LOGO
  • ,,

    Barriere: se il cinema imita (troppo) il teatro

    Diretto da Denzel Washington e tratto dall’omonima pièce teatrale vincitrice del Premio Pulitzer di August Wilson, qui sceneggiatore, Barriere arriva nei nostri cinema da giovedì 23 febbraio. Forte delle sue quattro nomination agli Oscar, la pellicola resta eccessivamente ancorata alla sua origine teatrale e gioca fin troppo con la pazienza del suo pubblico.

    La terza prova da regista di Denzel Washington è all’insegna della trasposizione cinematografica di Barriere (Fences in originale), testo teatrale vincitore del Premio Pulitzer scritto da August Wilson. Portare al cinema questa storia è sempre stata l’intenzione del suo autore, ma dal 1988, anno del suo debutto a Broadway, non se ne è fatto nulla proprio perché Wilson voleva un afroamericano alla regia. Dopo il revival a teatro nel 2010, con Denzel Washington e Viola Davis osannati dalla critica e vincitori di due Tony Awards, la possibilità è diventata una certezza, grazie anche alla volontà di Washington di curare la regia del film.
    Nella Pittsburgh degli anni Cinquanta, Troy Maxon, ex stella del baseball, lavora come netturbino e vive con la moglie Rose, con la quale è sposato da 18 anni, e il figlio Cory. L’infanzia difficile e le delusioni ottenute nella vita, fanno di Troy un padre padrone e un marito molto presente, pronto a tutto, grazie alla sua integrità morale, a salvaguardare il proprio nucleo familiare. Ma le contraddizioni di quest’uomo scavano in profondità, riuscendo ad aprire una breccia e a far crollare il tutto.

    Le Barriere del titolo fanno riferimento al recinto che Rose chiede a Troy di costruire: hanno la funzione di salvaguardare ciò che anni di duro sacrificio hanno messo in piedi, ciò che il sudore, le frustrazioni e il dolore hanno forgiato come qualcosa di unico e intimo. Ma la Storia insegna che le barriere non fanno altro che allontanare le persone e che siano una recinzione che separa due nazioni, o un muro che divide a metà una città, o un recinto che delinea il perimetro del cortile di una casa, il risultato sarà sempre lo stesso: la distruzione di ciò che abbiamo di più caro. Non sono solo barriere fisiche, ma sono quelle che Troy inizia a costruire dentro di sé, con le sue paure e con la sua caparbietà di avere sempre tutto sotto controllo. Se la sua morale gli impone di preservare, il suo cuore lo porta ad aprire brecce e a ferire.

    Con le sue quattro candidature ai prossimi Premi Oscar – Miglior Film, Miglior Attore Protagonista per Denzel Washington, Miglior Attrice Non Protagonista per Viola Davis e Miglior Sceneggiatura Non Originale – Barriere gioca troppo con la pazienza del suo pubblico e resta fortemente ancorato alla sua origine teatrale. Se il cinema è “scrittura del movimento”, qui abbiamo di fronte esattamente l’opposto: stasi. Tutto si svolge (quasi) esclusivamente nel cortile di casa Maxon e la sensazione che si ha è quella di vedere uno spettacolo teatrale sul grande schermo. Quando il cinema si impossessa troppo del linguaggio del teatro, non è più cinema, ma un ibrido senza senso che mette a dura prova i suoi spettatori: se non c’è un minimo di ricerca su come usare un certo linguaggio per adattare ciò che è stato scritto per avere una precisa forma artistica, il risultato finale è inutile, non cattura e resta fine a se stesso. Ampio il divario tra le prove attoriali dei suoi protagonisti: la recitazione di Washington è urlata, così tanto prolissa che non si riesce a provare la minima simpatia per il suo personaggio, mentre quella della Davis rimane più equilibrata e si adatta meglio alla presenza della macchina da presa (meritatissima la nomination).

    C’è poco da vedere in Barriere, nonostante l’ottima fotografia di Charlotte Bruus Christensen, ma tanto da ascoltare, con i dialoghi che finiscono per diventare dei monologhi lunghi, durante i quali è facilissimo perdersi. 138 estenuanti minuti, dove qualche limatura avrebbe giovato e dove una maggiore presenza dell’immagine e del movimento avrebbero potuto dare alla pellicola un senso, cinematograficamente parlando. E quando Washington, verso il finale, rinuncia alla parola per affidare alle immagini, anche in maniera piuttosto banale, un senso più profondo rispetto a quanto immortalano, non basta a rendere il risultato finale veramente appetibile.

    Read more »
  • ,,

    Moonlight: i dolori del giovane Chiron

    È stato il film di apertura dell’edizione 2016 della Festa del Cinema di Roma e, dopo la vittoria del Golden Globe come Miglior Film, Moonlight arriva nelle nostre sale dal 16 febbraio. Il bildungsroman di Barry Jenkins, candidato ad otto Premi Oscar, tra cui Miglior Film, porta sul grande schermo un percorso di formazione alla scoperta di se stessi, del proprio spazio nel mondo e della propria sessualità.

    3stelleemezzo

    Se c’è una scena che meglio rende l’essenza di Moonlight è quella in cui il protagonista, il piccolo Chiron, impara a nuotare. Sorretto dalle possenti braccia di Juan (Mahershala Ali, candidato agli Oscar come Miglior Attore Non Protagonista), l’uomo che lo sta aiutando a crescere, il bambino arranca tra le onde, muove le braccia e respira a fatica. Diventiamo parte di quello che stiamo vedendo nel momento in cui Barry Jenkins posiziona la macchina da presa proprio a filo d’acqua, così da farci provare, per la prima volta, la sensazione che proveremo per tutto il film: quella di riuscire, a fatica, a stare a galla.

    Ogni fotogramma di Moonlight immerge lo spettatore in questo percorso di formazione: un bildungsroman che, dall’infanzia all’età adulta, porta il protagonista, Chiron, ad attraversare tutte le tappe fondamentali della crescita, fino alla scoperta, in una opprimente realtà intrisa di testosterone e forza bruta, della sua presunta omosessualità.
    Tratto da In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney, la pellicola di Jenkins gioca con i colori scuri e freddi di una notte di luna piena, e si impossessa di quello slang americano che vuole il blu come colore della tristezza. E in effetti gli occhi di Chiron, in tutte e tre le fasi della sua crescita, sono tristi, sembrano assuefatti all’idea che per lui non ci sarà nessun tipo di cambiamento, almeno fino a quando quel bacio con Kevin in riva al mare non stravolge la situazione. Quello che era il sospetto del bambino, la curiosità di capire, ora diventa il dubbio che perseguita l’adolescente e l’ossessione (nascosta) dell’adulto. Jenkins, però, non sviscera del tutto l’argomento e a parlare sono gli sguardi tra i due protagonisti, così spetta allo spettatore di coglierne le sfumature: di complicità nella prima parte del film, comprensione nella seconda e desiderio nella terza.

    Infanzia, adolescenza, età adulta. Little, Chiron e Black: tre capitoli di un romanzo che mirano a descrivere un’esistenza. E se i primi due affascinano, l’ultimo sembra rallentare il ritmo del racconto: qui, infatti, i dialoghi diventano superflui e quello che si avverte è solo la forte tensione che scaturisce dai lunghi sguardi che Chiron e Kevin si scambiano, regalandoci una lunga scena finale magnifica, che raramente si è vista al cinema. A Berry Jenkins va il merito di portare sullo schermo una storia che affronta un certo tema (la scoperta della propria natura) ambientandola in un contesto poco conosciuto sotto questo punto di vista (la comunità afroamericana degli Stati del Sud), ma affidare buona parte del racconto ad elementi che necessitano di molta attenzione per essere colti, può rappresentare un grande azzardo per Moonlight, tanto da arrivare ad oscurare la potenza di cui è intriso ogni suo singolo fotogramma.

    Read more »
  • ,,

    Manchester by the sea: equilibri perfetti

    Dopo la presentazione alla scorsa Festa del Cinema di Roma, Manchester by the Sea arriva in Italia dal 16 febbraio. Candidato a sei premi Oscar, il film di Kenneth Lonergan può contare sulle straordinarie interpretazioni di Casey AffleckLucas Hedges e Michelle Williams e, in un equilibrio perfetto tra dramma e ironia, racconta la storia di un uomo che porta addosso un dolore molto forte.

    4stelle

    Tragedia e ironia: in perfetto equilibrio tra questi due poli, Manchester by the Sea è specchio della vita. Il silenzioso tuttofare Lee (Casey Affleck) deve tornare nel suo paese di origine dopo la morte del fratello, da tempo malato. Qui scopre di essere stato nominato tutore del nipote, Patrick (Lucas Hedges), e deve affrontare un passato tragico che gli si ripropone in tutta la sua crudeltà. “Mi interessava portare sullo schermo – ha affermato il regista, Kenneth Lonergan durante la presentazione del film alla scorsa Festa del Cinema di Roma – la storia di un uomo che deve portare addosso un dolore molto forte. Volevo fare un film su una persona che non ha la forza di andare avanti in questa situazione“.

    Manchester by the Sea conquista da subito l’attenzione di chi guarda grazie ai tanti specchietti per le allodole che il regista dissemina nella prima parte del film: ci rendiamo immediatamente conto che quello che abbiamo davanti è un personaggio difficile, ma a lungo non riusciamo a capire le motivazioni che stanno alla base del suo modo di fare. Scontroso, silenzioso, facile agli scatti d’ira, pronto a chiudere qualsiasi conversazione con un “ne dobbiamo parlare proprio adesso?“, Lee ha il volto di uno straordinario Casey Affleck (meritatissima la nomination all’Oscar), che regge benissimo tutti i 135 minuti di durata del film. Ben presto la sua sofferenza diventa tangibile, ma le carte sono ben lungi dall’essere scoperte: tra flashback dal retrogusto fortemente nostalgico e battute ironiche che provocano molte risate, Lonergan prepara la strada per il colpo di scena, uno di quelli che fanno accapponare la pelle e restare a bocca aperta.

    La potenza di questo film sta proprio nel modo equilibrato, come dicevamo, che la regia ha usato per cucire insieme momenti fortemente drammatici ad altri più leggeri. “Penso che la presenza degli elementi comici – continua Lonergansia molto importante per questo tipo di storie. Quest’uomo sente che la sua vita è stata distrutta, ma si rende perfettamente conto che il mondo è andato avanti“. Non ci troviamo di fronte a qualcosa di verosimile, ma a qualcosa di vero: Manchester by the Sea trasuda realtà grazie all’incedere parallelo dei momenti tragici  con quelli ironici.
    Restituire al cinema una tale intensità è difficile e raramente ci si ritrova con film che funzionano in tal senso. La pellicola di Lonergan, invece, centra l’obiettivo e si configura come un’opera equilibrata, dove il dramma di un uomo diventa prima il dramma di una famiglia e poi di un’intera cittadina (basta vedere come gli abitanti del paese reagiscono al ritorno di Lee), dove i fantastici panorami (applausi per la fotografia di Jody Lee Lipes) fanno da corollario ora ai lunghi silenzi ora alle risate. L’unica cosa richiesta allo spettatore è la sua pazienza: le scelte di Lee non stanno lì per essere giudicate, si svolgono con tutta la lentezza possibile e, quando se ne scopre il motivo, ci si rende conto che il dolore di quest’uomo merita solo il nostro più profondo rispetto.

    Read more »
  • ,

    Cinquanta sfumature di nero: Svolta soap

    A due anni di distanza dal primo film della trilogia, Cinquanta sfumature di nero arriva al cinema dal 9 febbraio. Negli iconici ruoli di Anastasia Steele e Christian Gray, nati dalla penna di E. L. James, troviamo di nuovo Dakota Johnson e Jamie Dornan, diretti questa volta da James Foley.

    1stella

    A Christian Grey è permesso tutto, anche riconquistare il cuore di Anastasia Steele nel giro di due minuti: basta comprare le fotografie che le ha fatto l’amico, regalarle un mazzo di rose bianche e invitarla a cena. Una “rinegoziazione dei termini” sta alla base del repentino riavvicinamento dei due, sottolineando ancora una volta come le rispettive ossessioni dell’uno nei confronti dell’altra siano la base su cui l’intera trilogia, di romanzi prima, di film poi, si poggia.
    Dal 9 febbraio in sala, Cinquanta sfumature di nero riprende le vicende lasciate in sospeso due anni fa, dopo un susseguirsi di eventi che hanno rallentato la produzione: la regista Sam Taylor-Johnson che abbandona, la James che riscrive la sceneggiatura, Dornan che in un primo momento decide di dare forfait e non tornare nei panni di Grey, l’arrivo del nuovo regista, James Foley. Poteva tutto questo non avere conseguenze sul prodotto finale? Ovvio che no, ma sottolinearle tutte sarebbe da sadici – per l’appunto – senza cuore, quindi la cosa migliore che si possa fare è godere quanto più possibile di tutti gli errori, i passi falsi e le banalità che in produzioni di questo genere trovano terreno fertile.

    Come il suo protagonista, Cinquanta sfumature di nero si permette qualsiasi cosa, ad iniziare da quella spudorata voglia di prendersi troppo sul serio. Dalla regia alle interpretazioni, tutto vira verso un eccesso di zelanteria che eccede, tanto da provocare non rabbia, ma divertite risate. È un po’ come quell’amico vestito in completo nero, elegantissimo, dal portamento regale che fa discorsi profondi, poi si siede e, nel momento in cui i pantaloni lasciano scoperte le caviglie, ci accorgiamo che indossa calzini bianchi di spugna.
    Come per il primo film, definire erotica una pellicola del genere significherebbe fare un grande torto a chi di Eros se ne intende per davvero (sì, proprio lui: Tinto Brass). Qui purtroppo, mancano quelle scene e quelle battute che sono entrate nella storia del trash (prima fra tutte “Io non faccio l’amore. Io scopo. Forte“), ma tale mancanza è giustificata dall’evoluzione (???) del suo protagonista. Lo strafigo (perché è giusto dire le cose come stanno) Christian Grey, con il volto – e tutto il resto – di Jamie Dornan, da dominatore diventa sadico, da uomo di ghiaccio diventa l’essere più patetico del mondo, disposto a tutto pur di possedere la giovane Anastasia.

    Scene di sesso buttate lì (facciamoli copulare, così occupiamo il tempo), la stanza rossa abbandonata, un tuffo nel thriller bruciato in maniera patetica, ma quello che resta nell’immaginario è la svolta da soap-opera della pellicola durante la festa di compleanno di Grey, con una Kim Basinger protagonista e uno scontro tra prime donne (la già citata Basinger, Dakota Johnson e Marcia Gay Harden) che farebbe rabbuiare anche i migliori episodi di Dynasty e Santa Barbara. Per concludere con un nemico pronto a mettere in subbuglio il finale letteralmente rose e fiori.
    Cinquanta sfumature di nero è quanto di più irreale si possa vedere al cinema, che fa del vacuo il suo vanto, lo impacchetta con bei vestiti, case da sogno e automobili di lusso per far godere il suo pubblico. Ma, bendato come la sua protagonista, non si rende conto di quanto sia inutilmente ridicolo.

    Read more »
  • ,

    LEGO Batman – Il Film: una tenera storia d’odio

    Dal 9 febbraio al cinema, LEGO Batman – Il Film è lo spin-off di The Lego Movie del 2014. Diretto da Chris McKay, il film ha chiare intenzioni di intrattenimento sin dai titoli d’apertura, ma propone una riflessione apparentemente leggera sul rapporto tra eroe e villain.

    3stelle

    Quando nel 2014 uscì The LEGO Movie, tutti si erano follemente innamorati di uno dei personaggi del film, Batman. E quando fu annunciato che ci sarebbe stato uno spin-off dedicato solo ed esclusivamente a questo personaggio, la notizia è stata accolta molto positivamente. A tre anni dal successo del primo film, LEGO Batman – Il Film arriva nelle sale italiane dal prossimo 9 febbraio.
    Nella Gotham City fatta di mattoncini, Batman è un eroe solitario, tamarro e megalomane oltre ogni misura. Quando il perfido Joker decide di ordire un piano ai danni della città, assoldando i villain più cattivi che si siano mai visti al cinema, Batman dovrà lentamente capire l’importanza del lavoro di squadra e così inizierà a mettere in piedi la sua personale versione di famiglia.

    LEGO Batman – Il Film si diverte a giocare con l’universo dei cinecomics che negli ultimi anni sono passati sui grandi schermi di tutto il mondo (i riferimenti a Batman v. Superman: Dawn of Justice e Suicide Squad si sprecano). Con ironia e spudorata voglia di intrattenere, il film diretto da Chris McKay, non solo attinge ai personaggi della DC Comics, ma prende in prestito da altri film i villain più crudeli, così, in questa versione di Gotham City, trovano spazio anche King Kong, Voldemort, Sauron, il T-Rex di Jurassic Park, i Gremlins: tutti contribuiscono a creare un mondo psichedelico, frenetico e assolutamente divertente.

    La pellicola di McKay, pur non superiore al precedente The LEGO Movie, intavola un certo discorso metacinematografico che si gioca non tanto sul terreno della dissacrazione, ma su quello dello scherzo, della presa in giro a fin di bene (quando Alfred ricorda a Batman tutte le volte che lo ha visto giù di morale, ad esempio). Il tutto impastato in una storia che, anche se non ha assolutamente niente di innovativo, fornisce tutti gli elementi giusti per la risata. Su questa strada si avvia uno dei filoni principali del film su cui è il caso di soffermarsi di più: il rapporto tra l’eroe e la sua nemesi. Qui la riflessione si fa profonda, pur non rinunciando alla sua leggerezza: eroe e villain sono due facce della stessa medaglia, diventano elementi di una coppia indissolubile e, proprio per questo motivo, non possono vivere lontani. Sfidarsi e combattersi continuamente sono il pretesto che i due hanno per capire meglio non solo loro stessi, ma anche l’altro. Solo riconoscendosi come tali, gli equilibri spezzati si ricompongono e danno al lungometraggio quel simpatico retrogusto di una dolcissima storia d’amore. E odio.

    Read more »
  • ,

    Proprio Lui?: Ti presento i miei

    Brian Cranston e James Franco sono i protagonisti di Proprio lui?, commedia natalizia di John Hamburg in sala dal 26 gennaio. Buona l’alchimia dei due protagonisti anche se il risultato finale è una pellicola debole, simpaticamente sboccata e fin troppo trattenuta a livello comico.

    2stelle

    Prendete Ti presento i miei del 2000 diretto da Jay Roach, affidate il ruolo di Robert De Niro a Brian Cranston, sostituite Ben Stiller con un James Franco tatuato, in forma e canotta, aggiungete una certa e abbondante dose di espressioni e parole sboccate ed ecco qui Proprio Lui?, la commedia natalizia di John Hamburg che in Italia arriva con un ritardo di poco più di un mese dalla sua uscita negli Stati Uniti. Hamburg, che qui è sceneggiatore e regista, non è certo nuovo a questo tipo di commedie: aveva, infatti, scritto la sceneggiatura anche per il film di Jay Roach, ma qui riadatta il tutto ai tempi moderni (d’altra parte sono passati 17 anni e in tutto questo tempo qualcosina è cambiata). Così il potenziale genero che chiede la mano della bella figlia bionda al suocero non è più un infermiere sfigatello, ma un aitante e multimilionario sviluppatore di app e videogiochi della Silicon Valley. C’è solo un piccolo problema: il nostro nuovo eroe è quanto di più imbarazzante possa esistere a livello comportamentale.

    Sì, siamo proprio nel regno del già visto, ma lo zampino di Jonah Hill, che ha scritto il soggetto, e della sua gang non poteva non lasciare il suo marchio distintivo, soprattutto a livello linguistico. Così invece di concentrarsi su una trama, che, alla fine del baraccone, è quasi inesistente, Hamburg si concentra solo sulle gag, mostrandoci la relazione tra il personaggio di Cranston e quello di Franco non in chiave di scontro generazionale, ma in chiave di guerra aperta per decidere chi deve avere la meglio sulla figlia. Tre quarti di film si reggono sull’anarchia più totale, ma questo non vuol dire che Proprio lui? sia una pellicola da evitare o abbandonare nel dimenticatoio. Si ride, ma senza esagerare, colpa di una base debole (soggetto e sceneggiatura) e di un freno a mano che il regista ha voluto tenere tirato per tutta la durata del film, anche quando in scena compaiono i Kiss (favolosi nei loro costumi a cantare canzoncine di Natale).

    Godibile l’alchimia di Franco e Cranston, ma, come prevedibile, l’unico che riesce a mostrarsi completamente a suo agio è proprio il primo, con la sua fisicità ostentata in ogni fotogramma (con tanto di pelo pubico) e l’idiozia di un personaggio che, nonostante tutto, riesce a farsi amare. Ottime le spalle, soprattutto il Gustav di Keegan Michael Key, ma quello che non perdoneremo mai a Hamburg è l’aver frenato anche quella forza della natura che è Megan Mullally (la Karen di Will&Grace): parte in sordina, inizia a scalpitare, esplode in una sola scena – quella in cui è strafatta – e si smorza completamente nel finale. Imperdonabile Hamburg, imperdonabile.

    Read more »
  • Les Ogres: la festa degli eccessi

    I protagonisti di Les Ogres, di Lèa Fehner, vivono di eccessi per affrontare i momenti bui della vita, in una coralità ambivalente che si muove tra la forza dell’essere uniti e la totale assenza di una dimensione intima. Dal 26 gennaio in sala il film che in Francia ha ottenuto tre candidature ai Premi Lumières.

    3stelle

    Ispirato all’infanzia della sua giovane regista, Les Ogres, dopo il successo ottenuto in Francia dove ha ottenuto la nomination a miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura ai prestigiosi Premi Lumières, arriva nelle sale italiane a partire dal prossimo 26 gennaio.
    Il Davaï Théâtre porta in giro per la Francia uno spettacolo tratto dai racconti di Checov. I membri della compagnia vivono in stretto contatto tutto l’anno, ma quando una vecchia fiamma fa il suo ritorno e la nascita di un bambino si fa sempre più vicina, ecco che gli equilibri tendono ad incrinarsi pericolosamente.

    Passata alla ribalta per il suo primo lungometraggio, Qu’un seul tienne et les autres suivront, presentato alla Giornate degli Autori di Venezia 2008, Léa Fehner riprende i suoi ricordi di infanzia (il padre e la madre dirigono una compagnia di teatro itinerante) e li mescola a storie di Vita – volutamente con la maiuscola – in questa festa degli eccessi. Gli orchi del titolo sono i tanti personaggi che la Fehner gestisce in questi 144 minuti – unica nota dolente – di pellicola: il loro modo di vivere si fonda sull’eccesso più sfrenato, ma non fine a se stesso. Combattere la morte, il dolore, la tristezza con un afflato vitale che vede nell’eccesso il suo spirito più puro: questa sembra essere la filosofia che sta alla base del racconto della giovane regista francese.

    I suoi protagonisti abbandonano il loro privato per abbracciare il teatro, per abbracciare uno stile di vita mai ancorato ad un luogo preciso e frenetico: la scena della scoperta dell’adulterio, pur nella sua potente crudeltà, ne è esempio lampante. Anche il momento più tragico, quando una moglie tradisce il marito per vendetta, diventa occasione di farsa per tutto il gruppo. Ed è proprio questa l’energia che Les Ogres mette in scena: una forza brutale, ma dolce, seria, ma comica, che solo apparentemente sembra fregarsene del dramma privato e, in realtà, lo prende a calci con la potenza del sorriso. Alla Fehner piace giocare con questa ambivalenze (amore/dolore) e anche quando affronta la violenza, non può non trasformarlo in un’occasione di festa – vedi scena della rissa nel ristorante.

    Gli eccessi (forse troppi) di Les Ogres avvicinano il racconto alla vita, fanno respirare vitalità pura e semplice in ogni fotogramma e portano con sé lo sporco, il sudore e la gioia di un lavoro fatto con il cuore. Buona la direzione degli interpreti, tra cui, oltre ai familiari della Fehner, anche Lola Dueñas, Adèle Haenel e Marc Barbé: la regista riesce a creare una coralità in cui nessuno prevale sull’altro e, anche quando si concentra su alcuni di loro, è interessante notare come gli altri, quelli che definiremo secondari, con la loro presenza o intromissione, rendano ancora più forte quella scena.

    Read more »
  • ,

    Il Ragno Rosso: il fascino del male

    Presentato al Festival di Karlovy Vary nel 2015, arriva in Italia Il Ragno Rosso, di Marcin Koszalka. La fredda Cracovia degli anni Sessanta è lo scenario dell’incontro tra un serial killer e un giovane tuffatore ossessionato dalla morte e dalla violenza. In sala dal 19 febbraio.

    2stellemezzo

    Affascinato dalla storia di Karol Kot, un serial killer attivo a Cracovia negli anni Sessanta, Marcin Koszalka mette la sua esperienza da documentarista al servizio di questo suo primo lungometraggio di finzione, Il Ragno Rosso, in sala dal 19 gennaio.
    Siamo nella capitale polacca nel 1967, il giovane tuffatore Karol prova un fascino morboso verso gli efferati delitti di un serial killer che sta terrorizzando la città. Il ragazzo riesce a scoprire l’identità del killer, ma, invece di denunciarlo alle forze dell’ordine, decide di incontrarlo e studiarne il modus operandi.

    Il Ragno Rosso ci offre un ritratto cupo, quasi espressionista, della natura umana e, a rendere ancora più freddo ciò che ci viene mostrato, non ci pensano solo i costumi o la fotografia (che lo stesso regista cura), ma anche le interpretazioni dei suoi attori. Ben presto Karol e il killer diventano allievo e maestro in un gioco al massacro, nel quale entrambi, chi più e chi meno, sembrano cercare quelle attenzioni che una società omologante nega ai suoi cittadini.
    Nella scena che apre questo noir, Karol appare nudo sotto la doccia: uguale ai suoi coetanei, il ragazzo diventa simbolo di un’omologazione imposta dalla vicina Unione Sovietica, di cui la Polonia è uno dei principali Stati satellite. Le attrazioni dell’occidente (Mick Jagger e il rock and roll) sono le uniche in grado di provocare un sorriso sulla sua imberbe faccia e, nonostante la sua fama come bravo tuffatore, il ragazzo è teso nella ricerca di qualcosa che vada oltre.

    Per tutto il film, quindi, assistiamo ad un vero e proprio atto di vestizione: da nudo, omologato, Karol inizia lentamente ad indossare i vestiti imbrattati di sangue dell’assassino e arriva persino a togliere la scena al suo mentore. L’apice del successo arriva quando un poliziotto gli chiede un autografo da portare ai suoi colleghi. Da vittima di una società alienante, Karol ne diventa il carnefice e il suo ultimo ghigno, immortalato in un ritratto esposto alla Gallerie d’Arte Moderna, simbolicamente sta a sottolineare quanto per la Polonia sovietica stia arrivando la fine. Non a caso l’ultima scena del film fa un passo avanti di quasi 10 anni: il 1978, anno dell’inizio del papato di Giovanni Paolo II.

    Koszalka, grazie alla sua esperienza da documentarista, non ha intenzione di spiegarci la natura del male, ma si limita a registrare quanto accade: offre una serie di indizi, ma sta allo spettatore collegare in maniera organica quanto vede. Gran pregio della pellicola, ma, indubbiamente, anche gran difetto, considerato che lascia fin troppo in sospeso tanti elementi fondamentali per penetrare davvero in fondo alla psicologia dei suoi personaggi. Venire risucchiati da questo labirinto fatto di interni ed esterni bui, cupi e avvolti dal mistero è molto più semplice rispetto al trovare una via d’uscita che abbia un senso compiuto.

    Read more »
Back to Top