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  • Roma 2017 – Last Flag Flying: Addio alle armi

    Bryan Cranston, Steve Carell e Laurence Fishburne sono i protagonisti di Last Flag Flying, ultima pellicola di Richard Linklater presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. 

    Perdere per poi ritrovarsi. Il potere dell’amicizia, unico rimedio contro le sfide lanciate dalla vita, raccontato attraverso il cinema delle parole e dei sentimenti, quello di Richard Linklater. Last Flag Flying è la prova più recente del cineasta texano che da Prima dell’Alba a Boyhood ha deliziato le platee del cinema indipendente, pur senza lasciarsi scappare qualche escursione nel mondo più redditizio del film commerciale. Quest’ultima pellicola, interpretata da Steve Carell, Laurence Fishburne e dal Bryan Cranston di Breaking Bad, e presentata in anteprima alla 12esima Festa del Cinema di Roma, rientra sicuramente nella prima categoria, quella che ormai da qualche anno sembra la strada maestra imboccata dal regista.

    Last Flag Flying è la storia di Larry (Steve Carell), che trent’anni dopo il Vietnam cerca la compagnia dei vecchi commilitoni (Cranston e Fishburne) per un’ultima e straziante missione, andare a recuperare la salma del figlio morto in Afghanistan. Il viaggio sarà un’occasione per ritrovarsi, per fare il punto di quello che è stato, ma anche per venire a patti con la perdita e capire quello che sarà.

    Linklater, come sempre anche sceneggiatore, adatta un romanzo di Darryl Ponicsan, ma la sua impronta è chiaramente riconoscibile, sia nella scelta dei temi, che nell’impianto cinematografico. Anche stavolta è un rito di passaggio ad attirare l’obiettivo della telecamera del regista, come pure era successo nella sua precedente uscita, quel Tutti vogliono qualcosa che narrava una tre giorni di festa prima dell’inizio dell’università, una sorta di celebrazione pagana per dare l’addio alle spensieratezze dell’infanzia. In Last Flag Flying il tono è comprensibilmente più mesto, l’età che si affronta è la mezza, e la perdita non è compensata dall’apertura di un orizzonte più ampio. Eppure, anche di fronte alla più tragica delle circostanze, c’è qualcosa, sembra suggerirci il regista. E lo fa grazie alla forze del dialogo e omaggiando gli opposti che coincidono. Lo fa con lo spirito di un cameratismo che supera tutto quello che si può superare, i confini della distanza, le trappole del dolore.

    Si ride in Last Flag Flying. Si ride assistendo alle circostanze grottesche di un amaro road movie. E ci si commuove. Di fronte all’ineluttabile, di fronte allo sguardo smarrito di Steve Carell. Ma poi si ride di nuovo e ci si commuove, grazie agli slanci di uno splendido Bryan Cranston, alla sintonia di tre attori che riescono a dare vita a tre personaggi profondamente umani, ma anche di fronte a un legame che sembra l’unico modo per andare avanti, l’unico modo per affrontare la prova più dura e quello che si trova oltre.

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  • Robert Downey jr. nel prossimo film di Richard Linklater

    Stando a quanto scrive The Hollywood Reporter, il regista texano Richard Linklater dirigerà Robert Downey jr. nel suo prossimo film.
    La pellicola non ha ancora un titolo e racconterà la storia vera del dottor John R. Brinkley, un finto medico che, durante gli anni a ridosso della I Guerra Mondiale, diventa molto famoso per la sua falsa medicina, i suoi imbrogli e le sue trasmissioni radio. La vicenda di Brinkley giungerà a conclusione quando verrà smascherato da un vero medico, il dottor Morris Fishbein, redattore del periodico dell’American Medical Association. Il film prende ispirazione da una puntata del podcast Reply All di Gimlet Media, dal titolo Man of the People.
    Il progetto sarà prodotto dalla Annapurna Pictures in collaborazione con la Team Downey dell’attore, ma non sarà messo in produzione prima della fine dei prossimi impegni di Linklater. Il regista, infatti, è impegnato con le riprese di Last Flag Flying per Amazon, con Brian Cranston e Steve Carrell, e poi si occuperà dell’adattamento cinematografico del romanzo scritto da Maria Semple Where’d you go, Bernadette.

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    Tutti vogliono qualcosa: il tempo secondo Linklater

    Definito dallo stesso regista come il sequel spirituale di La vita è un sogno del 1993, dal 16 giugno arriva nelle nostre sale Tutti vogliono qualcosa, ultimo film di Richard Linklater. Nuova riflessione sul tempo del regista texano: un tuffo nei colori e nei suoni degli anni Ottanta rimanendo fedele al suo cinema che mostra la vita nel suo accadere.

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    Che sia prima dell’alba, del tramonto o di mezzanotte o che sia nell’arco di 12 anni, il cinema di Richard Linklater ha un unico, indiscusso protagonista: il tempo. E anche per Tutti vogliono qualcosa, sua ultima pellicola che arriva due anni dopo il successo di Boyhood e che sarà nelle nostre sale dal 16 giugno, la riflessione del regista non prende strade inaspettate.
    Linklater torna a viaggiare indietro nel tempo (lo aveva già fatto nel 1993 con La vita è un sogno, di cui questo film è una sorta di “sequel spirituale“, come lui stesso l’ha definito) e approda nei primissimi anni Ottanta, mostrando quello che succede in un college americano nell’arco di un weekend. La matricola Jake Bradford arriva nell’appartamento che condividerà con quelli che saranno i suoi compagni di baseball all’università. La nuova realtà che si trova davanti lo affascina, lo conquista e gli permette di fare nuove amicizie. 

    E’ come la teoria dei decenni, capisci? Anni Cinquanta, la noia; anni Sessanta, il rock; Anni Settanta…dio mio, direi proprio che hanno rotto le palle, giusto? Forse gli anni Ottanta saranno radicali, chi lo sa? Che ne so…pensateci…noi avremo vent’anni e non potrà andare peggio!“. E proprio in questa battuta di uno dei personaggi di La vita è un sogno sta quell’ancora che Linklater ha lanciato due decenni fa e che adesso raccoglie per mostrarci cosa ne è stato di quei ragazzi che festeggiavano la fine del liceo. Come per il film del 1993, dove gli attori erano quasi tutti sconosciuti (e, tra l’altro, muovevano i loro primi passi sul set Ben Affleck, Parker Posey, Matthew McConaughey e Milla Jovovich), Tutti vogliono qualcosa è popolato da volti nuovi, senza pensieri, freschi, affamati, scatenati e protagonisti di una transizione che li condurrà nel mondo degli adulti. Sono i volti di una nutrita schiera di giovani e molto promettenti attori che, come i loro personaggi, reclamano in gruppo ciò che è loro di diritto: lo spazio di esprimersi.

    Come in molti dei suoi film, Linklater non ha un obiettivo preciso, ma vuole solo ed esclusivamente mostrare la vita nel suo procedere. Ci troviamo di fronte, così, all’essenza degli anni Ottanta, rappresentata non solo dai costumi, dalle barbe, dai baffi e dalle pettinature, ma anche dalle scenografie e dalle musiche. Siamo in un vortice di colori, di suoni, di movimenti che passano attraverso il rituale di iniziazione del cameratismo (maschile) da college. Cosa faranno questi giovani nei tre giorni precedenti l’inizio delle lezioni? Tutto e con un solo obiettivo: divertirsi e godere di quello splendido momento, prima che sia troppo tardi per farlo.

    Come suoi spettatori, Linklater anche qui ci chiede di ripescare nella memoria quei momenti della nostra vita in cui avevamo davanti una serie imprecisabile di possibilità e di riviverli sullo schermo, senza, però, scadere nel nostalgico. Lo scrosciare di dialoghi, la velocità del parlato, l’incessante ricerca dell’altro sesso e la confusione dei pensieri sotto gli effetti delle tante birre e delle droghe, non lasciano spazio alla malinconia, ma solo al divertimento per quello che vediamo e sentiamo. E anche se le esperienze vissute dai personaggi del film possono risultarci estranee o diverse da quelle che abbiamo vissuto noi in prima persona (d’altra parte il film è ambientato in un college americano), c’è quel denominatore comune che è, come da titolo originale, Everybody wants some (da una canzone dei Van Halen), la ricerca di un qualcosa: uno spazio tutto nostro da costruire nel mondo, dove vivere le nostre ambizioni, i nostri sogni e desideri e abbracciare le mille sfaccettature della vita.

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