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    The Idol: sognare a Gaza

    La storia vera di Mohammed Assaf, vincitore dell’edizione 2013 di Arab Idol, arriva nelle nostre sale dopo la presentazione al Torino Film Festival. Hany Abu-Assad dirige The Idol, film in cui le buone intenzioni dell’inizio lasciano il posto ad un eccessivo sentimentalismo. Al cinema dal 14 aprile.

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    Era il 2013 quando Mohammed Assaf vinse la seconda stagione di Arab Idol, programma televisivo dedicato ai nuovi talenti musicali del mondo arabo (in base al format Pop Idol creato da Simon Fuller). Oltre alla sua incredibile voce, la storia di Assaf fece il giro del mondo per il suo profondo significato e dal prossimo 14 marzo arriva in Italia il film che racconta le sue vicende: The Idol, del regista palestinese Hany Abu-Assad.
    La notte in cui Assaf ha vinto la competizione canora, il mondo arabo era letteralmente incollato davanti agli schermi televisivi: il giovane, classe 1989, è cresciuto nella Striscia di Gaza, quei pochi chilometri quadrati di terra dove si reggono, in maniera molto precaria, gli equilibri mondiali.

    Diviso in due parti, The Idol si apre raccontandoci l’infanzia di Mohammed: tra le strade sterrate, i palazzi crollati e le piazze distrutte, Assaf mette su un piccolo gruppo con la sorella e alcuni amici. Il suo talento è eclissato solo dalla sua enorme modestia e timidezza, ed è solo grazie alla sorella che lo sprona, che il sogno di Mohammed prende piede ogni giorno di più, fino a fargli compiere il grande passo: scappare da Gaza e raggiungere l’Egitto, dove si tengono i provini per il casting del programma.
    Il film di Abu-Assad diventa la storia di un popolo intero che nel ragazzo di Gaza ripone tutte quelle speranze secondo le quali, anche in un territorio disagiato, anche vivendo di stenti e in circostanze estreme, i sogni rendono migliore qualsiasi situazione. E non è un caso che la sera della finale di Arab Idol, tutto il mondo palestinese si è riversato in massa nelle piazze per ascoltare la voce di Mohammed e sperare nella sua vittoria.

    Ad una prima parte molto toccante, ben trainata dalle interpretazioni dei giovanissimi attori, soprattutto quella di Hiba Attallah (Nour, la sorella di Mohammed), segue una seconda parte che fa perdere molto del suo fascino alla pellicola. L’ironia della prima parte, che ci mostra dei bambini forzatamente più grandi di quello che sono – crescere a Gaza comporta anche questo, purtroppo – lascia il posto al sentimentalismo, sul quale Abu-Assad spinge troppo l’acceleratore, finendo per portare sugli schermi un racconto popolare usando canoni molto classici che appesantiscono il tutto.

    Se finora Abu-Assad ha raccontato la guerra attraverso le pellicole Paradise Now (2005) e Omar (film che nel 2013 è stato candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero), con The Idol ci porta in un luogo dove la guerra si vede solo nelle macerie e nella precarietà dell’esistenza, dove dei bombardamenti si vedono solo le conseguenze e i sogni diventano armi più potenti, dove i militari sono vecchi amici e, anche se hanno avuto ordini precisi, ti concedono di lasciare quella terra troppo stretta e troppo crudele. Il crescendo della prima parte del film, però, si appiattisce con la seconda parte, per arrivare ad un finale dove il volto dell’attore protagonista, Tawfeek Barhom, lascia il posto a quello del vero Mohammed Assaf e dove le immagini di repertorio prendono il sopravvento. Creando un senso di spaesamento in chi guarda che, purtroppo, penalizza ulteriormente l’opera finale.

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  • Race – Il colore della vittoria: il mito di Jesse Owens

    Il regista Stephen Hopkins fa rivivere al cinema la leggenda di Jesse Owens, campione olimpionico che sfidò il Terzo Reich partecipando alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dove vinse ben quattro medaglie d’oro. Ne viene fuori Race – Il colore della vittoria, film che preferisce mostrare l’eroe piuttosto che concentrarsi sull’uomo. In sala dal 31 marzo.

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    La storia dello sport è fatta di personaggi che hanno fatto parlare di sé a lungo. Alcuni di questi sono entrati nella leggenda, non solo per aver stabilito record che per decenni sono rimasti imbattuti, ma anche per l’alto valore simbolico che avevano le loro imprese agonistiche. Tra questi, Jesse Owens è sicuramente l’atleta che più di tutti ha scritto le migliori pagine della storia dello sport e il regista Stephen Hopkins racconta la sua storia in Race – Il colore della vittoria, in sala dal 31 marzo.
    Siamo nel 1936: a tre anni dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, in Europa il regime nazista di Hitler vuole mostrarsi in tutta la sua potenza al resto del Mondo e lo fa usando lo sport, così Berlino diventa il fulcro delle Olimpiadi più discusse della storia. Gli Stati Uniti decidono, in un primo momento, di boicottare l’evento, ma ben presto il Comitato Olimpico Americano, grazie alla mediazione di Avery Brundage (nel film interpretato da Jeremy Irons), decide di partecipare ai giochi. Tra gli atleti che arrivano nella capitale del Reich vi è Jesse Owens (Stephan James), ventitreenne di colore originario di Cleveland. Un duro colpo per il regime nazista, soprattutto quando Owens vince ben quattro medaglie d’oro e stabilisce nuovi record mondiali.

    Non nuovo al genere biopic (si veda Tu chiamami Peter del 2004, dedicato all’attore Peter Sellers), Hopkins porta al cinema una storia che, nel modo in cui viene raccontata, non va oltre al mito. Classico nella forma, focalizzato più sull’eroe che sull’uomo Owens, Race – Il colore della vittoria esalta, come giusto che sia, i valori dello sport, ma si dimentica di donare al suo pubblico dei personaggi in cui rispecchiarsi, cosa importante soprattutto per quei film che raccontano storie di uomini o donne realmente esistiti. E così Stephan James ci regala un Owens che è più una macchina da guerra, un corpo capace di sfrecciare con grazia e precisione sulle piste dello Stadio e che sin da subito è dipinto come un eroe, un punto di riferimento irraggiungibile. Nemmeno il rapporto che Owens stringe con il suo allenatore Larry Snyder (Jason Sudeikis) viene approfondito in quella chiave psicologica che potrebbe permettere al film di toccare ancora di più nel profondo le emozioni del suo pubblico. Sia chiaro, Race – Il colore della vittoria non lesina di emozionare (a volte anche in maniera piuttosto didascalica), ma il regista preferisce percorrere la strada del politically correct e non azzardare nella presentazione dei personaggi. Talmente corretto che il discorso sulla discriminazione che Owens subisce in madrepatria (l’atleta verrà invitato alla Casa Bianca ben quarant’anni dopo la sua partecipazione alle Olimpiadi di Berlino, nel 1976) viene relegato solo in alcune – e poche – scene del film e a ridosso dei titoli di coda, mentre grande spazio viene dato alla reazione dei rappresentanti del regime nazista dopo le vittorie dell’atleta, secondo la logica piuttosto elementare e noiosa del “noi siamo i buoni, loro i cattivi”.

    Interessante, invece, l’importanza che nella vicenda il regista affida a Leni Riefenstahl (interpretata dalla Carice van Houten di Game of Thrones): a lei spetta in un primo momento il ruolo di mediatrice tra l’algido Goebbles e il focoso Brundage, per poi concentrarsi sul ruolo che la regista ha avuto nel realizzare il più grande film (e capolavoro) di propaganda che sia mai stato realizzato, Olympia, con la sua esaltazione dei corpi degli atleti (compreso quello di Owens). Se il merito di Race – Il colore della vittoria sta nel far rivivere una leggenda dello sport, la grande pecca sta nella decisione di Hopkins di muoversi più verso una struttura formale impeccabile che verso una certa sostanza.

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    Il condominio dei cuori infranti: surreale banlieue

    Un astronauta, un ragazzo abbandonato a se stesso, una madre il cui figlio è in carcere, un asociale burbero, un’attrice che ha perso qualsiasi interesse nei confronti della vita, un’infermiera nostalgica: Il condominio dei cuori infranti di Samuel Benchetrit è popolato da un’umanità misera e solitaria. E dal loro incontro ne nasce un film surreale, ma ricco di speranza. In sala dal 24 marzo.

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    Raccontare la banlieue è una delle imprese in cui il cinema francese si è cimentato negli ultimi anni. Che sia una commedia o un film drammatico, quel delicato luogo di confine ha avuto modo di esprimersi in vari modi, ma raramente quel racconto raggiunge livelli poetici così forti come accade in Il condominio dei cuori infranti, in sala dal 24 marzo.
    Samuel Benchetrit adatta per il grande schermo alcuni racconti di Les Chroniques de l’Asphalte, un suo libro del 2005, per portarci in una banlieue popolata da personaggi molto diversi da quelli che siamo abituati a vedere. Dal cielo grigio che sovrasta la città, l’astronauta americano John McKenzie (Michael Pitt, che ci fa molto piacere ritrovare in questo film), finito fuori rotta, precipita sul tetto di un palazzo e qui viene accolto dalla signora Hamida (Tassadit Mandi), che lo ospita in casa fino a quando la Nasa non verrà a recuperarlo. Nello stesso palazzo vivono anche Stemkowitz (Gustave Kervern), che per un incidente sulla cyclette finisce sulla sedia a rotelle e conosce una nostalgica e timida infermiera (Valeria Bruni-Tedeschi), e il giovane Charly (Jules Benchetrit), che vive con una madre assente e che non esiterà ad aiutare la sua nuova vicina, l’attrice Jeanne Meyer (Isabelle Huppert), rimasta fuori casa.

    Il condominio dei cuori infranti (titolo italiano per l’originale Asphalte) partendo dall’immagine, a volte metaforica, della caduta, vuole raccontare storie di risalita. John cade dal cielo con la sua capsula spaziale; Jeanne ha perso qualsiasi interesse verso il suo lavoro ed è vicina all’oblìo; Stemkowitz cerca l’evasione pedalando sulla sua cyclette, ma dopo 100 km cade a terra ed è costretto ad usare la sedia a rotelle. Tutti e tre avranno modo di incontrare, in questo strano condominio, altri personaggi che, in un modo o nell’altro, sono rovinosamente precipitati sull’asfalto, appunto. Con le sue immagini pulite, i dialoghi minimi, ma ricchi di ironia, i lunghi piani sequenza e il sarcasmo delle situazioni raccontate, ai limiti del surreale, la pellicola di Benchetrit porta poesia nel grigiore della periferia (le interpretazioni che ciascuno personaggio dà al rumore sinistro che ogni tanto si sente, ne sono un esempio meraviglioso) e permette ai suoi personaggi di redimersi da tutte quelle insoddisfazioni, preoccupazioni e dispiaceri che hanno avuto un peso notevole nella loro vita.
    Tutti, in questo film, hanno perso qualcosa – la strada di casa, il figlio in carcere, l’amore materno, la fiducia nel futuro e nel prossimo, la spensieratezza della gioventù, l’amore e l’interesse per la vita – ed è solo incontrandosi che questi personaggi potranno dirsi effettivamente completi.

    La loro è una solitudine interiore che si espande anche all’esterno, occupando i luoghi della periferia, dove, però, il senso di solidarietà è tanto forte da creare legami così importanti che, se finiscono per un qualche motivo (come quello tra John e la signora Hamida), non si dimenticano mai. E l’unico scopo dei gesti compiuti è quello di far sorridere l’altro, di infondergli quella speranza che al momento non c’è. Poetico, a tratti surreale, mai banale e intriso di un profondo umanesimo, Il condominio dei cuori infranti ci invita a trovare dentro di noi la nostra interpretazione a quello strano rumore che ogni tanto sentiamo (fantasmi? Urla di bambini? Mostri?) e ci fa vedere come sotto tutto il grigiume che ricopre il nostro mondo, ci sia ancora tanto spazio – e tante risorse – per incontrarsi.

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    Il mio grosso grasso matrimonio greco 2: i soliti Portokalos

    Dopo il successo del primo capitolo, torna al cinema la famiglia Portokalos alle prese con un nuovo matrimonio. Nia Vardalos scrive Il mio grosso grasso matrimonio greco 2, questa volta diretto da Kirk Jones. Tra situazioni già viste nel primo capitolo e altre che meritavano un maggiore approfondimento, la pellicola, in sala dal 24 marzo, diverte, ma non osa.

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    Confusionari, uniti (fin troppo) ed esilaranti: i Portokalos sono tornati. A quattordici anni dal primo film, Nia Vardalos scrive Il mio grosso grasso matrimonio greco 2, diretto da Kirk Jones. La nuova pellicola, in sala dal 24 marzo, vive di tanti momenti revival, ma riesce comunque a far trascorrere un’ora e mezza di divertimento.
    In questo nuovo capitolo, Toula e Ian si fanno da parte per lasciare la scena a Gus e Maria. Mentre sta cercando di scoprire se tra i suoi antenati figura Alessandro Magno, Gus si imbatte nel certificato di nozze e si accorge che non è stato firmato dal sacerdote che ha celebrato l’unione. Il matrimonio è nullo e tocca organizzarne uno nuovo. Ancora più grande, ancora più maestoso e ancora più kitsch rispetto a quello di Toula.

    Mossa vincente, quella della Vardalos (che per il primo film fu candidata all’Oscar per la sceneggiatura), di spostare l’attenzione su questi due personaggi che nel 2002 avevano fatto breccia nel cuore degli spettatori (ve la ricordate la scena della “cassata”?), ma anche abbastanza furbetta. Il mio grosso grasso matrimonio greco 2 ripropone quegli elementi che nel primo film avevano suscitato l’ilarità del pubblico cambiandoli quel tanto che basta per mantenere ben oleati i meccanismi interni della storia. Dispiace che non ci sia stato quel passo in più che avrebbe dato carattere alla pellicola. A parte l’inizio quasi uguale al film del 2002 (Toula e Gus che si apprestano ad aprire il Dancing Zorba) e l’immediato “momento nostalgia” che ne consegue (gli occhiali “a fondo di bottiglia” che Toula indossa nella pellicola precedente), la prima parte del film vede il ritorno di battute e situazioni (a partire dal “Perché tu vuoi lasciarmi?“) già viste e sentite, cambiate solo di qualche virgola (e cioè il personaggio che le pronuncia).

    Nella seconda parte il film prende una strada tutta sua, ma manca comunque di una certa dose di originalità e alcune nuove situazioni vengono presentate e trattate in maniera piuttosto sbrigativa, come la crisi tra Toula e Ian o l’organizzazione del matrimonio: vedere Maria Portokalos (e le sue parenti) alle prese con una rigida wedding planner poteva dare quella marcia in più al risultato finale e, magari, togliere tempi alla scena del matrimonio vero e proprio (con un parallelismo generazionale che suggerisce, forse, un terzo capitolo). Sottotono le interpretazioni della Vardalos e di John Corbett, ma in in splendida forma appaiono Michael Constantine (Gus), Lainie Kazan (Maria) e Andrea Martin (zia Voula), che riescono anche a sovrastare la nuova generazione dei Portokalos (capeggiata da Paris, figlia di Ian e Toula e interpretata da Elena Kampourish). E’ vero, Il mio grosso grasso matrimonio greco 2 manca di quella dose di coraggio in più per arrivare ad eguagliare il primo film, ma comunque, con qualche acciacco, riesce a divertire.

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    The Lesson – Scuola di vita: Morale in bilico

    Al loro debutto alla regia in coppia, i bulgari Petar Valchanov e Kristina Grozeva portano in sala i dilemmi morali di una austera insegnante di inglese. Presentato al Toronto International Film Festival nel 2014, arriva, dal 17 marzo, in Italia The Lesson – Scuola di vita, film che vuole raccontare la realtà, ma se ne allontana.

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    Qual è la ragione che spinge una persona rispettabile a diventare una criminale? E’ questa la domanda da cui partono Kristina Grozeva e Petar Valchanov, i due registi bulgari che debuttano in coppia con il lungometraggio The Lesson – Scuola di vita, nelle sale italiane a partire dal 17 marzo.
    Così, telecamera alla mano, i due registi seguono la protagonista della loro storia, l’austera e severa professoressa Nadia che promette ai suoi studenti di trovare il ladruncolo che ha rubato loro i soldi della merenda. Ma quando Nadia torna a casa, si trova davanti ad una situazione inaspettata. Il marito non ha pagato i prestiti ricevuti per acquistare un camper, che avrebbe dovuto riparare e rivendere. Davanti al pignoramento della sua casa, Nadia vede il mondo crollarle addosso e si rimbocca le maniche per trovare una soluzione. Al tempo che scorre veloce corrisponde l’inutilità dei suoi sforzi e la donna è costretta a chiedere aiuto ad un usuraio. Ma non basta e così è costretta a rapinare una banca.

    Da un fatto di cronaca realmente accaduto in Bulgaria qualche anno fa, i due registi si muovono con uno stile obiettivo e distaccato all’inseguimento di Nadia, dei suoi sforzi e delle sue difficili decisioni. A fronte di una crisi economica tangibile e spietata, Nadia non si dà per vinta. Interpretata dall’attrice Margita Gosheva, Nadia è l’unica protagonista di un racconto che mostra la forza di una donna (delle donne) nell’affrontare in maniera precisa, puntuale e fredda – forse un po’ troppo, in questo caso – anche il più terribile dei drammi.
    Il racconto crudo dei due registi si muove all’interno dei conflitti interiori della loro protagonista, soprattutto quelli che intercorrono tra la sua moralità e le sue azioni. Alla fine di tutto, che tipo di lezione potrà dare al ladro di soldi della sua classe? Dopo quello che ha fatto, sarà ancora in grado di punire il colpevole? Nadia è una donna che combatte contro il cinismo del mondo dell’economia (la scena in cui Nadia si appresta a pagare i pochi soldi che restano per saldare il conto con la banca ne è uno splendido esempio), pronta a fare di tutto per salvare la sua famiglia, ma non disposta a scendere a compromessi.

    Presentato nel 2014 al Toronto International Film Festival e al Festival di San Sebastian, The Lesson – Scuola di vita non ha avuto nessun tipo di finanziamento dalla Bulgarian Film Commission, unico ente nazionale di finanziamento presente in Bulgaria ed è stato realizzato solo grazie alla tenacia dei due registi e di tutta la troupe (attori compresi). Impresa lodevole e per questo merita l’attenzione degli spettatori, ma non si può chiudere gli occhi davanti a quelle che risultano delle importanti pecche in questo film. Si può partire dal dato che prima di tutto risalta agli occhi: l’estrema lentezza del film. Le lunghe inquadrature sulla protagonista, anche quando non fa assolutamente nulla, risultano eccessive se l’obiettivo è quello di ottenere una profonda caratterizzazione della donna: la Gosheva da sola, infatti, riesce perfettamente nell’intento sin dall’inizio del film. Parte dalla realtà, The Lesson – Scuola di vita, e vuole raccontarla, ma è proprio questo elemento reale che viene a mancare quando si assiste a tutte le peripezie che la donna è costretta ad affrontare. Una serie di eventi che provoca solo un forte senso di spaesamento da parte dello spettatore e un pericoloso distacco del racconto dalle sue sacrosante e interessanti premesse.

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    El Club: i reietti di Larraìn

    Dopo i tre film sul Cile di Pinochet, Pablo Larraìn torna nelle sale italiane con El Club, film che vuole concentrarsi sulle contraddizioni della Chiesa Cattolica e sulla natura del peccato. Dall’estetica sporca e sfocata, la pellicola disturba per le sue immagini e le storie che racconta, ma conferma ancora una volta la grande maestria del regista cileno. In sala dal 25 febbraio.

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    Chiusa la trilogia dedicata al Cile di Pinochet e composta dai film Tony Manero (2008), Post Mortem (2010) e No – I giorni dell’arcobaleno (2012), il cinema oscuro e disturbante di Pablo Larraìn torna con la potenza travolgente di El Club, nuova pellicola del regista cileno in sala dal 25 febbraio.
    Ci troviamo a La Boca, piccola località sull’Oceano in Cile. Su una scogliera sorge una casa nella quale vivono quattro preti e una suora. Quello che sembra un luogo di raccoglimento e preghiera si rivela subito per ciò che è realmente: un luogo di penitenza, una prigione dagli orari ferrei, scanditi da preghiere e canti religiosi. I quattro preti, durante la loro carriera, si sono macchiati dei peccati più abietti, dalla pedofilia alla vendita di neonati, e la Chiesa Cattolica ha deciso di allontanarli nascondendoli in un luogo dimenticato. Quel “club” del titolo può fare riferimento non solo alla casa dove sono stati esiliati i quattro preti, ma anche la Chiesa stessa, con le sue ferree regole alle quali sottostare e adeguarsi. In tal senso si può anche dire che El Club non segna uno stacco netto dalla produzione precedente del regista, anzi, potrebbe essere tranquillamente considerato un suo prolungamento.

    Crudele, fastidioso, spietato, El Club mette in scena l’aberrazione umana, senza però puntare il dito contro nessuno: quei preti hanno commesso dei crimini atroci, è vero, ma Larraìn non li considera né più e né meno di quello che sono, dei peccatori. Il peccato è umano ed è proprio l’umanità ad essere messa in discussione tra le ombre, le immagini sporche e le sfocature presenti in dosi massicce nel film. Larraìn, facendo molta attenzione a non pronunciare mai la parola Vaticano e senza sfociare nel più banale anticlericalismo, racconta di una Chiesa che copre crimini e lo fa attraverso la figura aitante del giovane padre Garcìa, incaricato di far luce su una tragica morte avvenuta nella casa. Padre Garcìa, quindi, si fa promotore di un nuovo corso, quello che non prevede misericordia nei confronti dei prelati che si macchiano di quei crimini, ma vuole consegnarli nelle mani della legge dell’uomo per essere giudicati definitivamente (“Ed io vi manderei in prigione“, urla durante una discussione con gli altri colleghi). Ma il regista vuole portare alla luce quella che è la più grande contraddizione che sta alla base della Chiesa: la sua umanità, il suo essere un prodotto dell’uomo e, quindi, qualcosa di corruttibile. L’orrore delle confessioni che padre Garcìa ascolta, lo investe totalmente e così l’idealismo iniziale cede il passo alla fallibilità umana. E quella Chiesa che voleva epurare, si ritrova a coprire (ancora una volta) il male, dicendo addio a quei labili bagliori di cambiamento.

    Ed è vittima del peccato dei preti anche Sandokan, uomo disturbato mentalmente che da bambino ha subito un abuso sessuale da parte di un sacerdote. Grazie a Sandokan, Larraìn mette sullo stesso piano tutti i personaggi di questo film, reietti e miserabili nella loro esistenza. Il messaggio è forte e tocca il suo punto massimo nell’ultima mezz’ora della pellicola, quando la tensione sfocia nella violenza assoluta senza permetterci di tenere a bada le emozioni. Lasciandoci con la crudele lezione in base alla quale il cambiamento non è possibile e il male sarà sempre coperto da altro male.

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    Perfetti Sconosciuti: La cena dei disastri

    Il decimo lungometraggio di Paolo Genovese, Perfetti Sconosciuti, ci porta all’interno di una casa dove è in corso una cena tra amici. Al centro del tavolo, i loro cellulari: per una sera, tutti sapranno i fatti di tutti. E quello che ne viene fuori è una commedia che brilla, che esplode in tutta la sua potenza. Con alla base un’ottima sceneggiatura e un cast in splendida forma, Perfetti Sconosciuti sarà in sala dal prossimo 11 febbraio.

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    Dopo Il nome del figlio e Dobbiamo parlare, arriva nelle nostra sale, il prossimo 11 febbraio, una nuova commedia dallo stampo teatrale che mette in una stanza un gruppo di persone con i loro segreti e le loro bugie, Perfetti Sconosciuti. Questa volta, però, possiamo affermare con tranquillità che quel percorso iniziato con il film della Archibugi e passato tra le mani di Rubini, qui rasenta la perfezione. Al suo decimo film, Paolo Genovese confeziona una pellicola che trasporta, che fa ridere di gusto e che ci fa riflettere come poche (ridonando alla commedia quello spirito che le è proprio per definizione).

    Metti una sera a cena sette amici e…i loro cellulari! Partendo da una citazione di Gabriel Garcìa Màrquez (“Ognuno di noi ha tre vite: quella privata, quella pubblica e quella segreta“), Genovese (insieme ai suoi sceneggiatori: Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello) ci conduce nella casa di Eva (Kasia Smutniak) e Rocco (Marco Giallini), intenti a preparare la cena da servire ai loro amici di sempre: Cosimo (Edoardo Leo) e Bianca (Alba Rohrwacher), Peppe (Giuseppe Battiston), Carlotta (Anna Foglietta) e Lele (Valerio Mastandrea). Si chiacchiera tra amici, ci si scambiano battute fino a quando Eva non propone un gioco: mettere sul tavolo tutti i cellulari e ascoltare, leggere e vedere tutti insieme le telefonate, i messaggi o le fotografie che arrivano durante la serata. Sin da subito capiamo che tutti loro hanno qualcosa da nascondere, vista la loro reticenza, ma mai potremo immaginare quello che Genovese & Co. sono riusciti ad orchestrare.

    Il gioco si trasforma in un massacro: se in un primo momento ad essere in crisi sono le singole coppie, ben presto la catastrofe incomberà sul rapporto di amicizia che lega ciascuno dei personaggi. E lo spettatore è li, seduto a tavola con loro, a quell’ottavo posto lasciato vuoto dalla la nuova fidanzata di Peppe, che non si è presentata perché malata. E lì ridiamo di gusto alle battute dei vari personaggi (interpretati magistralmente da un gruppo di attori formidabili), iniziamo a sospettare dinamiche particolari, nutriamo dubbi su ciascuno di loro e restiamo scioccati dalla piega che prende l’intera serata. Perfetti Sconosciuti, grazie alla maestria della regia, ci guida in questa escalation verso il disastro: dalla risata più libera e spensierata al buio più totale, fino a raggiungere l’amaro, anzi, amarissimo finale (che merita una standig ovation).

    Una commedia equilibrata che ha alle basi una scrittura fine, intelligente e mai scontata. Una rappresentazione di caratteri e personalità così varia che, quando le cose iniziano a prendere una piega particolare, ci rendiamo conto che Genovese ci sta mostrando noi stessi, riflessi in uno specchio. Anzi, nello schermo dello smartphone. Il tutto condito da una per niente velata metafora: l’eclissi di luna. Ed ecco che le nostre tre vite, quella pubblica che concediamo agli altri, quella privata che ci costruiamo e quella segreta che affidiamo a quel piccolo oggetto che è la sim del cellulare, collidono in uno stridore assordante fino ad esplodere e farci camminare tra le macerie di qualcosa che tanto genuino, forse, non era. Nessuna critica ai social o alla tecnologia, ma una critica all’uso che ne facciamo e a come questo influenzi, negativamente, la nostra vita e i rapporti con gli altri.

    Ben diretti, gli attori ci regalano delle performance straordinarie, con una Rohrwacher che esce a testa alta dalla sua prima partecipazione ad una commedia e una Foglietta che meriterebbe, nel contesto cinematografico italiano, una maggiore visibilità. Memorabili anche gli altri, che caratterizzano benissimo i loro personaggi (Battiston insegnante di educazione fisica con l’app che ogni ora gli ricorda di allenarsi, è fantastico), ma a Mastandrea spetta la battuta più bella – e più vera – che si sia mai ascoltata al cinema sui gay. Aggiungere altro sarebbe inutile e rischierebbe di rovinare la visione del film, che va gustato dalla primissima scena all’ultima, come si fa con le portate di una cena (magari tra amici). E quando uscirete dal cinema e accenderete il vostro telefono, non lo guarderete più con gli stessi occhi.

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    Fantasticherie di un passeggiatore solitario: L’originalità di un esordio

    Paolo Gaudio debutta al lungometraggio con Fantasticherie di un passeggiatore solitario, fantasy tutto italiano in sala da giovedì 19 novembre 26 novembre. Nonostante alcune incertezze, tipiche delle opere prime, il film è l’ennesima dimostrazione, dopo Il racconto dei racconti di Garrone, che pellicole di questo genere in Italia possono essere realizzate. E senza ricorrere ad un uso eccessivo del digitale.

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    Nel contesto cinematografico italiano, Fantasticherie di un passeggiatore solitario non fa che confermare quanto il genere fantasy, poco frequentato dai registi nostrani, sia qualcosa di possibile e realizzabile, anche senza ricorrere a costosissimi effetti digitali. Ce lo aveva già detto Matteo Garrone qualche mese fa con Il racconto dei racconti, e l’esordiente Paolo Gaudio, giovane regista di origini calabresi, si inserisce nel discorso presentando un’opera prima originale, tutto sommato ben scritta e, soprattutto, molto ben realizzata.

    L’idea che sta alla base di questo film, come ha affermato lo stesso regista, sta nel fascino dei libri incompiuti. Dopo aver trovato uno di questi testi, Theo, protagonista del film, viene letteralmente catapultato in un mondo fatto di boschi misteriosi, di personaggi ambigui, di mostri e di fantasmi. Intrecciando tre storie che hanno come fil rouge il libro trovato dal ragazzo, Gaudio realizza un film che ruota tutto intorno ai temi del fallimento e del tempo, adottando scelte di regia che consentono alla pellicola di presentarsi in tutta la sua originalità. Già l’alternanza tra il live-action e l’animazione (realizzata attraverso la claymation e lo stop motion) permette al regista di rendere ancora più esplicito quel contesto di fiaba in cui si muovono i personaggi del film.

    Fantasticherie di un passeggiatore solitario ci trascina in un’atmosfera in cui tutto, dalle inquadrature ai costumi, dai trucchi alla fotografia, segue la grammatica del sogno. Una storia semplice diventa, così, una grande metafora: un evento straordinario occorso nell’ordinario della vita di uno studente universitario, rimette tutto in gioco e consente di iniziare un viaggio alla ricerca di un luogo che non a caso è chiamato Vacuitas (richiamando, così, quell’idea di vago, di incompiuto da cui si è partiti). Quel luogo in cui tutto è tranquillo, in cui la sofferenza non ha più ragione di esistere, non sembra molto lontano per i protagonisti di questa storia, Theo (Lorenzo Monaco) e Renou (Luca Lionello): magari la chiave che apre la porta del Vacuitas sta proprio nella loro ricerca, nell’affrontare i fantasmi del loro passato e nelle ragioni che li spingono ad intraprendere questo viaggio. Gaudio mette in scena un’opera che stilisticamente non ha assolutamente nulla da invidiare ai film del genere fantasy prodotti fuori dal nostro Paese: effetti puliti, animazioni impeccabili consentono di capire il profondo amore che il regista ha nei confronti di un certo tipo di cinema (quei fantasy degli anni Ottanta e Novanta) dove gli effetti speciali erano frutto di un’abile mano artigiana. Se questa pellicola affascina e cattura l’immaginario del pubblico, non è merito del digitale, qui poco presente, ma delle professionalità che, con sapienti mani artigiane, hanno consentito a Gaudio di portare in sala questa storia.

    Pretendere la perfezione in un film è un’idea poco costruttiva, e lo è ancora di più se il film in questione è un’opera prima. La pellicola firmata da Gaudio presenta, come giusto che sia, dei difetti, primo tra tutti le interpretazioni degli attori: eccessivamente artificiali, fin troppo costruite, non ci permettono di sentirci veramente vicini ai personaggi che si alternano sullo schermo. A volte i dialoghi peccano un po’ di ingenuità e il montaggio può creare difficoltà nel seguire la pellicola. Fortuna, però, che Gaudio sa bene cosa sta facendo: le scene che si susseguono, anche se a prima vista sembrano incongruenti tra loro, trovano all’improvviso un loro punto di unione e qualsiasi dubbio sorto in precedenza ha la sua soluzione. O almeno parte di essa.
    Le incertezze di questo film, però, sono parte del suo fascino e della sua originalità. Quindi ben vengano opere prime così e l’augurio che si può fare a Paolo Gaudio è quello di trovare una sua precisa e meritatissima collocazione all’interno del panorama cinematografico italiano.

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  • Il caso Kerenes: Affari di famiglia

    Dal regista rumeno Călin Peter Netzer un tragico interno familiare, un amore materno mostruoso e castrante al centro della pellicola vincitrice dell’Orso d’Oro e del Premio della Critica Internazionale all’ultimo Festival di Berlino.
    VOTO: 3,5

    Cornelia (straordinaria Luminiţa Gheorghiu, un curriculum lungo alle spalle, fitto di cinema e teatro) sofisticata e matura donna in carriera, ha un’unica ossessione: essere amata dal figlio Barbu (Bogdan Dumitrache) un ragazzo debole e mai cresciuto. Quando il giovane uccide un ragazzino, in un terribile incidente d’auto, la madre muove mari e monti, denaro e conoscenze, per impedire che venga condannato al carcere.
    La macchina da presa segue nervosamente i volti dei personaggi, dialoghi che tagliano come un bisturi, in una sceneggiatura perfettamente disegnata da Răzvan Rădulescu. L’analisi del regista rumeno Călin Peter Netzer affonda nelle pieghe di una società alto-borghese corrotta che manipola le vite e i destini delle persone, e di cui Cornelia diventa l’emblema, un’élite che guarda dall’alto in basso le classi inferiori vessate che si nutrono di rabbia e violenza.
    Ma non è questo il vero nucleo emotivo de Il caso Kerenes che mira ad approfondire il rapporto distorto “quasi patologico” – lo definisce il regista – tra madre e figlio. Una relazione opprimente che può permettersi di sciogliersi in un pianto liberatorio nel momento dell’incontro con un altro dolore, infinito e inconsolabile, quello della famiglia della vittima, pur restando in un precario equilibrio tra menzogna e verità.

     

    Francesca Bani

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  • Bianco: un dramma indefinito

    Roberto Di Vito si dedica al dramma con Bianco, storia minima e intensa ma di difficile collocazione. Nel bene e nel male.
    VOTO: 2

    Un uomo bendato, legato ad un letto, in un luogo indistinto. Si apre così, dopo alcune immagini fotografiche di paesaggi d’incanto ed una voce femminile fuoricampo che rimbalza nel letto di acque calme, il primo lungometraggio di Roberto Di Vito. Un solo obiettivo principale e dichiarato: realizzare il racconto “di un sequestro di persona, di una situazione di attesa irrisolta ambientata in un non luogo”. Con una sceneggiatura ridotta all’osso, basata essenzialmente sui moti dell’animo del protagonista, il film si costruisce a partire dai continui flashback rivolti alla sua vita precedente al rapimento e da una serie di immagini a cavallo fra la realtà e il sogno, specchi di una turbante fragilità psichica.
    Difficile definire il genere di appartenenza del film, in quanto, pur rimandando ad elementi del thriller o del dramma, sviluppa un racconto intimo e psicologico che lo allontana da qualsiasi codificazione. Alle minacce esterne si sostituisce, infatti, un crogiuolo di paure e nodi irrisolti che popolano la mente del protagonista, intrappolato, già prima del rapimento, da barriere invisibili ed insormontabili, in un limbo di sopore che testimonia una sorta di paralizzante inettitudine alla vita. “Ho avuto sempre troppa paura, paura di tutto, anche quando tornavo a casa da solo”. L’immobilità a cui è costretto dai suoi rapitori non è che la prosecuzione di quello stato di torpore che egli ha sperimentato nella vita, e al tempo stesso pausa da quest’ultima per elaborare i desideri mai realizzati, le paure laceranti, e quell’ anelito alla sperimentazione sempre frustrato.
    Il colore bianco diventa contemporaneamente metafora di purezza e freddezza, nel limbo algido che intrappola il protagonista in una vita pensata anziché vissuta. Bianca è anche la mascherina utilizzata per i passaggi dalla realtà ai voli onirici e dalla prima ai ricordi: un velo che segna lo stacco e contemporaneamente il morbido fluire indistinto dalla realtà oggettiva alla realtà come specchio della percezione individuale.
    Corredato da una buona fotografia e da spunti di sicuro interesse (peraltro ripresi da un corto omonimo girato dal regista nel 2010), il film non può tuttavia dirsi riuscito né sul piano della realizzazione tecnica né su quello della narrazione, contando inoltre su di un cast che, ad eccezione del protagonista, non si spinge oltre ad una mediocre amatorialità. Bianco resta, pertanto, un prodotto di video arte sperimentale e “transgender” che fa un passo avanti rispetto alla formula più semplice del corto (di cui Roberto di Vita ha solida esperienza) ma non arriva alla completezza di un lungometraggio. Lasciando, tuttavia, degli spiragli alle possibilità espressive di un regista che, con coraggio e passione, cerca di farsi strada nel magma caotico delle produzioni indipendenti.

    Elisa Fiorucci

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