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    Assassinio sull’Orient Express: Giallo in prima classe

    Kenneth Branagh si fa crescere i baffi di Hercule Poirot per Assassinio sull’Orient Express, giallo vecchia maniera tratto dal romanzo più famoso di Agatha Christie. Nel cast Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Penélope Cruz, Judi Dench e la Daisy Ridley di Star Wars. In sala dal 30 novembre.

    Un detective coi baffi, l’omicidio di una persona orribile e un vagone carico di sospetti. Assassinio sull’Orient Express è probabilmente il romanzo più rappresentativo di Agatha Christie. Un modo educato per dire che si tratta del giallo più famoso del mondo, un libro che ha lasciato il segno e non solo in libreria. Siamo infatti al quarto adattamento tra cinema e tv anche se l’unico che resta nella memoria è quello del 1974, diretto da Sidney Lumet e interpretato da Albert Finney, Lauren Bacall, Ingrid Bergman, Sean Connery e Vanessa Redgrave. Un retaggio importante con cui fare i conti per Kenneth Branagh, attore simbolo del Regno Unito, che si conquista il ruolo del celebre detective Hercule Poirot e si mette anche dietro la macchina da presa, due anni dopo il buon successo commerciale della sua Cenerentola targata Disney.  Accanto a lui, per forza di cose, bisogna che ci sia un cast di spicco e così ecco un mix di stelle hollywoodiane tra cui Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Willem Dafoe, qualche primizia europea come Judi Dench, Derek Jacobi e Penélope Cruz, e un astro nascente come la protagonista della nuova saga di Star Wars, Daisy Ridley.

    La storia, si diceva, è quella del detective Hercule Poirot (Branagh), che richiamato a Londra dopo una vacanza troppo breve in Medio Oriente, si vorrebbe godere il viaggio sul treno che da Istanbul lo porterà a Calais. Peccato che nella cabina accanto trovino un cadavere, quello del misterioso e sgradevole signor Ratchet (Depp). E peccato anche che tutti gli altri passeggeri del treno sembrino avere un motivo più che valido per ucciderlo.

    La sceneggiatura di Michael Green, autore che quest’anno ha già messo a referto due film come Blade Runner 2049 e Logan, ha il pregio di riaggiornare il capolavoro della Christie senza avere l’ansia di stravolgerlo. Tanto per cominciare Green si impegna a smussare un po’ di quegli spigoli che oggi renderebbero sicuramente più difficile un rilancio dell’opera della scrittrice britannica. A costo di inimicarsi i detrattori del politically correct va detto che la scelta di contenere la spocchia coloniale della Christie non è particolarmente sbagliata. E così un po’ di rimbrotti xenofobi spariscono (tra questi anche i celebri commenti sugli italiani “gran bugiardi che usano il coltello”) e qualche volta vengono apertamente ripresi e messi alla berlina. Viene meno inoltre anche una certa monotonia razziale nell’elenco dei personaggi. A farne le spese l’italiano Antonio Foscarelli, sostituito dal latino americano Biniamino Marquez (interpretato da Manuel Garcia-Rulfo), mentre l’ex infermiera svedese Greta Ohlsson diventa una donna di nome Pilar (Penélope Cruz). Il dottore greco diventa afro-americano e fa anche capolino un amore interrazziale tra il dottore appunto (Leslie Odom Jr.) e la giovane istitutrice Mary Debenham (Daisy Ridley).

    Per il resto il cinema di Branagh lo si conosce. Un impianto scenico di stile, un uso roboante della colonna sonora e un’attenzione particolare rivolta alla recitazione. Inutile dire che è questo il punto forte del film, grazie ovviamente alla bravura degli attori e agli anni di esperienza di Branagh, che prima di raggiungere il successo a Hollywood era un mattatore del teatro shakespeariano. Branagh in particolare si cuce addosso il ruolo di un detective di grande carattere, che si nasconde dietro quei baffi volutamente ridicoli un po’ come gli altri personaggi si nascondono dietro le menzogne, le maschere e i nomi finti. Diretti con perizia neanche i colleghi sfigurano, Michelle Pfeiffer in testa, creando la piacevole illusione di un thriller che fonda la sua tensione sul dialogo, sulla parola, lasciando per una volta da parte effettacci e scene truculente. Gli unici dubbi su questo nuovo Assassinio sull’Orient Express, che si appresta ad affrontare con una dignità inconsueta l’agone del cinema prenatalizio, riguardano però la fama del testo di riferimento e in particolare quel finale a sorpresa che ha tanto rivoluzionato il genere da essere noto a molti se non a tutti, anche a chi non ha letto il libro, né visto i film precedenti. La risposta però è che gli elementi per affrontare una visione che trascenda l’attesa del finale ci sono e questo Poirot – baffi ridicoli a parte – ha il carisma sufficiente per diventare una presenza ricorrente nei futuri natali al cinema.

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    American Crime Story trova la sua Donatella Versace, sarà Penélope Cruz

    Il superproduttore Ryan Murphy ha appena trovato la sua Donatella Versace. Sarà Penélope Cruz a interpretare la stilista italiana nella terza stagione di American Crime Story, la serie antologica dedicata ai famosi casi di cronaca, che racconterà l’omicidio del fratello di Donatella, Gianni, ad opera del serial killer Andrew Cunanan.

    L’attrice di Tutto su mia madre e Vicky Christina Barcelona sarà di fatto la protagonista della serie e reciterà al fianco di Edgar Ramirez (Point Break, La Ragazza del Treno) che interpreterà Gianni e dell’attore di Glee Darren Criss che sarà il killer Cunanan. Il casting della Cruz arriva a quasi cinque mesi dal rumor, poi smentito dallo stesso Murphy, che voleva Lady Gaga come interprete del ruolo. A far pensare alla pop star italo-americana erano stati l’amicizia che la lega a Donatella Versace e il fatto di aver già collaborato con Murphy nel progetto parallelo American Horror Story.

    La ricostruzione della storia di Gianni Versace sarà tratta dal libro Vulgar Favors, scritto dalla giornalista di Vanity Fair Maureen Orth. L’adattamento sarà invece curato dallo scrittore inglese Tom Rob Smith, autore tra gli altri del bestseller Bambino 44. Smith scriverà i primi due episodi e presterà la sua penna anche per una serie di puntate successive. Le riprese sui set di Los Angeles e di Miami inizieranno ad aprile e la data d’uscita è prevista per il 2018 dopo la messa in onda della seconda stagione del telefilm dedicata invece all’uragano Katrina. La prima stagione di American Crime Story, intitolata Il caso O.J. Simpson, si è aggiudicata un Emmy come miglior serie limitata ed è stata trasmessa con successo anche in Italia, prima su Fox Crime e poi in chiaro su Rai4.

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    Ma Ma – Tutto andrà bene: gli eccessi di Medem

    Dal 16 giugno in sala, Ma Ma – Tutto andrà bene, di Julio Medem, racconta la storia di una donna che affronta il cancro. Un inno alla vita che può contare sull’interpretazione (a volte eccessiva) di Penelope Cruz, ma che si sovraccarica di situazioni e riflessioni ai limiti della forzatura.

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    Estate 2012, annus horribilis per la Spagna se non fosse per quella vittoria agli Europei di calcio. Magda è una giovane professoressa che vive sulla sua pelle il dramma della crisi economica: a settembre non avrà più il suo lavoro. Ma questo è solo l’inizio: notando un nodulo al seno, la donna si fa visitare dal ginecologo Julian che le diagnostica un carcinoma. Poco prima di avere la tragica notizia, Magda deve fare i conti con l’ultima partita di calcio della stagione del figlio Dani e con un marito che la lascia con un messaggio in segreteria. Ma Ma – Tutto andrà bene, in sala dal 16 giugno, è la storia di una donna che non smette di combattere: il tumore, la famiglia sfasciata e l’incontro con Arturo. Una nuova vitalità si impossessa della donna, che della tragedia riesce a fare il suo punto di forza e continua la sua vita in maniera diversa, consapevole di quello che le sta succedendo.

    Il regista di Lucia y el Sexo, Julio Medem, torna al cinema con questa pellicola che, nonostante non si preoccupi di affrontare di petto il male e la sofferenza, vuole dire tanto, anzi, troppo, e alla fine si configura come una serie interminabile di sofferenze che nemmeno l’arrivo di una nuova vita riesce a smorzare. Medem è bravissimo a far venire i lucciconi mentre si assiste allo scorrere delle scene, ma è quando lo spettatore decide di riprendersi dal torpore del coinvolgimento che le cose vanno male per il regista. L’impressione che si ha mentre si procede con la visione è che Ma Ma – Tutto andrà bene sia stato inutilmente forzato. Il regista sovraccarica tutta la pellicola di situazioni tragiche, riflessioni profonde esaurite nel giro di pochi minuti, salti temporali che affaticano chi guarda: troppa carne al fuoco, poco sviluppo e conseguente spaesamento dello spettatore. Anche la presenza di Penelope Cruz, che al progetto ha creduto moltissimo, tanto da esserne produttrice, non aiuta: se all’inizio fa di Magda una interpretazione delicata, perfetta (ricordando la sua Raimunda di Volver), ad un certo punto cede anche lei al fascino della forzatura e risulta fin troppo eccessiva.

    Banali le metafore usate da Medem (i granchi sulla spiaggia come simbolo del cancro), agghiacciante la scena del sogno di Magda durante l’operazione al seno, inopportune quelle realizzate con l’aiuto della computer grafica che mostrano il cuore di Magda in varie situazioni (come se non bastasse la recitazione della Cruz a sottolinearne i sentimenti). Rientra nel calderone di Medem anche un parallelismo tra la condizione di Magda e la Spagna di quegli anni: il cancro della donna è metafora della difficilissima situazione economica e sociale che il Paese stava vivendo. L’autostima di una nazione era minata nel profondo e solo la vittoria degli Europei ha permesso quella dose di vitalità che andava scemando. Allo stesso tempo, Magda, ritrova questa vitalità nel cercare di non sprecare il suo tempo, di affrontare il male con tutta se stessa preparandosi per l’arrivo di una nuova vita: la piccola Natasha che cresce nel suo grembo.

    Poco da dire, infine, sulle interpretazioni degli altri attori: Luis Tosar (Arturo), vincitore di tre Premi Goya, si annienta totalmente per lasciare lo spazio alla Cruz; Asier Etxeandìa (Julian) è l’unico che regge al ciclone Penelope, per poi, anche lui, finire nel girone degli eccessi.
    Meriti, però, questo film ne ha. Si parte dall’inno alla vita che Medem, dalla prima all’ultima scena, porta sul grande schermo, scandito dal ripetersi di “pensar, hablar, soñar / llorar, luchar, reír / sentir, amar, sufrir / eso es vivir” tratto dalla canzone Vivir di Nino Bravo, per poi arrivare al messaggio dedicato a tutte le donne (e non a caso, sul finale, la dedica recita “a ellas“): la prevenzione prima di qualsiasi altra cosa.

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    Zoolander 2: Risate di risulta

    Ritorna dopo 15 anni Zoolander, il modello bello in modo assurdo creato, diretto e interpretato da Ben Stiller accompagnato da Penelope Cruz e dai soliti Owen Wilson e Will Ferrell. Dall’11 febbraio in sala.

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    Riapre il baraccone della moda, riapre il circo delle risate. Dopo 15 anni di attesa torna il fenomeno Zoolander, il più illustre, il più celebrato degli american idiot ovvero quei personaggi delle parodie hollywoodiane che mescolando corpose dosi di farsa a un pizzico di satira riescono a farsi strada sia al botteghino che nella mente e nella memoria dello spettatore. Regista, ideatore e interprete delle avventure di Derek Zoolander, top model non troppo sveglio ma bello in modo assurdo, è ovviamente lui, Ben Stiller, che di queste maschere è sempre la più riconoscibile, da Tutti pazzi per Mary a Tropic Thunder, da Dodgeball ad Anchorman, salvo prendersi ogni tanto delle libere uscite per recitare magari nelle commedie sofisticate dell’amico Noah Baumbach (Giovani si diventa) o per lasciarsi andare a qualche riflessione generazionale dietro la macchina da presa (Giovani, carini e disoccupati, il più recente I sogni segreti di Walter Mitty). Al suo fianco e ai suoi ordini una platea – è il caso di dirlo – di amici vecchi e nuovi, dai fidi compagni Owen Wilson e Will Ferrell, fino a una conturbante Penelope Cruz, dai soliti Billy Zane e Milla Jovovich a un inedito Benedict Cumberbatch e sullo sfondo una sfilata di celebrità pronta a prestare le proprie fattezze a volte con grande ironia (Justin Bieber, Sting, Kiefer Sutherland), altre solo per fare presenza (i grandi della moda, Valentino in primis).

    Zoolander 2 ci porta quindi un po’ di anni avanti, quando il modello Derek e il suo collega e amico Hansel (Wilson) vivono da reclusi tra le montagne inaccessibili di un improbabile New Jersey e tra le dune di un Sahara in realtà non lontano da Malibù. A richiamarli sul centro della scena è una serie di omicidi di gente bella e famosa avvenuti per le strade di Roma, su cui sta indagando una sezione speciale dell’Interpol dedicata ai crimini nel mondo della moda e guidata dall’agente Valentina Valencia (Cruz). Inutile dire che presto l’intrigo si farà più fitto, preso com’è tra complotti i dell’elite fashionista e un pizzico di esoterismo a prendere per i fondelli il Codice da Vinci e sequel vari.

    La sceneggiatura, firmata a otto mani dal regista, dall’attore Justin Theroux e dagli specialisti in commedie John Hamburg (Yes Man) e Nicholas Stoller (Ti presento i miei), costruisce le sue fondamenta sul successo dell’originale ma forse è troppo diligente in questa missione. Un intreccio un po’ convoluto porta avanti il film a fiammate, tra una sequenza iniziale che ci metterà davvero poco a conquistare Youtube e qualche buona trovata nel corso delle restanti due ore (le crisi coniugali di gruppo di Hansel, la battute su Sting e il sesso tantrico). Di ridere si ride, ma quasi sempre di risulta, sfruttando il canovaccio o le situazioni del primo film, o meglio ancora l’abbondanza di cammeo. Abbondanza che non sempre però il pubblico italiano saprà cogliere. Perché se magari i più attenti scorgeranno la Madalina Ghenea di Sanremo e del sorrentiniano Youth nel ruolo della donna esotica, sarà più difficile apprezzare le battute di Neil DeGrasse Tyson, il divulgatore scientifico più famoso della tv americana, o quelle del folksinger Willie Nelson.

    Purtroppo anche la presa in giro del mondo della moda e dei suoi eccessi, vero generatore di risate del primo Zoolander, perde mordente. Perché in fondo, consapevoli o no, sono essi stessi a prendersi in giro, come sottolinea la scena non banale della sfilata alternativa, epifania di una moda che punta sull’anti-moda e sul modello ermafrodito interpretato da Benedict Cumberbatch. Per il resto Zoolander 2 è tutto un ripetersi, ci sono i battibecchi tra Derek e Hansel, il cattivo Mugatu con il suo latte macchiato, i complotti e la Magnum, il super sguardo che trasforma Zoolander in un supereroe. E non basta la trama del figlio del protagonista o la bella presenza di Penelope Cruz a riscattare un film che sarà pure divertente ma non entrerà nella leggenda.

     

     

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    The Counselor: da McCarthy e Scott un film molto interessante

    Il Premio Oscar Ridley Scott e il premio Pulitzer come Cormac McCarthy raccontano ‘insieme’ la linea rossa tra bene e male. Protagonisti Michael Fassbender, Brad Pitt, Cameron Diaz, Penélope Cruz e Javier Bardem.

    Cosa succede se un regista Premio Oscar come Ridley Scott e un premio Pulitzer come Cormac McCarthy (autore di ‘Non è un paese per vecchi’) uniscono i loro straordinari talenti per realizzare un film?
    Semplice, la pellicola diventa subito un caso da studiare, da interpretare prima sulla carta, meticolosamente e poi dopo la visione, scrupolosamente, a partire dalle singole interpretazioni, che danno vita alle idee di un grande scrittore, rese per immagino da un grande regista.
    I protagonisti si diceva, tutti straordinari nomi, da Michael Fassbender a Brad Pitt, da Cameron Diaz a Penélope Cruz e Javier Bardem.
    La trama in cui si muovono Racconta di un avvocato (il cui nome non viene mai pronunciato), apparentemente all’apice ma che vede improvvisamente andare in rovina la sua vita e la sua carriera, decidendo allora, per curiosità o per bisogno – non è dato rivelare – di farsi un giro nel lato oscuro della nostra societa’.
    Nello scenario affascinante e tremendo della frontiera tra Messico e Stati Uniti le vite dei porto agonisti si ‘mischiano’ fino ad intricarsi, fino a rendere incomprensibile il confine tra bene e male, la linea di demarcazione dell’uomo retto e del delinquente.
    Una regia sapiente ci accompagna nel vortice conosciuto solo sulla carta gia’ da milioni di lettori, che pure si stupiranno di vedere i ‘loro’ personaggi, agire e reagire con situazioni incontrollabili, con una caduta morale lenta ma inesorabile.
    Non ci sono giudizi morali nell’opera di McCarthy, non ci sono soluzioni scontate nella regia di Scott. Gli attori fanno il loro mestiere, come di consueto accade – vedo alla voce Bardem, uno schizoide avventuriero del Cartello della droga – a volte in maniera sorprendente, come nel caso di una Cameron Diaz luciferina.
    Meno incisivo rispetto alle sue ultime interpretazioni, Fassbender, ma è assolutamente lecito concederlo, accettarlo, anche perché magari la sua interpretazione ‘misurata’ e’ frutto di una precisa indicazione registica.
    Il film appassionerà, per la sua componente action e soprattutto per la sua analisi di un lato oscuro della società che è sempre più vicino ad ognuno di noi.

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