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    La Tenerezza: la ricerca della felicità

    Sono sentimenti inquieti quelli che Gianni Amelio racconta in La Tenerezza, suo ultimo film che ha aperto il Bif&st 2017 e che sarà in sala in sala da oggi, 24 aprile. In un palazzo antico di Napoli la storia di Lorenzo si intreccia con quella di Michela e Fabio, tra incomprensioni del passato e ansie del futuro.

    Trovarsi, conoscersi, empatizzare. Provare tenerezza l’uno nei confronti dell’altro. E’ tortuosa la strada che porta alla felicità e nel groviglio di scale che si intrecciano nel palazzo di Napoli in cui è ambientata questa storia, tre anime perse si incontrano per dare vita ad un microcosmo dove solo il reciproco riconoscersi può portare alla salvezza. Certo, non per tutti le cose vanno nella stessa direzione e il sacrificio dell’uno è lezione per l’altro, anche se quest’ultimo porta addosso parecchie primavere. Lorenzo (Renato Carpentieri) lo capisce dopo quella notte che ha sconvolto tutto il palazzo e la sua vita.

    La Tenerezza di Gianni Amelio affida questo necessario sentimento alla difficoltà dell’essere genitori, facendo parlare, però, non una figura materna, ma un padre: un anziano padre dai modi un po’ bruschi, ma che difficilmente si riesce ad odiare. Il Lorenzo di Renato Carpentieri è l’incarnazione della tenerezza: senza di lui, molto probabilmente questa nuova pellicola di Amelio non avrebbe il fascino che invece ha. Siamo di fronte ad un uomo solo, che ha deciso di allontanarsi da tutti, soprattutto da quei figli che, in un modo o nell’altro, hanno bisogno di lui, anche se cresciuti e indipendenti.
    In questa lode alla paternità – che nel cinema italiano si vede poco – si alternano due padri diversi tra loro: uno giovane (il Fabio di Elio Germano, che, con questo film, aggiunge al suo curriculum una bellissima prova), chiuso in se stesso, incapace di costruire un rapporto con i suoi piccoli figli, ed uno anziano, che proprio per il troppo amore si è allontanato. Nell’intreccio delle loro storie, complici anche le chiacchierate di Lorenzo con Michela (portata in scena da Micaela Ramazzotti), questi due modi di essere padre si svelano, mostrando tutte le loro fragilità mascherate da punti di forza. Così quelle passeggiate di Lorenzo e Fabio tra le vie di Napoli, che Amelio riporta in montaggio alternato, assumono un’importanza strategica per tutto il contesto. La tenerezza vive in loro e, anche se le loro azioni non superano l’esame della morale, Amelio ci invita a non giudicare nessuno, proprio perché è lui il primo a non farlo. E soprattutto perché il malessere che questi due personaggi vivono è qualcosa che ci tocca nel profondo e richiede la nostra partecipazione.

    Non c’è tenerezza senza imbarazzo, così, insieme a Lorenzo, proviamo questa sensazione quando siamo seduti a pranzo con lui, Michela e Fabio: vedere il giovane marito che imbocca la moglie senza aver bisogno di guardarla, come se Michela fosse una mappa di un territorio che Fabio conosce alla perfezione, è molto più intimo di una qualsiasi scena in cui i due si baciano o fanno sesso. Ed è proprio da qui che le molle si smuovono tutte e inizia quel viaggio che porterà Lorenzo e la figlia Elena (una Giovanna Mezzogiorno molto fuori fase nella sua interpretazione, purtroppo) a rivedere se stessi e il loro rapporto.
    Anche se le incertezze non mancano nella pellicola, soprattutto a livello di interpretazioni, La Tenerezza porta un messaggio chiaro, chiedendoci di diventare più “morbidi”, quel tanto che basta per creare empatia con gli altri: un invito a combattere le insidie e le nevrosi contemporanee senza chiudersi in un mondo tutto nostro. O, quantomeno, ad aprire, ogni tanto, una breccia seppur piccola.

     

    Fotografia di Claudio Iannone.

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    The Startup: merito e passione

    A sette anni dal suo ultimo film, Alessandro D’Alatri torna in sala con un film che racconta la storia del giovanissimo imprenditore italiano Matteo Achilli, fondatore del social network Egomnia, punto di contatto tra giovani in cerca di lavoro e aziende. The Startup è in sala dal 6 aprile.

    2012: sul web fa la sua comparsa un social network rivoluzionario, che ha l’obiettivo di mettere la meritocrazia al centro del processo di ricerca di un lavoro. Si chiama Egomnia ed è nata dall’idea del ventenne romano Matteo Achilli. Alessandro D’Alatri racconta questa storia in The Startup, il suo ultimo film che approderà nelle sale italiane a partire dal 6 aprile. Passione, tenacia e fatica: queste le parole chiave su cui si basa la pellicola di D’Alatri, messa in scena grazie ad un cast di giovanissimi attori. Quella di The Startup non è la storia di un successo, ma la storia di un ragazzo, Matteo (interpretato da Andrea Arcangeli), che ce l’ha fatta.
    Cresciuto alla periferia romana, il giovane ha vissuto sulla propria pelle una serie di ingiustizie e, anche se è stato ammesso alla Bocconi, la sua sete di rivalsa è immediata, potente. Ossessionato da quella meritocrazia che fa ancora fatica, in Italia, a trovare nel mercato del lavoro un suo terreno fertile, Matteo, aiutato dal padre e dal giovane ingegnere Giuseppe Iacobucci, vuole mostrare a tutti il suo talento e il suo impegno per trasformare il mercato del lavoro italiano in un luogo più trasparente, più meritocratico, appunto.

    Le strade che portano alla nascita di Egomnia sono tortuose, costellate da tutte quelle paure che il rischio di aprire una startup porta con sé. E anche da fattori esterni: il cambio di contesto, da Roma a Milano, porta dei cambiamenti in Matteo che da ragazzo di borgata, diventa un perfetto bocconiano, quasi insopportabile nel suo modo supponente di porsi. Andrea Arcangeli riesce a sottolineare molto bene questo passaggio, non solo attraverso un cambio di look, ma anche con una maggiore attenzione al parlato, alla scelta della giusta terminologia, al suo modo di occupare lo spazio in scena. A dargli queste grandi opportunità non solo la regia di D’Alatri, ma anche il lavoro dei suoi colleghi. Splendide le scene con il padre, interpretato da Massimiliano Gallo che piace sempre più ad ogni film che interpreta, e, soprattutto, quelle con Luca Di Giovanni, l’attore che interpreta Giuseppe, nelle quali si viene a creare un’alchimia che dà la spinta a tutto il film. Se tra questi tre personaggi si crea un legame interessante, è nel rapporto che Matteo ha con gli altri che questo legame vacilla. Ne sono l’esempio i dialoghi con Emma, interpretata da Paola Calliari: l’eccessivo sentimentalismo che emanano tende a rallentare il racconto, invalidando l’interessante velocità del montaggio.

    Nel complesso, il film di D’Alatri è un film necessario, di cui si fa bene a parlare. The Startup, come detto, non guarda al successo come termine ultimo per trovare un proprio posto nel mondo, per liberarsi da schemi e dogmatismi che imprigionano in un circolo vizioso, ma ne svela i retroscena e quanto il successo ottenuto riesca a far montare la testa di un giovane adulto e a rovinare i rapporti umani. Le origini, le radici che Matteo ha dimenticato gli vengono sbattute letteralmente in faccia in due occasioni: quando sostiene il suo esame all’università e, soprattutto, quando Giuseppe – una vera e propria ancora di salvezza – lo raggiunge a Milano e frena la sua voglia di apparire, di mostrarsi per quello che non è. Il collegamento con The Social Network è inevitabile, ma The Startup ha l’intelligenza di non imitare il film di Fincher e di ritagliarsi uno spazio tutto suo, conquistato proprio con quel “merito” e quella passione che lo stesso film decanta.

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    Il viaggio (The Journey): road-movie politico

    Il regista irlandese Nick Hamm porta al cinema lo storico incontro tra Ian Paisley e Martin McGuinnes che ha messo fine al periodo dei Troubles in Irlanda del Nord. Il viaggio (The Journey) è un road movie politico che celebra il compromesso e il dialogo. Dal 30 marzo al cinema.

    Secondo una tacita consuetudine dell’Irlanda del Nord, i politici, nei loro spostamenti, soprattutto oltreoceano, devono viaggiare insieme ai loro avversari per evitare attentati alla loro vita. Nick Hamm ha preso spunto da questa situazione per raccontare al cinema la storia di un viaggio che è avvenuto veramente e che vedeva protagonisti i leader dei due schieramenti politici in guerra per quattro decenni nel Paese: Ian Paisley, predicatore protestante leader del Fronte Unionista, e Martin McGuinness, leader di Sinn Féin e presunto capo dell’IRA, scomparso la scorsa settimana.
    L’unica differenza tra quanto narrato da Hamm in Il viaggio (The Journey) e quanto accaduto realmente, sta proprio nel fatto che nessuno sa come siano andate effettivamente le cose su quel jet privato che riportava da Edimburgo a Belfast i due personaggi. Hamm, grazie al suo sceneggiatore, Colin Bateman, sposta il viaggio da un aereo all’abitacolo di una macchina, inserisce situazioni che strizzano l’occhio alle spy-story (grazie al personaggio del compianto John Hurt) e lascia carta bianca all’immaginazione, senza sfociare nell’assurdo, ma creando qualcosa di molto plausibile.

    Grazie alle magnifiche interpretazioni di Colm Meaney e, soprattutto, di Timothy Spall, quello che abbiamo davanti è l’incontro che ha segnato la storia dell’Irlanda del Nord: due acerrimi nemici che, dopo anni di guerra, trovano il modo per venirsi incontro, per appianare le loro divergenze e, addirittura, dare il via ad una lunga amicizia che li porterà, insieme, al governo. Due ore di viaggio (come quasi la durata del film) che mettono la parola fine ai maledetti Troubles; due ore in cui alla storica intransigenza tra le due fazioni viene preferito il dialogo. Ecco che, quindi, Il viaggio (The Journey) diventa road-movie politico con una dedica specifica alla società moderna: smetterla di anteporre la chiusura intransigente, celebrare la pace e il dialogo attraverso il compromesso.

    Un messaggio necessario, scritto in bella grafia, senza sbavatura alcuna, ma traballante, a causa di alcune scelte portate avanti da sceneggiatore e regista. È pur vero che di materiale non ce n’era, ma proprio per questo motivo si poteva imboccare qualsiasi strada possibile. Invece Hamm e Bateman decidono di non andare troppo oltre, forse per paura di offendere qualcuno, e anche quando abusano di humour nero, lo fanno nel segno del (fin troppo) politicamente corretto. Manca una certa profondità nei dialoghi e gli espedienti usati per avvicinare i due mondi di McGuinnes e Paisley risultano fin troppo banali per un film che, in fin dei conti, è piacevole e scritto in maniera molto intelligente. Da segnalare, infine, quell’atipico deus ex machina rappresentato dall’autista Jack, interpretato da Freddie Highmore. Smessi i panni – portati benissimo – di Norman Bates in Bates Motel, Highmore da un’ottima prova in un ruolo di certo non iconico, ma che si lascia ricordare senza alcun problema.

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    Loving: L’amore che tutto muove

    La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha dichiarato anticostituzionali le leggi che proibivano i matrimoni interrazziali, è al centro di Loving, pellicola in sala dal 16 marzo. Jeff Nichols ci racconta questa storica vittoria attraverso i suoi protagonisti, interpretati da Ruth Negga e Joel Edgerton.

    Può sembrare assurdo, ma fino al 1967, in alcuni Stati degli USA, come la Virginia, i matrimoni interrazziali erano considerati illegali. Richard Loving e Mildred Jeter lo sapevano quando, nel 1958, decisero di scappare a Washington D.C. e sposarsi in segreto, per assicurare una famiglia al bambino che stavano aspettando. Due volte criminali (in Virginia erano considerati illegali anche i matrimoni contratti in un altro Stato), i coniugi Loving verranno prima arrestati e poi costretti all’esilio.
    L’ironia della Storia questa volta si gioca nel cognome dei due coniugi, lasciando una traccia indelebile nella battaglia verso il riconoscimento dei diritti civili per le persone di colore e non solo: Loving vs. Virginia del 1967 sarà la sentenza della Corte Suprema degli USA che dichiarerà anticostituzionali le restrizioni legali riguardanti i matrimoni interrazziali ed è Jeff Nichols che racconta le vicende che hanno portato a questa storica vittoria.

    Ispirato dal documentario del 2011 di Nancy Buirski, The Loving Story, dopo Midnight Special, il regista di Take Shelter e Mud torna ad una produzione più piccola, intenzionato a portare in scena tutta la forza dell’amore che lega i suoi protagonisti.
    Così un po’ restiamo delusi quando Nichols, per parlare del percorso che la coppia intraprende, indugia sulle inquadrature di Richard che costruisce case, impilando mattoni uno sull’altro, verificandone la tenuta e il perfetto allineamento con gli altri. Nella routine meticolosa del suo protagonista, in realtà vediamo tutta la freddezza di Nichols: distaccata da ciò che racconta, la regia non entra nel merito, lascia parlare le immagini, la storia e, soprattutto, i suoi personaggi.

    Se c’è qualcosa che davvero fa la differenza in questa pellicola, sono le interpretazioni dei suoi attori. Joel Edgerton è combattuto tra l’amore di Richard per Mildred e la rabbia verso la società che gli nega questo sentimento: ne esce bene, con qualche piccola ammaccatura, ma regge la durata del film. Più affascinante Ruth Negga, non a caso candidata all’Oscar come Miglior Attrice Protagonista: la sua Ruth solo in un primo momento sembra l’ombra del marito, dopo diventa il fulcro della vicenda, donandoci una donna che a testa alta è disposta a tutto pur di vedersi riconoscere un suo sacrosanto diritto.

    Storie come queste meritano un’attenzione maggiore quando si decide di raccontarle, perché presentano un doppio rischio: se si calca troppo la mano, viene fuori qualcosa di eccessivamente melenso e stucchevole; se si rimane troppo in disparte, il risultato è diametralmente opposto al primo. In Loving, a discapito del titolo, manca la ricerca di un equilibrio tra questi due poli e, anche se Nichols parte da buoni presupposti e ottime intenzioni, l’eccessiva ansia di non voler sfociare nel melodrammatico si trasforma in un eccesso di premura, tanto che alla fine ci troviamo davanti ad una bellissima ed importantissima storia raccontata in maniera dannatamente asettica.

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    La Bella e la Bestia: stessa melodia, pessima armonia

    Nuova vita per il classico Disney del 1991: La Bella e la Bestia approda il prossimo 16 marzo nei nostri cinema con la sua versione live action. Un cast di grandi nomi per la pellicola diretta da Bill Condon che però è lontana anni luce dal fascino del cartoon originale.

    Nel classico Disney del 1991, Tockins, mentre porta Belle in giro per le stanze del castello della Bestia, afferma: “E come dico sempre, se non è barocco è un pastrocchio“. Bill Condon ha preso troppo alla lettera quest’affermazione e così la versione live action di La Bella e la Bestia risulta così tanto barocca da sfociare subito nel pastrocchio. Sensazione che si ha sin dalle primissime scene.
    Chi non era rimasto affascinato, ventisei anni fa, da quel prologo narrato attraverso il geniale espediente delle vetrate gotiche del castello? Ecco, qui le vetrate si sono rotte: in mille frantumi, sono state calpestate da un prologo che da subito ci mette di fronte non solo alle altissime ambizioni del progetto, ma anche alle sue basi molto traballanti. E nemmeno i grandi nomi coinvolti (Emma Watson, Kevin Kline, Ian McKellen, Stanley Tucci, Emma Thompson, Ewan McGregor, Dan Stevens e, in misura minore, Luke Evans, che porta in scena un Gaston quasi migliore di quello del cartoon) ci distraggono da questa sensazione.

    Stessa melodia, pessima armonia: La Bella e la Bestia di Condon, oltre ad essere un musical puro, è una copia molto fedele del classico dell’animazione. Se si esclude qualche minimo cambiamento che non stravolge i fatti, le scene sono identiche, riprodotte in maniera fedelissima alle originali (non che sia un male, anzi). C’è però la nota dolente, almeno nella versione italiana, rappresentata dai testi delle canzoni: costretti a stare in una melodia stranota, risultano metricamente sfalzati, come se le musiche fossero troppo “strette” per quelle parole. E allora perché perdere tempo con una nuova traduzione dei vecchi testi (visto che anche qui i cambiamenti apportati non ne modificano il significato) e non concentrare di più il lavoro solo su quelle due nuove canzoni che la pellicola introduce?

    Eravamo partiti malissimo con Maleficent, ci eravamo ripresi un po’ con Cenerentola e poi avevamo tirato un sospiro di sollievo con Il Libro della Giungla. L’attesa per La Bella e la Bestia stava diventando quasi insostenibile e ora che è arrivato, non possiamo sentirci veramente soddisfatti del risultato finale: la Disney torna indietro e ancora una volta ci troviamo a riflettere sul senso di questi live action. Che non sia meramente economico.

    Non solo. A due settimane dall’uscita, scatta la polemica: nel film c’è il primo personaggio gay della storia della Disney. In Russia parte il divieto per chi ha meno di 16 anni (è propaganda!), in Alabama un cinema lo toglie dalla programmazione: cosa si saranno inventati mai alla Disney? Assolutamente niente: mera pubblicità, un tentativo di far parlare del film, visto che non ci sono elementi validi sui quali concentrare l’attenzione. Non c’è nemmeno l’ombra di una “storia gay” e se essere gay vuol dire muoversi con movenze leggermente effeminate come fa il Le Tont di Josh Gad, tanto da risultare l’ennesima macchietta, allora alla Disney devono rivedere alcune cose.
    Concludendo: qual è l’unico merito di questa nuova versione di La Bella e la Bestia? Semplicemente quello di fare in modo che i grandi classici, i cartoni animati originali, non vengano mai dimenticati a loro favore. E non ci voleva certo una trasposizione in live action per ricordarcelo.

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    La luce sugli Oceani: Adamo, Eva e l’ira divina

    Presentato in concorso alla scorsa  Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriva nei nostri cinema La luce sugli Oceani, dramma diretto da Derek Cianfrance con Michael Fassbender, Alicia Vikander e Rachel Weisz. In sala dall’8 marzo.

    Provato dagli eventi del Fronte Occidentale, Tom Sherbourne decide di isolarsi completamente e di lavorare come custode di un faro su un’isola dell’Australia, Janus Rock. Ma l’intenzione di rimanere da solo viene stravolta quando a Partageuse incontra Isabel: tra i due la scintilla è immediata, tanto che poco dopo si sposano e la donna lo raggiunge sull’isola. Sconvolti dall’impossibilità di avere un figlio, il destino li mette a dura prova il giorno in cui sulla spiaggia arriva una barca con una neonata. La coppia decide di tenerla crescendola come se fosse loro figlia, ma un’altra donna è alla ricerca della bambina: la sua vera madre.
    Tratto dal romanzo omonimo di M. L. Stedman pubblicato nel 2012, La luce sugli Oceani, il dramma di Derek Cianfrance in sala dall’8 marzo, è una storia di amori e di segreti, di lacrime e solitudine, di ritrovamenti e abbandoni.

    Sorretto dalla possente fotografia di Adam Arkapaw (anche se i paesaggi ripresi parlano da soli) e dalle musiche di Alexandre Desplat, il film mette in scena tre figure complesse, intrecciandole tra loro con una storia totalmente vittima della casualità, tanto da sembrare assurda già a un quarto dall’inizio. Il Tom di Michael Fassbender è un uomo che segue le regole, le cerca ovunque e si aggrappa a loro come se fossero l’unica fonte di salvezza. Ed è anche comprensibile, visto che quell’uomo si porta dietro il dolore e l’anarchia della Grande Guerra.
    Di contro c’è la Isabel di Alicia Vikander: il suo desiderio di essere madre la spinge a sfidare il destino, a cogliere quella mela che non doveva essere colta. Tom e Isabel come Adamo ed Eva in questo paradiso terrestre esposto ai venti, dove le correnti dei due Oceani si incontrano.
    La mela è la piccola Lucy: il frutto proibito che per quanto venga trattato come la cosa più preziosa al mondo, sarà la causa della rovina, dell’ira divina che scaraventa la coppia nella dura realtà. Tom e Isabel si muovono nel pericoloso terreno del “cosa è giusto e cosa è sbagliato“, costruiscono il loro mondo partendo da un segreto, una bugia, fino a quando  nella loro vita non entrerà quel terzo personaggio, la Hannah di Rachel Weisz, con la determinazione di una madre che non si arrende all’idea di aver perso la propria figlia. Le categorie di giusto e sbagliato diventano l’ossessione degli Sherbourne, la loro colpa ha degli splendidi boccoli dorati e un viso paffutello che farebbe sciogliere qualsiasi cuore di ghiaccio.

    Materiale che conduce pericolosamente nel regno del melodramma più scontato e banale. E Cianfrance ci inciampa in pieno: così preso dalla storia, il regista non si azzarda nemmeno per un secondo a trattare il tutto con delicatezza, ma spinge storia e personaggi in un caotico walzer di lacrime, solitudini e abbandoni. Quando tutto, poi, sembra stia per raggiungere l’apice, ecco che Cianfrance calca ancora di più la mano (la gratuita scena di Hannah che trova il sonaglino regalato alla figlia è una delle scene più terribili e crudeli della storia del cinema, molto probabilmente) con l’intenzione di toccare nel profondo l’animo di chi guarda. Arrivando, però, a scatenare la reazione contraria. Poco aiuta la recitazione, anche se l’accanimento della regia qui, si sente di meno rispetto al resto del racconto. Dispiace molto non ritrovare il Cianfrance dello splendido Blue Valentine e sarebbe stato bello ricordare La luce sugli Oceani non solo come il film “galeotto” che ha fatto innamorare Fassbender e la Vikander, ma, a quanto pare, questo resterà a lungo il suo unico merito.

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    Kong: Skull Island, mostri e citazioni

    Il secondo capitolo del MonsterVerse della Legendary Pictures, Kong: Skull Island, arriva nelle nostre sale dal prossimo 9 marzo. Jordan Vogt-Roberts dirige il reboot di uno dei franchise più importanti della storia del cinema e porta a casa una pellicola di puro intrattenimento.

    A tre anni dal primo capitolo del MonsterVerse targato Legendary Pictures, Godzilla, arriva sui grandi schermi italiani Kong: Skull Island di Jordan Vogt-Roberts. Il franchise crossover che si comporrà, per il momento, di quattro film, entra nel vivo presentandoci un nuovo “mostro”, quel King Kong che dal 1933, grazie ai registi Ernest B. Schoedsack e Merian C. Cooper, ha trovato nel cinema terreno fertile per le sue avventure.
    Alla sua ottava apparizione sugli schermi, Kong è il re incontrastato di una sconosciuta isola nel Sud del Pacifico, scoperta per caso dalla società segreta Monarch. Siamo agli albori degli anni Settanta: la guerra del Vietnam è finita da pochi giorni e una spedizione di soldati e studiosi viene inviata su quest’isola misteriosa per prevenire l’interessamento dell’Unione Sovietica. Giunti su questo paradiso inesplorato, gli uomini si ritroveranno faccia a faccia con il gigantesco scimmione, senza rendersi conto che il vero nemico si muove nel sottosuolo.

    Con un cast che comprende Samuel L. Jackson, Tom Hiddleston, John Goodman, John C. Reilly e Brie Larson, Kong: Skull Island è la quintessenza dell’intrattenimento puro, dove tutto è studiato per creare meraviglia e stupore nello spettatore. Tranquillamente si passa sopra alla pochezza dei dialoghi, alle pose retrò degli attori (vedi Hiddleston sulla barca) e all’eccessività di alcune scene quando ci si trova di fronte a immagini spettacolari e ad effetti speciali realizzati nel minimo dettaglio.
    Quello che dispiace, però, è vedere una fotocopia del primo film della serie: la struttura di Kong: Skull Island è identica a quella di Godzilla, cambiano solo mostri, location e contesto storico, ma stiamo sempre lì. Come Gozilla, Kong non ha niente contro gli uomini, a meno che questi non diano fastidio al suo ecosistema, ma è il tassello fondamentale per controbbattere gli Strisciateschi (come Godzilla con i M.U.T.O.), terribili lucertoloni rapaci che rendono quel paradiso un vero e proprio inferno. Rispetto al film di Gareth Edwards, la pellicola di Vogt-Roberts ha il merito di sottolineare meglio, più e più volte, come il vero mostro della storia sia l’uomo con la sua insensata brama di controllo su tutto ciò che si trova sulla Terra. Godzilla e Kong sono ciò di cui il nostro pianeta ha bisogno per mantenere gli equilibri sulla sua superficie: vivono indisturbati nel loro habitat e non tollerano chi arriva e si impossessa di ciò che non gli appartiene.

    Citando Full Metal Jacket (in particolar modo la sua locandina) e, soprattutto, Apocalypse Now, Vogt-Roberts affida al suo Kong: Skull Island un messaggio ecologista (e pacifista) che predomina di più rispetto alla pellicola dedicata a Godzilla. Certo, il tutto si riduce all’esaltazione della banalità, ma da un film del genere, che vuole prima di tutto intrattenere raggiungendo una fetta ampissima di pubblico, non ci si può aspettare altro.

     

     

     

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    Bleed – Più forte del destino: Storia di una rivincita

    Ben Younger porta sui grandi schermi la vera storia del pugile italoamericano Vinny Pazienza. Con Miles Teller e Aaron Eckhart, Bleed – Più forte del destino arriva nelle nostre sale il prossimo 8 marzo.

    Dicembre 1992. Al Foxwoods Resort di Mashantucket in Connecticut, il puglie italoamericano Vinny Pazienza batte sul ring Luis Santana. Quattordici mesi prima, Pazienza era stato vittima di un brutale incidente di automobile e i medici gli avevano detto che molto probabilmente non sarebbe stato più in grado di camminare. Bleed – Più forte del destino è il film drammatico diretto da Ben Younger che racconterà questa storia a partire dal prossimo 8 marzo.
    Sbruffone, playboy e molto determinato, Vinny Pazienza si fa largo nel mondo della boxe fino a quel 1991, quando vince il titolo di campione del mondo nella categoria superleggeri e quando un terribile incidente automobilistico gli spezza il collo. Costretto ad indossare l’ingombrante apparecchio Halo, Vinny non demorde e, contro il parere dei medici, inizia ad allenarsi sotto la guida di Kevin Rooney, il suo allenatore.

    Senza ombra di dubbio, quella di Bleed è una storia altamente edificante: pur risultando non particolarmente simpatico, il Vinny “Paz” di Miles Teller resta un esempio di determinazione e forza di volontà che porta il pubblico a riflettere e ad identificarsi. Il dolore di quest’uomo diventa la molla per reagire alla crudeltà della vita, che per lui ha le fattezze di una macchina fuori strada, e la sua storia assume i contorni di una rivincita, non solo nei confronti del ring, ma soprattutto nei confronti della vita, e di tutti quelli che gli avevano detto che non sarebbe mai più tornato in piedi.

    Cinema e boxe sono sempre andati d’accordo: dalla saga di Rocky fino ai più recenti The Fighter o Southpaw tutti portano in scena quella giusta carica di determinazione necessaria per affrontare non solo l’incontro stesso, ma la vita, proprio perché la boxe ne è da sempre metafora perfetta. Il rischio nel quale si può incappare sta nel farcire il tutto di retorica e demagogia, ma non è questo il caso: Younger, pur muovendosi sul filo, è bravissimo a non cedere ai facili richiami della frase ad effetto (e “Paz” è un personaggio dal quale ci aspettiamo questo tipo di battute) o delle situazioni ai limiti della morbosità.
    Sempre piacevole ritrovare Aaron Eckhart, ma ancor di più lo è vedere Miles Teller mettersi in gioco con un personaggio nuovo per la sua filmografia: Vinny Pazienza è sicuramente il più complesso e il più “adulto” dei suoi ruoli, che gli permette di mostrare la sua maturità artistica. Essenziale nella forma, con un buon equilibrio tra ironia e dramma, Bleed riesce tranquillamente a farsi apprezzare ed è una buona sferzata di energia per chi si ritrova ad avere forti dubbi sulle proprie capacità.

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    Il diritto di contare: Oggi come ieri

    Candidato a tre Premi Oscar (Miglior Film, Attrice Non Protagonista e Sceneggiatura Non Originale), Il diritto di contare porta in sala la storia di tre donne di colore dipendenti NASA negli anni Sessanta. Theodore Melfi si mette a completo servizio della storia realizzando una pellicola dal sapore più che attuale. In sala dall’8 marzo.

     

    Quando una storia ha tutti gli elementi giusti per farsi raccontare in maniera puntuale, c’è ben poco da fare, se la si vuole trasporre sul grande schermo. E sembra che Theodore Melfi lo sapesse molto bene quando, insieme a Allison Schroeder, ha deciso di scrivere la sceneggiatura di Il diritto di contare (in originale Hidden Figures, Figure Nascoste) dal romanzo omonimo di Margot Lee Shetterly.
    Siamo nella Virginia segregazionista degli anni Sessanta: le persone di colore vivono separate dai bianchi e anche alla NASA vige questa distinzione. Tra i “calcolatori umani” che l’istituto usa per effettuare le sue misurazioni, Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughan (Octavia Spencer, candidata all’Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista per questo ruolo) e Mary Jackson (Janelle Monáe), sono tre donne che ogni giorno devono affrontare discriminazioni non solo perché donne, ma anche per il colore della loro pelle. Quando Katherine viene assegnata all’equipe di Al Harrison (Kevin Costner), che studia il modo per poter permettere al primo uomo di compiere un giro dell’orbita terrestre, in un’estenuante gara contro l’Unione Sovietica, per le tre donne si affaccia la possibilità di un riscatto.

    Il diritto di contare è un film più che mai attuale: guardando quello che accadeva cinquant’anni fa non si può non riflettere su quanto poco sia cambiata la situazione. Non è bastato il primo afroamericano alla presidenza della più grande potenza mondiale, non sono bastati Martin Luther King, l’attivismo di Malcolm X, i discorsi di Nelson Mandela (e l’elenco dei nomi potrebbe continuare): di discriminazione, di razzismo il mondo si sta ammalando di nuovo, complici la “pancia” e una politica inetta quando si parla di integrazione. Melfi non pecca di retorica quando ci mostra queste tre donne nel loro quotidiano, ma si limita a riportare i fatti: il bagno per le persone di colore che si trova in un solo edificio in tutta la NASA, la macchina del caffè separata da quella per i bianchi, la lotta per avere un posto in un corso serale alla scuola pubblica, la paura di essere fermate in strada da un poliziotto. Per questa ragione la regia decide di starsene in disparte, di fare il minimo indispensabile lasciando parlare gli eventi e i sentimenti di queste tre donne.

    A far paura, in questo film, è quando ci viene mostrato come la discriminazione passi da figure che non possiamo considerare a tutti gli effetti dei “cattivi”: i personaggi di Kirsten Dunst e Jim Parsons ne sono l’esempio, così miti e innocui, sferrano la loro dose di cattiveria con i loro sguardi e le loro battute sottilmente crudeli (quell’io non ho niente contro di voi che fa sempre accapponare la pelle).
    Un cast scelto alla perfezione, tanto da vincere lo Screen Actors Guild Awards, una regia che non ha grandi ambizioni, una sceneggiatura sufficientemente equilibrata: tutto è sacrificato, in senso positivo, alla storia, senza cercare a tutti i costi chissà quale reazione nel pubblico, ma invitandolo, sottilmente e intelligentemente, a pensare al passato per riflettere sull’oggi.

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    Jackie: Biopic di emozioni

    Vincitore del Premio per la Miglior Sceneggiatura a Venezia e candidato a tre Premi Oscar, Jackie segna il debutto in lingua inglese del cileno Pablo Larraín. Un collage di frammenti che raccontano emozioni e sentimenti contrastanti di una donna diventata icona. In sala dal 23 febbraio.

    Il fango si attacca alla suola e al tacco delle scarpe. Incerta e traballante, lei continua a camminare, ostinata e fiera, alla ricerca di quell’angolo quieto dove consegnare alla terra l’amore della sua vita. Ha da poco visto esplodere sulle sue gambe la testa del marito, ha da poco affrontato il più grande dolore di vedere andare via chi si ama, ma Jackie è intenzionata a trovare, in quel tetro cimitero, l’angolo migliore dove far riposare le spoglie di John. Pablo Larraín, a pochi mesi dall’uscita di Neruda, torna al cinema con Jackie, il biopic “emozionale” su Jacqueline Kennedy, nelle sale dal prossimo 23 febbraio.

    Dopo aver vinto l’Osella per la Sceneggiatura a Venezia e aver trionfato a Toronto, Jackie è candidato a tre Premi Oscar (Miglior Attrice Protagonista, Miglior Colonna Sonora e Migliori Costumi) e segna un punto di svolta nella carriera di uno dei più interessanti registi dell’America Latina: è infatti, il primo film del cileno Larraín in lingua inglese. Scritta da Noah Oppenheim e prodotta da Darren Aronofsky, la pellicola inevitabilmente risente di influenze esterne (soprattutto quelle del suo produttore), ma Larraín mantiene il tiro della sua filmografia precedente, regalandoci un biopic che non si limita al racconto dei fatti, ma delle emozioni, andando ad ampliare un discorso che, in una certa misura, era presente anche nel suo film precedente, Neruda.

    La First Lady che ha aperto le stanze della Casa Bianca agli americani in diretta tv,  si ritrova improvvisamente in balia della solitudine, con il terrore che quei pochi anni di presidenza del marito vengano dimenticati. Al di là del discorso politico, che a Larraín interessa relativamente poco, Jackie è un ritratto intimista che sa come sfruttare a suo vantaggio anche i tratti distintivi del suo regista (le immagini sgranate e i colori tenui e freddi delle sue scene) per centrare il suo obiettivo: mettere a nudo l’anima di una donna in un momento molto particolare della sua vita. In tale senso Larraín può contare anche su un altro fattore fondamentale, Natalie Portman, meritatamente candidata all’Oscar. Regista e attrice si muovono verso un’unica direzione, una comunione di intenti che poche volte si è vista su grande schermo: mostrare prima cosa prova Jackie, poi tutto il resto.

    Così viene fuori un vero e proprio collage di momenti, anche pochi frames, che assumono importanza in questo crescendo di emozioni. La regia si districa abilmente tra continui balzi in avanti e indietro nel tempo, tanto che facilmente perdiamo la cognizione temporale di quanto stiamo vedendo. Ma non importa: Jackie non è il solito biopic e lo dimostra anche la chiara intenzione di Larraín di non voler celebrare nessuno. Il viaggio che stiamo facendo si muove nella mente e nell’anima di una donna diventata icona (la scena di lei in macchina che passa davanti ai negozi delle strade di Washington, è eloquente), che combatte con la sua fede (bellissimi i dialoghi con il prete, ultima prova attoriale del compianto John Hurt), ma che prima di tutto è madre e moglie. È soprattutto donna.

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