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  • Il cecchino: Mero esecutore (?)

    Il viaggio di Michele Placido continua con Il Cecchino. Partito da Roma Sud, dopo il passaggio milanese, eccolo nella patria del Polar; anche se stavolta il film è meno ‘sentito’.
    VOTO: 3

    Ancora Placido, ancora Noir. Il viaggio del regista italiano continua. Partito da Roma Sud, dopo il passaggio milanese, eccolo approdare nella Francia, patria del Polar (termine nato dalla crasi di poliziesco e, appunto, noir), con la – sanissima e encomiabile – presunzione di dire la sua su un genere che negli ultimi anni sta trovando nuova linfa e credito anche nelle nostre sale. Oneri e onori sono, è dichiarato, da dividere con gli sceneggiatori esordienti comunque, anche se – senza esser nazionalisti noi, per una volta – sembrerebbe proprio di dover ascrivere a loro i difetti più riconoscibili di questo ‘Guetteur’.
    Dopo un prologo funzionale, ottima occasione per accordare il pubblico sul tono del film sapientemente, per altro, visto che non sarà quello l’unico tono del film), le zoppie della sceneggiatura iniziano già ad apparire sin dalla scena iniziale, un agguato ad opera di poliziotti un po’ troppo attendisti ed impreparati.
    Ferimenti, catture, intrighi, rivelazioni, personaggi a sorpresa e confronti fanno la trama successiva, a tratti avvincente, per altri versi un po’ confusa. Lo sviluppo in parallelo di diverse linee narrative e l’intenzione di seguire più personaggi è sempre interessante, ma comporta dei rischi. E i nodi vengono al pettine.
    L’idea alla base, come detto, è forse la parte migliore, compresa la originale proposta nella offerta di genere, che potrebbe funzionare meglio tanto in francia patria del polar, quanto in italia dove i thriller sembrano raccogliere più accoliti. Purtroppo i singoli succitati elementi si muovono in una cornice che continua ad ampliarsi, per l’intera durata del film, quando più quando meno, la sensazione è che la trattazione separata ed alternata dei vari soggetti non sia stata realizzata con egual perizia o equilibrio. Si oscilla tra film d’autore, polar classico, thriller, fiction tv con una fotografia (soprattutto) e una colonna sonora molto curate e all’avanguardia, le quali però non compensano certe debolezze e non alzano il voto finale che resta quel che è, pur con dispiacere, ma che non affossa la validità del prodotto finito o la sua capacità di avvincere il pubblico.

     

    NB: La recensione si riferisce alla versione presentata al Festival di Roma, più lunga e intricata di quella – poi rimontata – che esce in sala.

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  • Key of Life: Mettetevi nei miei panni

    Key of Life – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: UCHIDA Kenji
    (Giappone, 2012) – Durata: 128′

    VOTO: 3

    Un gangster dal cuore tenero, un attore fallito senza soldi che tenta il suicidio (fallendo), una donna caporedattore che programma tutto, persino il giorno delle sue nozze, senza però ancora conoscere il suo sposo e uno scambio di personalità.
    Questi gli ingredienti per la divertente commedia del regista nipponico UCHIDA Kenji , presentato anche al Festival di Toronto e al Bruxelles International Fantastic Film festival.
    Sakurai è un attore fallito senza soldi, che approfitta della perdita di memoria di un uomo scivolato su una saponetta in un bagno pubblico per cambiare la propria vita, pagare i debiti e risolvere i suoi problemi. Presto però si rende conto di essere finito in un pasticcio quando scopre che la persona a cui ha rubato l’identità è Kondo, gangster professionista. Kondo non ricordando nulla, e pensando di essere Sakurai, cerca invano di sistemare quello che resta della sua vita, partecipando anche a una parte da attore e cominciando a frequentare una ragazza Kanae che, alle soglie dei trent’anni, vuole conosce un uomo con cui sposarsi il prima possibile.
    Lo scambio di personalità, nei film è un tema vecchisimo, ma la trama di questa pellicola da un inizio molto semplice, piano si complica sempre di più, mescolando tratti di noir alla commedia pura.
    Molto carina la riflessione sulla recitazione di entrambi i protagonisti: Sakurai, che si sente un fallito, pigro e svogliato, dovrà recitare bene per sopravvivere e Kondo che, ritrovatosi a dover fare l’attore per guadagnare dei soldi, riscopre una passione inaspettata, molto lontana dalla vita che faceva prima, ma per un fortuito caso del destino, la parte che interpreterà sarà proprio quella di un gangster.

    Antonella Ravaglia

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  • Will You Still Love Me Tomorrow?: L’amore è…

    Will You Still Love Me Tomorrow? – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: Arvin CHEN
    (Taiwan, 2013) – Durata: 104′

    VOTO: 2.5

    Presentato anche al Festival di Berlino di quest’anno, dove tra l’altro ha avuto un grande successo, Will You Still Love Me Tomorrow è un film taiwanese sull’incapacità di mentire a se stessi, nel vano tentativo di omologarsi alla società che impone certi canoni.
    La commedia si articola su tre storie d’amore, collegate tra loro: Weichung è un oculista di mezz’età, sposato con Feng, da cui ha avuto un bambino. Sua sorella Mandy sta per sposarsi, ma durante la festa di fidanzamento Weichung, rincontra in bagno dopo diverso tempo l’amico Stephan fotografo gay di matrimoni. Qui scopriamo che il protagonista è omosessuale, ma ha dovuto reprimere i suoi impulsi, sposarsi e garantire un futuro alla famiglia. Le parole di Stephan e, successivamente, l’incontro con un affascinante uomo, costringono Weichung a fare i conti con la sua vera natura. Nel frattempo Feng vorrebbe un altro bambino e Mandy ha una crisi di panico e decide di lasciare il suo fidanzato San San, il quale pur di riconquistarla è disposto a tutto, èersino a farsi aiutare dai consigli di una squadra di fotografi gay capitanati da Stephan, sposato con una direttrice di marketing lesbica solo per una questione d’immagine.
    Film ricco di simpatiche gag e momenti bizzarri che ritrae in modo molto veritiero una società e un modo di pensare molto attuale anche in occidente, in cui le tradizioni morali continuano a influenzare le relazioni di coppia.
    Benchè si dimostri un po’ sottotono tutto il film, il regista Arvin Chen ha deciso di puntare tutto sul finale, dandogli una certa potenza, grazie a un discorso commovente di Weichung che lascia un finale aperto.

    Antonella Ravaglia

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  • Forever Love: Nostalgia dei vecchi film di Taiwan

    Forever Love – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: SHIAO Li-shiou
    (Taiwan, 2013) – Durata: 124′

    VOTO: 2.5

    Tra il 1956 e il 1981 vennero prodotti circa 200 film a Taiwan – attualmente conservati nella cineteca cinese di Taipei – prima che venisse imposto dal governo di usare il mandarino come lingua ufficiale. E questa commedia riprende in tono nostalgico, ma molto divertente e giocoso, i tempi gloriosi in cui si producevano quei film, facendone una parodia, forse addirittura esagerando un po’.
    Il film ambientato quasi interamente nel 1969, quando ancora queste pellicole riuscivano a portare nelle sale tantissime persone, racconta la storia d’amore tra l’ormai anziano sceneggiatore Blue Lan e l’attrice Amber Ann attraverso i ricordi di Blue, che racconta alla nipote come fosse nato tutto e che ancora si ostina a far ricordare quei momenti alla sua sposa affetta da Alzheimer.
    Una parodia facilmente riferibile al presente, in cui,  infatti, oltre ai due protagonisti principali, troviamo l’avido e squallido produttore, soprannominato Mr.Pig, la prima attrice egoista e ambiziosa che non vuole farsi rubare il posto, il bell’attore di turno che sa solo recitare parti di copione anche nella vita reale e che viene ingaggiato solo per attirare il pubblico femminile che lo adora ad ogni apparizione urlando e piangendo.
    Attraverso le riprese di quello che vorrebbe essere il nuovo film in realizzazione vediamo quali fossero gli “effetti speciali di una volta” e come un film venisse prodotto a basso costo, oltre a portare l’attenzione su un periodo felice del cinema taiwanese ormai dimenticato.

    Antonella Ravaglia

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  • New World: Scegli da che parte stare

    New World – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: LU Chuan
    (Cina, 2012) – Durata: 116′

    VOTO: 4

    Quando un poliziotto è infiltrato in una società mafiosa da più di otto anni, a un certo punto della sua vita, deve fare una scelta: scegliere se rimanere con le persone con cui ha condiviso gli ultimi anni procurandosi una certa fama, rispetto e protezione, oppure continuare a fare l’infiltrato temendo ogni momento per la sua vita e quella della sua famiglia.
    Questa la scelta che spetta a Ja-sung, ovvero Lee Jung-jae, nel nuovo fil di Park Hoon-jung incentrato sugli avvenimenti successivi alla morte del potente boss della associazione criminale chiamata Goldmoon; le gerarchie e i rapporti di forza che prima erano stabili, ora sono improvvisamente tutti da rivedere ma il conflitto interno sembra inevitabile.
    In questa già difficile situazione, interviene anche la polizia coreana, che fiuta la possibilità di allargare i propri obiettivi sui criminali, raccogliendo informazioni dall’interno e creando ancora più tensioni.
    Film coreano di notevole successo al botteghino, New World si differenzia dalle solite pellicole sulla malavita, per il minor concentrarsi sulla psicologia dei protagonisti e molto più sui giochi di potere per la conquista della vetta, con un conseguente maggior interesse alla struttura interna dell’organizzazione criminale.
    Tra i protagonisti impossibile non citare Choi Min-sik, già visto in Oldboy, che qui interpreta il senza scrupoli capo della polizia Kang.

    Antonella Ravaglia

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  • The Last Supper: Re si diventa, non si nasce

    The Last Supper – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: LU Chuan
    (Cina, 2012) – Durata: 116′

    VOTO: 2

    Viene portata sul grande schermo, nella terza serata del Far East Film Festival 2013, la celebre e avvincente storia di Liu Bang, contadino – oltre che che valoroso e coraggioso condottiero – che riuscì a diventare Imperatore, il primo della dinastia degli Han.
    Il film, con toni epici, racconta in particolare il famoso episodio conosciuto come “Banchetto alla Porta Hong”, che ha dato una svolta decisiva al processo che portò appunto Liu Bang sul trono.
    Il nobile Yu, è a capo dell’esercito più potente che guida la rivolta contro l’imperatore Qin, quando il giovane condottiero Liu si fa notare per il suo ardore, al punto da guadagnarsi in poco tempo il rispetto e l’aiuto di Yu.
    Dopo essere riuscito a farsi affidare un comando di 5000 soldati, Liu rompe l’accordo fatto col suo protettore e decide di invadere da solo la città dell’imperatore Qin. Da questo momento comincia la battaglia per il potere, che sembra non avere pù nulla a che fare col rispetto e gli ideali di un tempo, anche se durante il famoso banchetto per celebrare la vittoria, mentre i consiglieri di Yu vorrebbero punire Liu con la morte per l’insubordinazione, Yu lo lascia andare, causando inevitabilmente la sua stessa morte poco tempo dopo.
    Morto Yu, Liu potrebbe regnare indisturbato, ma la mente dell’imperatore è ormai compromessa dall’ossessione della minaccia della cospirazione, tanto da far addirittura catturare e infine uccidere persino il suo fidato amico e Generale Xin, che un tempo aveva abbandonato Yu per seguirlo nelle battaglie.
    Nonostante la facilità nel capire i fatti che si susseguono e che portano a conclusioni logiche che si ripetono inevitabilmente di era in era, seguire il film risulta faticoso, soprattutto per i continui e veloci salti temporali tra il presente e il passato raccontato.
    L’accuratezza nei dettagli dell’archittetura e nelle armature dell’epoca lo rende comunque un film interessante sotto l’aspetto culturale.

    Antonella Ravaglia

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  • Istanbul Here I Come: Dalla Malesia con fervore

    Istanbul Here I Come – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: Bernard CHAULY
    (Malesia, 2012) – Durata: 99′

    VOTO: 2,5

    La giovane Dian fa un lungo viaggio da Kuala Lumpur a Istanbul per andare a trovare il proprio fidanzato, Azad, trasferitosi lì per studiare medicina.
    Il fine ultimo di Dian, dalla personalità infantile ma affettuosa, è quello di studiare insieme, e soprattutto di sposarsi. Azad, invece appare molto imbranato e indaffarato; preoccupato delle opinioni che potrebbero farsi le persone sul fatto che una ragazza abiti in casa con lui e i suoi due coinquilini, chiede a Dian di cercarsi un’altra sistemazione. Per una serie di circostanze, la ragazza si ritroverà a condividere il suo nuovo alloggio proprio con un altro ragazzo.
    Una commedia romantica inattesa, ma molto apprezzata, e non solo per il cast. Il regista Bernard Chauly ha voluto infatti per questa pellicola attori importanti Lisa Surihani e Beto Kusyairy, ma anche una location che si è rivelata una scelta azzeccatissima: quella Istanbul capace di offrire scenari magnifici.
    Fa riflettere invece la scelta di far coabitare un uomo e una donna, che non è piaciuta molto, anche se l’intenzione del regista, probabilmente, era solo quella di creare momenti divertenti e imbarazzanti, piuttosto che far riflettere su un tema così contemporaneo.
    Nel bene e nel male, una commedia divertente, adatta sicuramente a un pubblico di giovani, che potranno apprezzare al meglio timori e speranze dei protagonisti…

    Antonella Ravaglia

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  • National Security: Il film della Tortura

    National Security – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: CHUNG Ji-young
    (sud Corea, 2012) – Durata: 106′

    VOTO: 4.5

    “Se gli eventi del passato vengono raccontati bene e accuratamente, oltre a far riflette, si può anche trovare la forza di perdonare”. Con queste parole è stato presentato alla terza giornata del Far East Film Festival National Security, film che racconta in modo molto accurato l’arresto e le torture subite dall’attivista politico Kim Geun-tea per ventidue giorni, nell’autunno del 1985, durante il regime di Chun Doo-hwan.
    Kim – prima di intraprendere con successo la carriera politica, ottenendo anche una nomina come membro dell’Assemblea Nazionale nel 1996 – era uno dei personaggi chiave del movimento democratico sudcoreano che alla fine obbligò la dittatura militare al potere a modificare la Costituzione e a introdurre le elezioni presidenziali dirette nel 1987.
    Il regista Chung Ji-young rende il film molto duro da sopportare per una forte impronta realistica: l’opprimente senso di disperazione di Kim è evidente, le torture sono mostrate per quasi l’intera durata del film, il lato umano dei carcerieri di Kim, l’empatia che nasce tra gli spettatori e i personaggi e soprattutto gli ultimi commoventi dieci minuti, in cui troviamo un Kim anziano provato dai giorni di tortura che decide di rivedere il peggiore dei suoi aguzzini, ora in carcere. Tutto arricchito dai brevi racconti quotidiani delle torture subite da altri attivisti come Kim, persone che hanno dovuto cercare dentro se stesse la forza di perdonare, nonostante la rabbia, i ricordi terribili e le umiliazioni subite.
    National Security è anche stato premiato al Busan International Film Festival nell’ottobre del 2012 e lo rende sicuramente il miglior film coreano delle giornate di Udine.

    Antonella Ravaglia

     

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  • Kiki – Consegne a domicilio: Pony Express a cavallo di una scopa

    Il genio del re dell’animazione giapponese immerso in una storia di tenerezza e formazione. Per un pubblico infantile, ma non solo.
    VOTO: 3
    Una storia tenera e forte allo stesso tempo, come la protagonista che la riempie con la sua carica vitale e il suo entusiasmo. Tratti morbidi e gentili, un vecchio abito e un grande fiocco rosso che la fa somigliare a un uovo di Pasqua: ecco Kiki, la streghetta gentile che deve imparare a mantenersi da sola.
    Miyazaki porta sullo schermo una vicenda di formazione con i toni pacati e fiabeschi che ben si adatterebbero a una serie per bambini, ma che racchiude in sé tutta una riflessione sulla crescita, la maturazione e il tormento tutto femminile delle ‘giornate storte’. La cura dei particolari e la vivacità dei colori fanno di ogni ambientazione una tavola da collezione: la città disegnata dall’autore è un misto fra tutte le città europee, immersa nel sole e piena di verde, avvolta da una tranquillità e da ritmi ora da metropoli, ora da paesello di provincia.
    Quasi si legge tra le righe il desiderio di trarne una serie televisiva…

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  • The Gangster: giovani e mafia nella thailandia anni 50

    The Gangster – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: Kongkiat KHOMSIRI
    (Tailandia, 2012) – Durata: 115′

    VOTO: 4

    Terzo lungometraggio del regista Kongkiat Khomsiri, il film è un remake dell’opera di Nonzee Nimiburt, Dang Bireley’s and the Young Gangster, del 1997.
    Con diverse modalità di narrazione e montaggio, la narrazione gioca tra stile documentaristico e fiction, grazie anche a interviste autentiche a giovani degli anni cinquanta che si alternano all’azione drammatica, le canzoni di Elvis Presley e altri artisti del rock’n’roll che risuonano per tutto il film, le immagini stilizzate a colori e in bianco e nero; tutti elementi che fanno di questo nuovo film di Kongkiat, evidente prosecuzione del filone di sangue e violenza cominciato con Slice, un vero e proprio capolavoro nel genere.
    Diversamente dalla versione di Nonzee, The gangster si concentra sulla vita di Jod, famoso tra i giovani malavitosi locali degli anni Cinquanta come ‘vero duro’, pur gerarchicamente subordinato a Dang.
    La solidarietà maschile, i modi della cavalleria thailandese, valori come la gratitudine, il rispetto e l’amicizia, dipingono Jod come un gentiluomo che si ritrova in un mondo sbagliato; e forse è per questo che segue Dang senza mai metterlo in ombra. C’è solo un motivo che può indurlo a sfidare il capo e a derogare dall’obbedienza solita, l’ordine di uccidere i propri amici, la sua vera famiglia.
    Si evidenzia così come Jod e The Gangster mostrino al mondo i diversi valori che animano i banditi, scavando alle radici della cultura thailandese.
    Una ‘piccola’ perla all’interno della selezione dei film presentati al Far East Film Festival di quest’anno, un lungometraggio sicuramente da non perdere.

    Antonella Ravaglia

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