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    Corpo e Anima: in sala l’Orso d’Oro di Berlino 2017

    Nella shortlist dei film in corsa per la nomination all’Oscar come Miglior Film Straniero, Corpo e Anima di Ildikò Enyedi approda nelle nostre sale dal 4 gennaio. Tra realtà e sogno, il film, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino, mette in scena le difficoltà del rapportarsi agli altri.

    Corpo e anima, terreno e spirituale, sangue e sentimento. La regista ungherese Ildikò Enyedi mette in scena la storia di due persone molto diverse tra loro che, per uno strano scherzo del destino – meglio dire di Morfeo – si trovano a condividere lo stesso sogno. Due meravigliosi cervi si incontrano nella foresta innevata: si cercano, si annusano, condividono le foglie cadute dagli alberi per il loro pasto. Si amano. Nella realtà questo stesso sogno appartiene a Endre e Mària. Entrambi lavorano nello stesso mattatoio, uno ne è il responsabile finanziario, l’altra l’addetta al controllo qualità.
    Se le loro anime, di notte, si incontrano nella poesia del paesaggio innevato (bianco, quindi), è nell’asetticità del mattatoio (bianco anche qui) che i loro corpi, evidentemente attratti, non trovano il giusto terreno per muoversi. Goffa lei, con capelli e pelle talmente chiari da sembrare un fantasma; più estroverso lui, moro e con un braccio paralizzato. Due corpi rigidi, ansiosi, pieni di paure fanno da contraltare a due anime libere. Due corpi che si scrutano senza mai toccarsi sono l’altra faccia della medaglia di due spiriti che si cercano, si annusano, si proteggono l’un l’altro.

    Il corpo come luogo della più forte razionalità e l’anima come quello del sentimentalismo e della poesia più sfrenati: Enyedi porta sullo schermo questa forte dicotomia che, oggi, condiziona il nostro modo di rapportarci agli altri. Lo fa ricorrendo a vari registri anche nella stessa scena, così da un momento drammatico si passa ad uno più leggero, senza uno stacco netto, ma in maniera graduale. Così l’umorismo di Corpo e Anima non è mai fuori luogo e soprattutto porta a dare maggiore enfasi al momento drammatico che segue o precede.

    Intense e impeccabili le prove attoriali di Morcsànyi Géza (Endre) e Alexandra Borbély (Mària): i loro personaggi sembrano essere delineati perfettamente per gran parte del film, poi, ad un certo punto, la virata e ciascuno assume il ruolo che, all’inizio, era dell’altro. Se nel mondo dei sogni le loro anime comunicano, nella realtà, circondati dall’orrore e dal dolore di quegli animali portati a morire, i loro corpi non riescono a toccarsi e si allontanano sempre più. Quando, finalmente, si trovano, però, lo faranno davanti ad un rivolo di sangue che esce copioso, in una situazione ai limiti del grottesco e dell’assurdo e richiamata dall’umorismo di uno schizzo di pomodoro nella scena successiva. Un fiume che ha rotto gli argini; un’anima che è andata oltre il sogno e che ha permesso al corpo di aprirsi all’esterno.

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    Berlino 2017: Orso d’oro alla Carriera per Milena Canonero

    Candidata per ben nove volte al Premio Oscar, vincendone quattro, la costumista torinese Milena Canonero riceverà un importante riconoscimento durante l’imminente Festival di Berlino, in programma dal 9 al 19 febbraio. Il prossimo 16 febbraio, infatti, le sarà conferito l’Orso d’Oro alla Carriera.
    Collaboratrice storica di Stanley Kubrick, la Canonero inizia a lavorare con il regista con Arancia Meccanica nel 1971 e nel 1975 si occupa dei costumi di Barry Lyndon. Proprio per quest’ultima produzione, la Canonero riceve il suo primo Premio Oscar. Riceverà di nuovo il premio nel 1982 per Momenti di Gloria di Hugh Hudson e seguiranno altre cinque nomination (La mia Africa, Tucker, Dick Tracy, Titus e L’intrigo della collana). Gli ultimi due Oscar arriveranno nel 2007 grazie al film Marie Antoinette e nel 2015 con Grand Budapest Hotel.
    Oltre a Kubrick e Hudson, la costumista ha lavorato anche con Francis Ford Coppola e sua figlia Sofia, Louis Malle, Sidney Pollack, Roman Polanski, Manoel de Oliveira, Wes Anderson e Roberto Faenza, per il quale realizza i costumi di I Viceré del 2007.
    Milena Canonero – ha commentato Dieter Kosslick, direttore artistico del Festival di Berlino – è una costumista straordinaria. Con le sue creazioni ha contribuito in modo decisivo allo stile di molti capolavori del cinema. Con l’omaggio di quest’anno vogliamo non solo celebrare una grande artista, ma anche porre l’attenzione su un’altra professione del cinema“.

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  • Il caso Kerenes: Affari di famiglia

    Dal regista rumeno Călin Peter Netzer un tragico interno familiare, un amore materno mostruoso e castrante al centro della pellicola vincitrice dell’Orso d’Oro e del Premio della Critica Internazionale all’ultimo Festival di Berlino.
    VOTO: 3,5

    Cornelia (straordinaria Luminiţa Gheorghiu, un curriculum lungo alle spalle, fitto di cinema e teatro) sofisticata e matura donna in carriera, ha un’unica ossessione: essere amata dal figlio Barbu (Bogdan Dumitrache) un ragazzo debole e mai cresciuto. Quando il giovane uccide un ragazzino, in un terribile incidente d’auto, la madre muove mari e monti, denaro e conoscenze, per impedire che venga condannato al carcere.
    La macchina da presa segue nervosamente i volti dei personaggi, dialoghi che tagliano come un bisturi, in una sceneggiatura perfettamente disegnata da Răzvan Rădulescu. L’analisi del regista rumeno Călin Peter Netzer affonda nelle pieghe di una società alto-borghese corrotta che manipola le vite e i destini delle persone, e di cui Cornelia diventa l’emblema, un’élite che guarda dall’alto in basso le classi inferiori vessate che si nutrono di rabbia e violenza.
    Ma non è questo il vero nucleo emotivo de Il caso Kerenes che mira ad approfondire il rapporto distorto “quasi patologico” – lo definisce il regista – tra madre e figlio. Una relazione opprimente che può permettersi di sciogliersi in un pianto liberatorio nel momento dell’incontro con un altro dolore, infinito e inconsolabile, quello della famiglia della vittima, pur restando in un precario equilibrio tra menzogna e verità.

     

    Francesca Bani

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