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    The Greatest Showman: lo spettacolo di fine anno

    La vita di P. T. Barnum al cinema con il musical The Greatest Showman. Diretto da Michael Gracey e interpretato da Hugh Jackman, Zac Efron e Michelle Williams, la pellicola arriverà nelle nostre sale il giorno di Natale.

    Definire l’anno che sta per chiudersi come l’anno del musical sarebbe un azzardo bello grosso. Sta di fatto che, in Italia, il 2017, cinematograficamente parlando, si è aperto con La La Land, il musical di Damien Chazelle, e sta per chiudersi con The Greatest Showman di Michael Gracey, in sala il 25 dicembre. Nel mezzo, altre produzioni minori, tra cui ricordiamo le italiane Ammore e Malavita dei Manetti e Riccardo va all’Inferno di Roberta Torre. Un genere che vive fortune alterne e che non facilmente incontra i favori del pubblico, ma che quest’anno ha voluto riproporsi in varie sfaccettature: da quella “autoriale” di La La Land a quella più “popolare” di The Greatest Showman (le virgolette sono state inserite volutamente).

    Michael Gracey ha voluto portare sullo schermo, romanzandola un po’, la vita di P. T. Barnum, fondatore del famosissimo circo che ha chiuso i battenti lo scorso maggio, colui che, in un modo o nell’altro, ha creato lo show bussiness. Barnum ha un unico obiettivo, quello, cioè, di creare uno spettacolo che affascini tutti, che rapisca i suoi spettatori: nel suo circo non si esibiranno solo trapezisti, giocolieri, ballerini, acrobati di ogni genere, ma anche quelli che fino a poco tempo prima erano i reietti, gli esclusi dalla società perché affetti da malformazioni fisiche. Sulla pista del tendone di Barnum si esibiscono gemelli siamesi, persone affette da nanismo o gigantismo, donne barbute: tutti alla ricerca di un loro posto in una società che li evita. Tempestato di quella retorica che in questo particolare periodo dell’anno trova terreno fertile, The Greatest Showman procede con esplosioni di colori, dialoghi abbastanza banalotti e i soliti discorsi sui sogni e la loro importanza nella vita che, in qualche modo, avevamo già sentito in La La Land.

    Ma col film di Chazelle, la pellicola di Gracey ha altro in comune: per l’esattezza si tratta di Benj Pasek e Justin Paul, autori dei testi delle canzoni sia di La La Land che di The Greatest Showman. Insieme alle musiche di John Debney, indubbiamente la colonna sonora è il punto di forza principale di questo film, seguito a breve distanza dalle interpretazioni dei suoi attori. Che Hugh Jackman sapesse cantare (e pure bene!) lo sapevamo, ma per la prima volta, e – dettaglio non da poco – senza mai togliersi i vestiti di dosso, è Zac Efron che sorprende in maniera positiva. Un po’ relegato in un angolo il cast femminile, soprattutto Michelle Williams, troppo costretta nel ruolo di perfetta mogliettina. Divertente anche la strigliatina a certa critica (teatrale o cinematografica) così piena di preconcetti e pregiudizi che se ritiene uno spettacolo troppo “pop”, allora è pessimo in partenza. Che Gracey e i suoi sceneggiatori (tra cui il Bill Condon del live-action di La Bella e la Bestia) abbiano voluto sin da subito mettere le mani avanti?

    Ma c’è una quarta nota positiva, quella più importante e che alza il livello del risultato finale: la coerenza. Gracey voleva raccontare la storia di un uomo di spettacolo, che ha creato uno degli spettacoli più longevi in assoluto, che per primo ha applicato dinamiche e meccanismi ancora oggi usati nello shobiz e l’unico modo per rendergli omaggio era solo attraverso un altro spettacolo. Obiettivo pienamente raggiunto. The Greatest Showman non spiccherà per messaggio, non proporrà chissà quale grande verità al suo pubblico, ma in una cosa non si limita: nell’offrire puro intrattenimento, pulito, senza eccessive pretese, ma solo con lo scopo di divertire e sorprendere. Ideale durante le Feste.

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    Free Fire: l’inferno, all’improvviso

    Il regista di High-Rise torna al cinema con Free Fire. Tra grottesco, ironia e un’apparente confusione, Ben Wheatley porta sullo schermo la guerra alla sopravvivenza tra due bande di criminali. Martin Scorsese alla produzione. In sala dal 7 dicembre.

    Impossibile non pensare a Tarantino o a Scorsese (che, tra l’atro, qui è produttore) mentre ci scorrono davanti agli occhi le scene di Free Fire, ultimo film di Ben Wheatley in sala dal 7 dicembre. A due anni dalle rivolte di High-Rise, il regista inglese torna a raccontare la storia di un gruppo di persone, in un crescendo di tensione strumentale proprio a far emergere le loro psicologie e non a dare all’intera pellicola quella svolta meramente action che ci si potrebbe aspettare da un titolo del genere.

    Siamo a Boston sul finire degli anni Settanta. Un gruppo di terroristi irlandesi incontra dei trafficanti d’armi, ma, a seguito di una incomprensione, qualcosa va storto e l’incontro diventa una lotta alla sopravvivenza. Ancora fermo agli anni Settanta (High-Rise è ambientato nel 1975), Wheatley li usa come pretesto per raccontare l’oggi, senza per forza ricorrere a banali semplificazioni. Ma se in High-Rise le dinamiche risultavano un po’ arrugginite, forse perché si trattava dell’adattamento da un romanzo, in Free Fire si sente tutta la sua libertà, tanto che ne viene fuori uno script intelligente e tagliente a livello di sarcasmo e ironia. Free Fire fa l’occhiolino al Tarantino di Le Iene di Tarantino, ma anche allo Scorsese di Mean Streets, mettendo in scena non tanto la traiettoria dei proiettili, quanto la resa psicologica dei suoi personaggi.

    Grazie ad un perfetto casting, Wheatley porta sullo schermo figure che spiccano, nessuna che tende ad oscurare l’altra, ma tutti con caratteristiche ben definite, senza, però, scadere nella macchietta. L’unica figura femminile, il Premio Oscar Brie Larson, non si fa intimorire dai suoi colleghi, tanto che, da sola, controbilancia egregiamente l’eccesso di testosterone. La tensione si avverte immediatamente, ma a Wheatley piace giocare con il suo pubblico: nei primi 30 minuti mette tanta carne al fuoco, ci butta addosso così tanti elementi e non ci vuole un genio per capire che da lì a poco ci ritroveremo in mezzo all’inferno. Dobbiamo solo provare a cogliere il motivo reale per cui quest’inferno si scatena, e non è facile. La scintilla si accende improvvisa, i proiettili iniziano a volare, ma non sono questi a catturare la nostra attenzione: il vero punto di forza di Free Fire sono i dialoghi, le battute e il modo con cui la regia svela i suoi personaggi durante questa estenuante lotta alla sopravvivenza.

    Free Fire è un continuo rimescolare di equilibri, con amici che diventano nemici e viceversa, un’apparente confusione senza scampo che, invece, cela una perfetta organizzazione degli elementi. Giocando con l’ironia e il grottesco, come era successo nel film precedente, Wheatley dà una buona prova di regia, realizzando un crime-action dove non importa lo sparo, il sangue o l’esplosione, ma il lato psicologico – turbato e oscuro – di chi si trova all’interno dell’inquadratura.

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    Happy End: l’Europa sul baratro secondo Haneke

    A cinque anni da Amour, Michael Haneke torna al cinema con Happy End, cinica parabola sull’Europa allo sbando. Con un fantastico Jean-Louis Trintignant e Isabelle Huppert tra i protagonisti. Dal 30 novembre in sala.

    La vecchia Europa, Calais, i migranti, la ricca borghesia allo sbando, l’insofferenza, le ossessioni che portano a perdersi per strada. Una disfatta totale. Non è leggero lo sguardo sul contemporaneo che Michael Haneke affida al suo ultimo film, Happy End, in sala dal 30 novembre. E ce ne rendiamo conto sin dalle prime immagini: i video amatoriali di una ragazzina che riprende la depressione della madre in tutte le sue fasi, fino all’overdose di medicinali, e quelli delle telecamere di sicurezza di una ditta edile che filmano il crollo di un cantiere.

    A cinque anni da Amour, il film che lo ha consacrato anche in terra statunitense, tanto da vincere l’Oscar, Michael Haneke ritorna a porre domande ai suoi spettatori. Quel suo cinema che non dà risposte, ma spinge alla riflessione, si ritrova anche qui, dove un titolo dalla forza ironica prende in giro una società sul baratro del fallimento. Che questo Happy End sia la giusta fine per quell’Europa che vacilla e a stento riesce ad affrontare, veramente unita, le sfide che le si pongono davanti? Haneke mette in scena una ricca famiglia francese, i cui membri si rivelano scena dopo scena allo spettatore fino al momento in cui quest’ultimo si rende conto che ciò che gli sta davanti è un ritratto inquietante, oscuro e tremendamente attuale.

    Il regista tedesco non salva nessuno, ma, anzi, lascia i suoi personaggi in balìa delle proprie debolezze, ossessioni e psicosi. Così su tutti spiccano due mostri sacri del cinema francese, che tra l’altro hanno già preso parte ai due grandi successi di Haneke: Isabelle Huppert (indimenticabile ne La pianista), fredda e spietata calcolatrice, interessata a salvare la faccia e il portafogli, e Jean-Louis Trintignant (già protagonista di Amour), l’unico a fare mea culpa, rendendosi conto, forse grazie alla malattia, di quanta poca sia l’umanità che lo circonda. Pur contando su un buon cast, su una regia che fugge dalla drammaturgia classica a favore di una maggiore complessità, Happy End porta con sé troppa retorica: quest’ultimo Haneke è fin troppo prevedibile, ancorato ad un tema visto e rivisto e trattato meglio altrove. Affascinanti le incursioni delle riprese da smartphone, ma l’amaro che caratterizza la storia, si sente anche nella resa che questa ha sullo schermo, lasciando in chi guarda, alla fine, non poche perplessità.

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    Roma 2017 – The Place: guardarsi dentro

    Il regista di Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese, torna al cinema con una nuova storia corale che ci invita a guardarci dentro e a fare i conti con il nostro lato più oscuro. Trasposizione cinematografica della serie tv The Booth at the End, The Place ha chiuso la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma e sarà in sala dal 9 novembre.

    Seduto ad un tavolino in un angolo di un bar, un uomo misterioso ascolta i problemi di chi si trova davanti. Prende appunti, controlla la sua agenda ed è disposto ad esaudire i desideri. In cambio, però, c’è un prezzo da pagare, un compito che mette in profonda crisi chi accetta il compromesso. The Place è il nuovo film di Paolo Genovese che, dopo aver chiuso l’edizione 2017 della Festa del Cinema di Roma, dal 9 novembre sarà nelle sale italiane. Dopo il successo di Perfetti Sconosciuti, “ho avuto la fortuna di dedicarmi a ciò che volevo – ha detto Genovese durante la presentazione del film – ho usato il credito di Perfetti Sconosciuti per proporre un film diverso, inaspettato e che potrebbe piacere al pubblico“.

    Ed effettivamente, in The Place, di novità ce ne sono a partire dall’idea di base del film. La pellicola è una trasposizione cinematografica della serie The Booth at the End, disponibile in Italia su Netflix, e ne riprende personaggi (anche se alcuni sono nuovi), ambiente e, soprattutto, tematiche. Cosa siamo disposti a fare per realizzare i nostri sogni? Quali sono i nostri limiti? Genovese pone al suo pubblico queste domande per ben 10 volte, tante quanti sono i personaggi che chiedono aiuto al misterioso uomo interpretato da Valerio Mastandrea. Un sottile filo rosso lega The Place a Perfetti Sconosciuti: lì si indagava “su quanto poco conosciamo le persone che ci sono vicine – ha detto il regista – qui, invece, si indaga su quanto poco conosciamo noi stessi“. Una riflessione sulla nostra parte più oscura attraverso una serie di storie che solo all’inizio sembrano non riguardarci e che vengono portate sullo schermo da un cast di grandi nomi. Da Valerio Mastandrea a Marco Giallini, da Sabrina Ferilli ad Alba Rohrwacher e poi Alessandro Borghi, Vinicio Marchioni, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Vittoria Puccini, ma, su tutti, Giulia Lazzarini e Silvia D’Amico.

    Così Genovese ci invita in un viaggio verso la costruzione di un sentimento di empatia nei confronti del dolore altrui: dai rapporti burrascosi tra genitori e figli alle frustrazioni quotidiane; dalla ricerca della spiritualità perduta alla voglia di sentirsi ancora amati e apprezzati. The Place ne ha per tutti e, forse, per troppi: sta proprio nella ricchezza dei temi il limite principale di questa pellicola. Non che sia un male portare lo spettatore a fare qualche sforzo in più per seguire queste storie, ma l’abbondanza di informazioni potrebbe pericolosamente portare alla distrazione: The Place si gioca tutto in uno spazio angusto, il tavolino di un bar, è un alternarsi di primi piani e dettagli proprio per permetterci di diventare un’unica cosa con i suoi protagonisti, ma resta fin troppo legato all’originale format televisivo soprattutto quando vuole cercare, per ogni storia e ad ogni costo, un finale che sia il più edificante possibile.

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    Roma 2017 – A Prayer Before Dawn: tra demoni e speranze

    Presentato nella Selezione Ufficiale dello scorso Festival di Cannes, arriva alla Festa del Cinema di Roma il film di Jean-Stéphane Sauvaire, A Prayer Before Dawn. Un viaggio nei luoghi oscuri dell’anima tra i demoni della tossicodipendenza e le speranze regalate dalla boxe.

    Un film di corpi, di violenza, dei demoni della tossicodipendenza e delle speranze di sopravvivenza regalate dallo sport. La storia del giovane Billy Moore, pugile di origine inglese recluso in un carcere thailandese per possesso di droga, sveste i panni del libro e arriva sul grande schermo con A Prayer Before Dawn, prima a Cannes e, adesso, a Roma. Il regista Jean-Stéphane Sauvaire firma un’opera che mostra la discesa agli inferi di un giovane uomo: straniero in una terra con usanze e costumi molto diversi da quelli a cui è abituato, Billy deve fare i conti con le sue dipendenze in un ambiente ostile, di cui a fatica riesce a comprenderne le dinamiche.

    Un cinema che non vuole fare proseliti, ma vuole mostrare la determinazione di chi, ad un certo punto, si trova a dover scegliere se sopravvivere o cedere. Regna il caos nella testa di Billy e Sauvaire è molto bravo a rappresentarlo soprattutto all’inizio della pellicola, quando il ragazzo ci viene mostrato nelle sue debolezze in un montaggio dal ritmo veloce. Quella droga che lo condannerà al carcere, lo porterà ad affrontare la vita in maniera diversa. In un ambiente governato dalla violenza – il duro carcere thailandese – Billy capisce che solo canalizzandola potrà trovare un posto al suo interno. La boxe è l’unico modo che ha per evadere dall’aspro regime a cui è sottoposto: nella detenzione, è la sua unica via di salvezza, l’unico appiglio a cui afferrarsi quando tutto si fa cupo e crudele. A dare volto e, soprattutto, corpo a Billy c’è Joe Cole (unico attore professionista del cast): con la sua intensa interpretazione, fisica e mentale, l’attore è capace di reggere bene un personaggio complesso, ricco di contraddizioni e conflitti interiori.

    I lunghi piani sequenza si concentrano sui corpi di chi è in scena: tutti portano i segni di un passato difficile – che siano tatuaggi o ferite – ma non per questo Sauvaire si erge a difensore di chi popola quelle carceri. Ne mostra le difficoltà, certo, mostra a cosa devono sottostare, senza chiedere a chi osserva di avere pietà, ma solo rispetto perché, in fondo, sono persone che hanno fatto gravi errori. E che ora stanno pagando. A Prayer Before Dawn non nasconde nulla, mostra la forza brutale di un combattimento, la violenza del carcere e, allo stesso tempo, la ricerca di una certa normalità (allenarsi, far parte di un gruppo, innamorarsi). Pochi i dialoghi, tanti i primi piani, solo così la macchina da presa può mostrare non solo gli incontri di boxe – ripresi da molto vicino – ma anche quelle anime che si dimenano nelle loro battaglie interiori.

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    Roma 2017 – Valley of Shadows: le ombre della crescita

    In selezione ufficiale al Festival Internazionale di Toronto, alla Festa del Cinema di Roma arriva il norvegese Valley of Shadows, di Jonas Matzow Gulbrandsen. Un viaggio di crescita di un bambino tra le oscure ombre della foresta norvegese.

    Il cinema del Nord Europa si è sempre concentrato, sin dai suoi esordi, sul rapporto tra natura e uomo. Valley of Shadows di Jonas Matzow Gulbrandsen, presente della Selezione Ufficiale sia del Festival di Toronto che della Festa del Cinema di Roma, non fa eccezione, anche se il suo protagonista è un bambino. Aslak vive in un piccolo paesino della Norvegia con la madre. Il suo amico Lasse gli mostra delle pecore brutalmente uccise da quello che pensa essere un licantropo e, dopo una sconvolgente notizia che riguarda la sua famiglia, il bambino si avventura nella vicina foresta, alla ricerca del cane scappato.

    Cupo e impreziosito dagli spettacolari paesaggi norvegesi, Valley of Shadows è il classico film sul “coming-of-age” che questa volta vede un bambino affrontare le sue paure. Il licantropo come metafora di ciò che non si conosce, come simbolo del diverso e incarnazione della paura: il viaggio di Aslak, oltre a simboleggiare il passaggio dall’età infantile ad una più matura, vuole fare luce su questo mistero per arrivare a capire ciò che gli altri hanno rinunciato a fare. La pellicola di Guldbrandsen, però, è solo capace di sfruttare nel migliore dei modi – grazie alla fotografia di Marius Matzow Gulbrandsen – i paesaggi nordici, trascurando le basi che tutto l’intero progetto dovrebbe avere. Opacizzate dalla nebbia o disturbate dai fitti rami degli alberi e dalla pioggia, le immagini che Valley of Shadows ci regala sono di una bellezza intensa, che rapisce i nostri sguardi.

    Nello svolgimento, però, ci si rende conto che la pellicola, oltre quello, non offre molto di più. Anche l’incontro di Aslak con il misterioso ragazzo nei boschi, rappresenta più un’occasione mancata che un vero e proprio colpo di scena destinato a dare quella svolta tanto attesa. Le domande dell’inizio non trovano una risposta e quando la tensione sembra crescere – come cresce l’intensità della bellissima colonna sonora realizzata da Zbigniew Preisner – le attese vengono smorzate in un nulla di fatto che lascia spaesati. Gulbrandsen aveva davanti a sé una serie di elementi che potevano essere il punto di partenza per realizzare un prodotto che spiccasse non solo per la forma, ma anche, e soprattutto, per il contenuto.

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    Roma 2017 – Insyriated: guerra, morale e sacrificio

    Vincitore del Premio del Pubblico nella sezione Panorama della scorsa edizione del Festival di Berlino, arriva alla Festa del Cinema 2017 Insyriated, il dramma firmato dal belga Philippe Van Leeuw che porta gli spettatori in una casa di una città siriana sotto assedio.

    La guerra, agli occhi di chi la vive da lontano, magari attraverso le immagini passate alla tv o in giro per il web, sono palazzi che crollano, corpi privi di vita che giacciono per strada, miseria, disperazione. Raramente c’è uno sguardo più ravvicinato, dove il dettaglio, non necessariamente crudo, prenda il sopravvento. Mostrare il terrore di chi vive quotidianamente la guerra, diventarne parte: sta in questo lo scopo di Insyriated, il film di Philippe Van Leeuw già vincitore del Premio del Pubblico alla Berlinale e presentato, in questi giorni, alla Festa del Cinema di Roma.

    Come suggerisce il titolo, Insyriated è un processo di identificazione al quale siamo chiamati. Nella casa popolata da una famiglia di sette persone, più tre vicini, ci finiamo anche noi. Inutile mantenere un atteggiamento distaccato, Van Leeuw, in un modo o nell’altro, finisce per farci diventare l’undicesimo ospite della casa. Gli basta lo scoppio di una bomba, una raffica di spari da parte di un cecchino o qualcuno che insistentemente bussa alla porta e il gioco è fatto: la paura degli undici protagonisti diventa la nostra e quel luogo claustrofobico, con tutte quelle porte e quei corridoi, inevitabilmente ci inghiottisce. Insyriated va, però, oltre. Sarebbe inutile e anche irrispettoso verso chi vive questa condizione ogni giorno, affidare al cinema questi sentimenti: nel buio della sala, protetti, chi ci dà il diritto di “fare finta che” siamo lì anche noi? Dal processo di immedesimazione, si arriva, dunque, alla questione centrale del film: cosa siamo disposti a fare, a sacrificare, per salvaguardare la vita della nostra famiglia?

    Oum (Hiam Abbass) cerca di mantenere una parvenza di normalità: si dà da fare con la domestica Delhani (Juliette Navis) per garantire ai figli, al suocero e ai suoi vicini di casa quell’ordine che vigeva nella casa prima dell’inasprirsi della guerra. Cinque generazioni costrette a stare in un appartamento e a cercare riparo in quella cucina ad ogni esplosione esterna. La guerra, in Insyriated, si sente, fa sussultare, così come sussultiamo quando bussano alla porta. Nel silenzio del palazzo abbandonato, chi osa mettere in discussione l’ordine di Oum? L’uomo-animale creatore della guerra (e creato dalla guerra), quella forza bruta dalla quale la donna vuole proteggere la casa e i suoi abitanti. Ma l’assurdità dell’evento bellico si spinge oltre e richiede un terribile sacrificio.

    Insyriated interroga la nostra morale, ci pone dei quesiti a cui ci accorgiamo di non riuscire a rispondere. Ci provano le sue protagoniste (gli uomini sono secondari in questo film): Hiam Abbass in primo luogo, con la sua intensità e la forza che riesce a dare ad Oum, e Diamond Bou Abbound (Halima), la vicina di casa dalla quale ci aspettiamo, sin dall’inizio, solo una cosa, di avere sempre più coraggio. Su tutti, lo sguardo del nonno (interpretato da un vero rifugiato siriano, come il resto del cast ad eccezione delle tre attrici protagoniste), degna conclusione di una pellicola che sconvolge per la semplicità della sua struttura, ma che non fa sconti al suo pubblico.

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    Roma 2017 – Stronger: non chiamatelo eroe

    David Gordon Green porta alla Festa del Cinema di Roma 2017 Stronger, la storia vera di Jeff Bauman, sopravvissuto agli attacchi alla maratona di Boston del 15 aprile 2013. Tatiana Maslany e Jake Gyllenhaal sono i protagonisti di una pellicola sul coraggio e la forza di andare avanti.

    15 aprile 2013. Jeff Bauman era vicino al traguardo finale della maratona di Boston. Faceva il tifo per la sua ex ragazza, che partecipava alla competizione. Qualcuno lo ha urtato mentre aspettava all’arrivo. Subito dopo, il buio e il risveglio in una stanza di ospedale. Senza più le sue gambe. Presentato alla Festa del Cinema di Roma, Stronger è il film di David Gordon Green tratto dall’omonimo libro di Jeff Bauman e Bret Witter che racconta la storia di uno dei sopravvissuti a quel tragico giorno, lo stesso che ha aiutato l’Fbi ad identificare uno degli attentatori.
    Ritrovatosi eroe senza volerlo, Jeff deve affrontare la sua nuova condizione: la sua disabilità fisica, diventa impossibilità di reagire, impotenza nei confronti del mondo che continua a girargli intorno e, soprattutto, nei confronti di ciò che la società pensa di lui.

    Un Paese che ha bisogno di nemici, ha anche bisogno di eroi: la società diventa il luogo opprimente in cui un sopravvissuto deve ricominciare a vivere. Con i riflettori puntati addosso ovunque, anche in casa, Jeff non si sente un eroe. Il suo obiettivo è quello di riallacciare i suoi rapporti con Erin, averla di nuovo affianco. Solo l’incontro con chi gli ha salvato la vita e un’inaspettata notizia saranno il motore che lo spingeranno ad affrontare, con volontà diversa, la sua nuova condizione. Stronger può contare sulla solidissima interpretazione di Jake Gyllenhaal, mai sopra le righe e intenso nel riportare sullo schermo i sentimenti di chi, almeno all’inizio, è in balìa di quello che gli succede intorno. Ottima l’alchimia con Tatiana Maslany (Erin), tanto che la coppia permette a Gordon Green di riportare sullo schermo le due facce di una stessa medaglia: la tragedia di lui è la resistenza di lei, e viceversa.

    Gordon Green indaga sulla condizione dell’eroe “involontario”, sui suoi dubbi, le sue difficoltà, e non evita di mostrarne le debolezze dovute alla sua situazione di stress post-traumatico. Lungi dal provocare pietismo in chi guarda, Stronger punta a far nascere un forte sentimento di ammirazione nei confronti di un uomo qualunque diventato improvvisamente un simbolo, ma che in realtà si è ritrovato nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Solo per amore.

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    Roma 2017 – Una questione privata: I fratelli Taviani e la Resistenza

    Tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, Una questione privata è il film che Paolo e Vittorio Taviani portano alla Festa del Cinema di Roma. Tra le nebbie delle Langhe, la guerra partigiana è lo scenario in cui s muove il dissidio interiore del protagonista. Al cinema dal 1° novembre.

    A trentacinque anni da La notte di San Lorenzo, i fratelli Taviani tornano a parlare di Resistenza, attingendo da Beppe Fenoglio il materiale per il loro ultimo film, Una questione privata, presentato nella selezione ufficiale dell’edizione 2017 della Festa del Cinema di Roma.
    Milton (Luca Marinelli) è un giovane partigiano che durante un giro di perlustrazione si ritrova davanti alla villa di Fulvia (Valentina Bellè), luogo dove i due ragazzi, insieme a Giorgio (Lorenzo Richelmy), trascorrevano le loro giornate ad ascoltare Over the rainbow. La villa gli riporta alla memoria i giorni precedenti la sua decisione di unirsi ai partigiani piemontesi e il sentimento che lo legava, giorno dopo giorno, alla bella Fulvia. Il dubbio, alimentato dalla domestica della villa, che tra Fulvia e Giorgio ci sia stato qualcosa di più di una semplice amicizia, porta Milton a cercare Giorgio, che, nel frattempo, è stato fatto prigioniero dai fascisti.

    Restando abbastanza fedeli a quel romanzo che tanto fece parlare la critica quando fu pubblicato nel 1963, i Taviani realizzano un film fin troppo classico che a pieno titolo rientra nella loro filmografia. La guerra partigiana diventa un dissidio interiore: se quei giovani combattono per sapere cosa accadrà alla fine (“Sarà interessante essere vivi dopo“), Milton si mette in viaggio per scoprire anche lui la sua verità, quella privata che lo sto logorando. Nel suo viaggio alla ricerca di un prigioniero, un fascista, da scambiare con Giorgio, l’ossessione di Fulvia prende la forma del flashback e la nebbia delle Langhe è metafora della sua confusione interiore.

    Una questione privata può contare sull’ennesima ottima prova di Luca Marinelli: l’attore, infatti, regge da solo tutta la pellicola, ma, allo stesso tempo, ne accusa le stanchezze della scrittura alla base. Solo in poche occasioni il coinvolgimento di chi osserva questa storia raggiunge picchi più importanti e il riferimento, qui, non può non essere a due scene che affascinano per la loro assoluta semplicità e bellezza: la bambina sopravvissuta all’eccidio della famiglia in un casolare tra i boschi e  l’incontro casuale tra Milton e i suoi genitori in città. Soffermarsi eccessivamente su alcuni dettagli o su alcune battute, ripetute varie volte, però, rendono quest’utima pellicola dei Taviani troppo lontana dai nostri tempi, richiamando un certo cinema del passato. Raccontare la Resistenza è un bisogno che il cinema italiano non deve dimenticare, oggi più che mai. I fratelli Taviani lo hanno fatto, con la pecca, però, di aver reso il discorso poco appetibile.

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    Roma 2017 – Hostiles: L’umanesimo di Scott Cooper apre la Festa

    La dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma prende l’avvio con il genere più longevo della storia del cinema. È, infatti, il western Hostiles di Scott Cooper ad aprire le danze della manifestazione. Tra immense vallate e montagne rocciose, la storia di un viaggio che è un “percorso dell’anima”, come lo definisce il regista stesso.

    Inclusione, riconciliazione: l’obiettivo di Scott Cooper è quello di realizzare un film che racconti proprio questi due concetti. E per farlo chiede l’aiuto al genere cinematografico per eccellenza, il western. Tra vallate e montagne di New Mexico e Montana, il capitano Joseph Blocker (Christian Bale) malvolentieri accetta di scortare Falco Giallo (Wes Studi), capo di guerra Cheyenne ora prigioniero e in fin di vita, verso le sue terre natie. Durante il viaggio incontrano una giovane vedova (Rosamund Pike) sconvolta dal violento omicidio delle sue figlie per mano di un gruppo di Comanche. Prendendo spunto da una citazione di D.H. Lawrence – “Nella sua essenza, l’anima americana è dura, solitaria, stoica e assassina. Finora non si è mai fusa” – Cooper mette in scena un viaggio tormentato, dove le ostilità del titolo non appartengono solo al mondo esterno, ma nascono dal profondo dell’animo umano.

    Hostiles è un western classico, che tanto deve al cinema di John Ford, ma riesce, allo stesso tempo, a distaccarsi dalle rigide regole del genere per abbracciare un discorso più ampio, che giunge fino ai nostri giorni. Niente di più attuale, infatti, della ricerca del nemico a tutti i costi e, purtroppo quasi utopico, pensare ad una sorta di umanesimo che riconcili gli strappi della società contemporanea. Cooper ci prova e se da un lato Hostiles si presenta come una prova formalmente ed esteticamente matura, dall’altro è la scrittura alla base che vacilla. Ce ne rendiamo conto sin dall’inizio quando ad un massacro da parte degli Cheyenne segue la brutalità dei soldati nel trattare i prigionieri. Ostili gli uni, ostili gli altri: un eccesso di politically correct che colora di ingenuità il tutto.

    Un “percorso dell’anima“, come lo definisce lo stesso Cooper, che ha tre vertici: la giovane vedova di Rosamund Pike, il capitano Blocker di Christian Bale e il capo Cheyenne di Wes Studi. A loro tre Cooper affida il ruolo di guidare lo spettatore all’interno di questo percorso. Il capitano ligio al dovere anche quando non ne è convinto, il nativo orgoglioso e la donna che affronta la perdita più grande, la morte dei figli. Ed è proprio lei la chiave di volta di tutto: il suo dolore, come afferma la stessa Pike, è così grande che “l’unica cosa che le rimane da fare è osservare ed è grazie a questa sua attenzione che parte il cambiamento“. Non la solita donna del western, che “scimmiotta l’uomo, che gioca con una pistola“, ma un personaggio femminile moderno, che fa partire un processo di rivoluzione importante. E, d’altra parte, “recentemente siamo rimasti tutti molto affascinati da quello che succede quando le donne si mettono insieme e fanno sentire la loro voce“.

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