
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    Il film è finanziato dal MiBAC e dalla BLS (Business Location Südtirol)
    Festival Internazionale del Film di Roma 2012 – In concorso

    RECENSIONE: Occasione sprecata
    VOTO: 2

    TRAILER

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    Peter Greenaway e la sua crociata anti-religiosa

    Al Festival del Film di Roma il regista gallese Peter Greenaway presenta Goltzius and the Pelican Company, sua personale crociata anti-religiosa in un film ad alto tasso erotico che si pone di demolire alcuni miti dei credenti.

    Non ci si aspettava un film di questo tipo, da dove trae la sua immaginazione?
    Avete già visto alcuni dei miei film? Allora la nozione del nudo non sarà una sorpresa per voi. Allo stesso modo l’idea di dare priorità all’aspetto visivo allo stesso tempo di combinare l’arte pittorica e il cinema non vi saranno nuove se avete già visto il mio cinema.
    Pensavamo sopratutto ai vari temi del Vecchio Testamento che ha affrontato, da Adamo ed Eva ad Salomé e Giovanni Battista.
    Dimenticavo che stavo parlando con degli italiani. Tutte le vostre nonne immagino erano devote cattoliche, ma credo che oramai sarete tutti dei ragionevoli atei. Comunque la si rigiri la nostra società è stata influenzata da nozioni giudaico-cristiane. Personalmente sono inorridito dalla negatività della religione ed in particolare di quella cristiana. Il cristianesimo dovrebbe essere una forza che promuove la creatività, la fecondità, l’andare avanti ed il progresso, ed invece è molto negativa e l’opportunità che il cristianesimo ed il sesso vadano a letto insieme è praticamente inesistente. Ed è detto all’inizio della genesi che Adamo ed Eva non debbano ‘scopare’. Ma se non avessero ‘scopato’ io non sarei qui a parlare con voi.
    Ma gli amanti possono fare sesso dopo il matrimonio…
    Anche questa soluzione è vista di sbieco dalla religione cattolica. Dovresti farlo attraverso un lenzuolo e con le luci spente. Ma la realtà è che 95% degli atti sessuali sono a scopo ricreativo, e non funzionali a procreare, quindi sembra esserci un’enorme malagestione da parte della chiesa di quello che è un argomento enorme.
    Sicuramente è un aspetto importante delle controversie della chiesa da diversi anni e che la allontana dalla modernità
    Voi cattolici la modernità di fatto l’avete persa nel 1517 quando siete stati rimpiazzati dai protestanti nei paesi chiave in Europa. Vi siete persi l’illuminismo, vi siete persi la rivoluzione industriale. Lo sviluppo vi ha lasciato indietro perchè il cattoliscesimo è sostanzialmente fondato sull’ignoranza, mentre il protestantesimo, pur con tutte le sue pecche, cerca di abbracciare il presente e guardare al futuro.
    La religione sembra essere per lei un argomento moderno, è così?
    E’ molto facile criticare la religione in particolare il cristianesimo, fin troppo facile. Alcuni dei miei amici protestanti mi chiedono: ‘perchè continui a perdere il tuo tempo a criticare la religione?’, sostanzialmente perché nessuno oggi di alcun calibro intellettuale crede ancora in quella stupida mitologia. La mitologia cristiana è di enorme diletto ma sostanzialmente è priva di significato. Il Vaticano stesso ha smesso di puntare sull’Europa  e ora cerca i suoi nuovi bacini in Africa e Sudamerica tra le persone superstiziose. E spero inoltre che nessuno di voi sia mussulmano perché non vorrei essere l’oggetto di una fatwa, ma sicuramente anche l’Islam finirà per disintegrarsi entro le prossime due o tre generazioni. Con I giovani che hanno accesso a sempre più informazioni, presto tutta la mitologia di matrice religiosa sarà spazzata via.
    Quindi il suo messaggio è: chiudiamo con il placebo della religione e guardiamo avanti ad un mondo libero da restrizioni?
    Si, perché per la prima volta siamo rimasti tutti quanti soli. Dio é morto, il diavolo è morto, non possiamo più incolpare Sigmund Freud perché oramai è screditato. Non c’è più nessuno a cui attribuire delle colpe. Per la prima volta nella storia del mondo siamo soli. Dobbiamo addossarci le nostre responsabilità e questo nuovo senso di assoluta libertà terrorizza molte persone. Ma allo stesso tempo dovrebbe motivarci, perché non c’è più nessuno da incolpare, e siamo finalmente i padroni del nostro destino. Finalmente abbiamo la libertà alla quale siamo stati disabituati politcamente, religiosamente e psicologiacamente per secoli, usiamola!
    Quali sono gli elementi che secondo lei rappresentano meglio I tempi moderni?
    Per esempio, il film apre con una scelta, Goltzius dice agli spettatori che possono o essere rappresentati dal cristianesimo, e quindi il vecchio testamento, oppure dalla corrente dell’umanesimo. Stiamo nel sedicesimo/diciassettesimo secolo e, se vi ricordate, in questo paese c’era un grande scontro tra le due correnti: Come si faceva quindi a mettere il cristianesimo in associazione con l’umanesimo? Possiamo considerare Virgilio un ‘pre-cristiano’? Possiamo includero Omero in paradiso? Sono dei grandi problemi intellettuali. C’è stato nel Rinascimento italiano una grossa attenzione verso la grande questione dell’umanesimo. Ci sono stati una serie di luminari che hanno lottato per fare combaciare gli opposti di umanesimo e cristianesimo, da Erasmo da Rotterdam a Giordano Bruno. Ma la questione rimane irrisolta.
    E quindi io non ti rispetterò per la tua religione, ma mi sforzerò maledettamente di proteggerti da ogni forma di sfortuna in nome dell’umanesimo. Sostanzialmente perché considero che la vita sia sacra, ma non da un punto di vista religioso, ma piuttosto da una prospettiva Darwiniana, da un punto di vista evolutivo.
    Quale è la sua prospettiva, non necessariamente religiosa, diciamo il suo modo di interpretare il mondo?
    Mettiamola così, vengo da una lunga tradizione di persone che possiamo descrivere come rurali. Come sapete la tradizione brittannica è molto associata alla natura. Siamo stati I primi a scalare le Alpi. Voi italiani non vi siete mai preoccupati di scalare le Alpi, l’hanno scalata per primi gli stupidi inglesi, che sono stati anche I primi a scrivere poesi liriche, e la stessa idea di romanticismo l’abbiamo iniziata noi, e neppure I tedeschi. Quindi siamo stati I primi ad avere una relazione profonda con la natura, ed intendo la Natura con la N maiuscola. Darwin, che credo fermamente essere l’uomo più grande di tutti I tempi, creò un sistema di pensiero che era fortemente legato all’ordine naturale, e che era enormemente confortante. Sebbene I miei genitori ed I miei avi non erano assolutamente fattori – mio padre era un ornitologo, mio nonno uno giardiniere specializzato in rose, e mio bisnonno un taglialegna – sapevano tantissimo del loro paese dal punto di visto naturale. E non lo facevano affidandosi a manuali, lo facevano attraverso le loro  osservazioni personali. Quando avevo circa otto anni mio padre mi portava in Olanda con  un paio di binocoli attaccati agli occhi, e probabilmente saprete che l’Olanda è un paese bagnato, umido e fangoso. Quindi ho passato la mia gioventù girovagando ed osservando gli uccelli in Olanda. E quelle nozioni mi sono rimaste, quindi oggi in base al suono solamente posso dirvi la differenza tra un rigogolo e un cardellino. Semplicemente in base al suono. E pensavo all’epoca che qualsiasi bambino potesse distinguere I cinguettii dei due uccelli, e mi sono accorto dopo che molto persone non possono distinguere, non dico I suoni ma di fatto, tra un piccione ed un passero. Ma è anche vero che questi ragazzi mi sapevano dire la differenza tra una Alfa Romeo ed una Lamborghini, ed io non ero in grado. Quindi molto è legato all’influenza parentale. Io ho due figlie da un primo matrimonio, e le portavamo in giro per gallerie d’arte a Londra e per il mondo, e loro lo odiavano, tutto ciò che volevano fare era essere a con gli amici, o a casa a guardare la tv. Adesso sono nella quarantina ed una è una scultrice e l’altra un’argentiere, quindi è curiosio che nonostante in giovane età si rifiuti queste influenze parentali, diventano molto importanti nel corso degli anni.
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    Goltzius and the Pelican Company: viaggio sensuale nell’arte

    Peter Greenaway presenta Goltzius and the Pelican Company, un sensuale viaggio nell’arte e ideale secondo episodio della sua trilogia sull’arte che, dopo Nightwatching, rischia di finire per tediare con il suo stile intenso e auto-compiaciuto.

    A distanza di cinque anni da Nightwatching, il regista e sceneggiatore Peter Greenaway presenta al Festival del Film di Roma, Goltzius and the Pelican Company, il secondo episodio della sua trilogia ideale che dovrebbe concludersi con il terzo episodio nel 2016. Il filo conduttore è l’arte e coloro che la creano: infatti se Nightwatching aveva raccontato certi aspetti della vita del pittore fiammingo Rembrandt, Goltzius and the Pelican Company ci presenta da vicino lo stampatore ed incisore olandese  Hendrick Goltzius, mentre il terzo film tratterà di alcuni aspetti del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, ad esattamente 500 anni dalla sua morte nel 1516. L’arte rappresentata da regista gallese però non è mai fine a se stessa. Ricordiamo come in Nightwatching Rembrandt aveva dipinto il quadro Jaccuse per denunciare i tentativi della milizia di cospirare contro i regnanti. Allo stesso modo in quest’ultimo film Greenaway esplora della tematiche universali attraverso l’arte di Goltzius. Riprendendo il suo marchio di fabbrica il regista combina diverse forme espressive, presentando un film ricco di riferimenti pittorici, e dalla scenografia e dagli ambienti ricchi e variopinti, e narra la sua storia utilizzando una serie di sovrapposizioni dei piani per abbinare tante volta la narrazione, in particolare dello stesso Goltzius, allo svolgimento degli eventi. Goltzius in particolare, interpretato da Ramsey Nasr, è rappresentato come un compiaciuto conoscitore dell’arte ma lascivo ed estremamente attratto dalla dinamica sensuale e sessuale dei personaggi della stessa arte. Questa é poi una delle grandi prerogative, come già in passato, di Greenaway: una disinibita ed affamata ricerca della sensualità e dell’erotismo che lo stesso regista, spesso tramite le parole di Goltzius – che si mischiano ai gesti goduriosi e sfrenati degli attori – vuole condividere intensamente con il pubblico.
    Nello specifico della storia del film, Goltzius si rivolge al margravio d’Alsazia (il premio Oscar F. Murray Abraham) per convincerlo a finanziare le sue stampe ed incisioni. In cambio lui ed i suoi artisti, oltre a regalare a lui un libro che riproduca immagini di alcune delle più controverse vicende del Vecchio Testamento, rappresenteranno dal vivo alla corte del margravio alcune di queste vicende (vedi Salomè e Giovanni Battista, Sansone e Dalida,  e Davide e Betsabea) con tanto di interpretazione erotica. Quello che comincia come un giocoso accordo assume presto toni più drastici…
    A Greenaway va dato il merito di riprendere le convenzioni del cinema e di storpiarle allargandole, oltre che di presentare storie universali che potrebbero avere una morale da riscoprire ed assimilare nel mondo di oggi. Al film va il merito di avvalersi di un buon cast tra cui alcuni italiani emergenti di spessore. Allo stesso tempo molta della sua narrazione sembra fine a se stessa, con Greenaway un po’ a sguazzare nel mondo che ha creato, tanto che le ripetute scene erotiche, a gusto personale del regista, alla lunga finiscono addirittura per annoiare.
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