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    Tulpa

    Tulpa

    TULPA – I DEMONI DEL DESIDERIO
    (Tulpa)
    GENERE: Horror
    ANNO: 2013
    USCITA: 30/05/2013
    DURATA: 82′
    NAZIONALITA‘: Italia
    REGIA: Federico Zampaglione
    CAST: Claudia Gerini, Michele Placido, Michela Cescon, Ivan Franek, Nuot Arquint, Crisula Stafida
    PRODUZIONE: Italian Dreams Factory
    DISTRIBUZIONE: AI Entertainment
    TRAMA: Lisa Boeri è una donna in carriera che conduce una doppia vita: di giorno manager d’assalto e di notte frequentatrice di un misterioso locale ispirato al buddismo tibetano e al culto del Tulpa, dove si pratica sesso con sconosciuti come forma di liberazione dalle ansie del vivere. Tra le ombre inquietanti del quartiere dell’Eur di Roma si sviluppa una catena di orribili omicidi che all’improvviso arriva a sconvolgere la vita di Lisa.

    RECENSIONE:
    VOTO:

    TRAILER

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    Mr. & Mrs. Hitchcock secondo Gervasi

    Il regista inglese al Noir in Festival spiega il suo personalissimo (e fantasioso) biopic sul Maestro del brivido…

    Come è arrivato a una rilettura così particolare di un momento chiave nella vita di un regista tanto noto?
    Dopo aver fatto il musicista, il giornalista, lo sceneggiatore e  il documentarista, questo è il primo film puramente narrativo per me e, dopo aver lavorato a Holywood come scrittore per molti anni, è stata una possibilità unica. Alla quale non pensavo di arrivare. Quando la produzione ha iniziato a cercare un regista, ho voluto provare proprio perché non avevo nulla da perdere. Eramo 26 o 27, ma il produttore aveva amato molto il mio documentario ‘Anvil’ e ho avuto una chance.

    E come li hai convinti?
    Ho detto loro cosa amassi del film, soprattutto il fatto che a 60 anni Hitchcock avesse voglia di rischiare. Era un artista che sentiva di star diventando irrilevante, di stare per morire, e voleva ancora sorprendere il pubblico e se stesso. Un’idea che mi piaceva molto, anche perché io stesso ho rischiato i miei stessi soldi per Anvil; inoltre c’era la storia tra lui e Alma che davvero mi interessava più di ogni altra cosa.
    Il raporto tra loro è stata una vera rivelazione, per la scoperta di quanto la moglie sia stata una grande sostegno per lui e la sua carriera.
    I grandi artisti son quelli capaci di ascoltare, non possono essere persone impermeabili. E questo aumenta il loro genio, perché il cinema è un’arte di collaborazione, di gruppo.

    Anche lei ha condiviso l’esperienza con due grandi attori…
    Quando mi hanno detto che avrei potuto avere Hopkins l’ho incontrato in un risotrante italiano, e abbiamo parlato molto bevendo chianti. Lui mi ha detto di aver visto almeno tre volte il mio documentario e che gli era piaciuto. Ho pensato in quel momento che avremmo potuto finire per lavorare insieme. Lì e quando poi mi ha detto: ‘Sei pazzo, ma mi piace, proviamo’.

    E con Helen Mirren invece?
    Per avere lei abbiamo dovuto aspettare di più, ma alla Fox Searchlight erano entusiasti. Finalmente ad aprile siamo riusciti a iniziare le riprese ed è stato importante averla come coprotagonista proprio perché doveva rendere la forte personalità di una grande donna.
    E’ chiaro che poter dirigere due attori del genere, al primo film, può mettere in soggezione. Mi sono chiesto più volte cosa avrei fatto, poi quando abbiamo iniziato, sin dalla prima lettura, li ho ascoltati… Ho fatto leggere loro la scena, una volta, due, tre, ho preso appunti. Poi dopo la quarta volta hanno iniziato a trovare il giusto tono e l’interazione tra loro, il ruolo ha iniziato a entrare in loro, grazie anche a dei dettagli fisici.
    Per me è stata una esperienza unica, da regista, ma anche come membro del pubblico, in prima fila davanti alla performance di due grandi attori di teatro.
    Per esempio per la scena in camera da letto volevo creare una atmosfera teatrale, alla Lady Macbeth, volevo essere vicino a lei.
    Lasciare fare ai grandi attori il loro mestiere, funziona. Possono non essere perffeti a volte, ma è sempre una esperienza straordinaria. Mi hanno sempre sostenuto, davanti alla troupe, e dato anche dei suggerimento o aiutato nelle riprese e nella realizzazione. Inoltre erano molto dolci e carini con tutta la troupe; erano come due bambini che si sono divertiti a fare questo film.

    E oltre agli attori? Avete ricevuto il sostegno di altri, magari delle persone che avevano lavorato con lui?
    Si, il supervisor della sceneggiatura Marta Schlomm e l’aiuto regista Greem. Loro hanno visto il film e hanno capito il senso dell’operazione. Marta è stata anche sul set, e ha detto che avevamo rispettato lo spirito di Hitchcok e certe sue durezze sul lavoro.
    Si tende a dimenticare che lui a lungo era consderato come un cineasta di genere, almeno finché Truffaut non l’ha intervistato. Un filmmaker popolare, regista di film oggi considerati dei capolavori… Ma raramente di tiene conto del suo senso dell’umorismo. Lui faceva continuamente battute. Anche sul set di Psycho, dove si racconta che Janet Leigh ridesse alle lacrime. La moglie l’ha sempre descritto come l’uomo più divertente che avesse mai conosciuto, le faceva scherzi tutto il tempo. Volevamo ricordare questi altri aspetti al pubblico, che spesso l’ha relegato al personaggio burbero e serioso creato dalla serie tv. D’altronde, nel bene e nel male, è stato il primo regista a diventare una star.

    A parte questo, però, avete romanzato molto i fatti reali…
    Assolutamente si. Il film è tutto una fantasia. Abbiamo degli attori che recitano un ruolo. Non abbiamo fatto un documentario, ce ne erano già, come c’erano già dei libri, come quello di Rebello. Un esempio è nel dialogo con Ed Gein, tutte scene di fantasia. Hitchcock è una esplorazione drammatica di quel che poteva essere nella sua testa. Abbiamo preso quello che sapevamo, ma l’abbiamo trasformato. Io credo che si possa essere ugualmente fedeli alla storia, che si basa comunque su elementi storici. Sul rischio produttivo soprattutto; ma possiamo anche immaginare come possa essere stato il suo rapporto con Alma. Il fatto di aver adombrato un possibile affair tra lei e Whit, il suo amico col quale avevano entrambi collaborato, non ci ha portato a porci il problema se ci fosse stata davvero una relazione tra loro. In una biografia di Hitchcock è lui stesso a parlare, in dettaglio, della possibile relazione tra i due, ma non abbiamo voluto approfondire questo aspetto, pur usandolo nella dinamica del film…

    E ora, cosa ha in programma?
    Il prossimo film sarà probabilmente Headhunters, un remake del film che proprio al Noir di Courmayeur ha vinto il Leone Nero 2011. E se avete pensato che quello fosse un film disturbato, aspettate il mio…

    Mattia Pasquini

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    Federico Zampaglione, ricomincio da Tulpa

    Al terzo film Federico Zampaglione conquista la menzione speciale del Noir in Festival di Courmayeur e parla di Tulpa, omaggio al cinema che ama.

    Sei riuscito a mostrare una parte di Roma, l’Eur, in maniera decisamente inusuale e molto affascinante. Da dove viene?
    Era una vita che cercavo di fare un giallo all’Eur; è un posto sospeso nel tempo, ha un po’ un sapore anni ’70 che è rimasto intatto nelle sue geometrie. Quasi metafisiche.Sono uffici pieni di gente che lavora, uffici, un aspetto lontano da quello dalla Roma che vediamo nei film, quella di Prati, del Colosseo. All’Eur invece ci sono grandi spazi. E di sera diventa una zona molto torbida. C’è poca gente in giro per strada. C’è una desolazione inquietante, ti dà l’impressione che ci sia una vita sotterranea. Anche gli ambienti sono rimasti a quell’epoca. Sembra una scenografia di quel tempo. In qualche modo sentivo che il fatto di realizzarlo lì avrebbe avuto un gusto vintage, visivamente mi attirava molto.

    Un equilibrio tra passato e moderno costante nel film…
    Ho usato delle tecniche di regia che sono ovviamente molto diverse da quelle che si usavano negli anni 70. Qui c’è molta macchina a mano per esempio; un linguaggio cinematrogafico più sporco e frenetico. Allora semmai le ‘sporcature’ erano magari più la zoommate, ma per il resto erano movimenti lenti. Io ho cercato di fare un film più dinamico invece. Soprattutto grazie ad alcune tecniche degli effetti speciali mai usate prima. Una è quella, creata da due giovani molto bravi, Leonardo Cruciano e Bruno Albi Marini, che è un mix tra analogico e digitale e che abbiamo usato quando il coltello del killer perfora dal basso la testa dell’uomo, all’inizio del film. Abbiamo messo dei marker verdi all’interno della bocca e poi abbiamo sincronizzato il movimento del coltello che veniva dal basso con la ricostruzione della bocca. Ci abbiamo messo sei mesi per sperimentare questi effetti, ma la verosimiglianza data da queste tecniche è davvero unica.

    Come mai Claudia?
    Senza di lei il film non esisterebbe. Da subito avevo detto a Dardano Sacchetti che avrei voluto fare un giallo pieno di omicidi e di elementi erotici forti e con claudia come ‘Scream Queen’. La sua fisionomia me la ricordava. Ma tutto il film è in mano alle donne, gli uomini si muovono come pedine. Intorno a lei ho costruito il film giorno per giorno.
    Ora non so se rifarei un gialo, è il genere più difficile di tutti secondo me. L’horror è una cazzata al confronto, basta stabilire delle cordinate; il giallo invece è pieno di atmosfere che cambiano sempre.

    Avete lavorato molto prima, quindi, ho siete andati cambiando via via?
    Era tutto in sceneggiatura. Poi semmai il difficile è miscelare gli elementi e trovare il giusto equilibrio. Ma siamo partiti dall’idea che fosse un film anche un po’ pazzo, come era caratteristico negli anni 70.
    A me il thriller non piace, mi annoia quando ci sono troppe indagini o vedo scene del delitto con il commissario che si dilunga. Cambio canale. Anche perché non mi piace vedere gli omicidi quando sono ormai successi. Arrivi sulla scena del delitto a fatto avvenuto, invece a me piace vedere svilupparsi il rapporto tra vittima e carnefice. Certo, anche qui devi stare al gioco.

    C’è qualcosa di ‘fisicamente’ tuo nel film, per esempio le mani guantate del killer?
    No, ci avevo pensato, ma in quella scena ero io l’operatore di macchina. Per cui non potevo farlo. Avevo provato a farlo, mettendo un altro a fare l’operatore, ma non ce la facevo. Mi era presa una crisi isterica ed era tutto bloccato. Era come dire a qualcuno che suona al posto tuo che nota fare con la chitarra. E così me lo sono girato io…

    E ora?
    Penso di tornare a dedicarmi alla musica per un po’. Tutto questo stress e questi delitti mi hanno danneggiato il cervello… per inventare tutti questi omicidi, a un certo punto anche sotto l’ombrellone venivo aggredito da immagini allucinanti. Spero per un po’ che mi vengano in mente solo note e accordi.

    Un modo per scappare o porterai un po’ di questa esperienza anche nella musica?
    In effetti ci sarà una canzone dei Tiromancino che và un po’ sull’horror. Vediamo che cosa succede.
    Fare regista è veramente un mestiere maledetto. Lo faccio solo perché sono un appassionato del genere, altrimenti non lo farei MAI! Ogni volta che sto sul set mi chiedo chi me l’abbia fatto fare. Finisce che ti odiano tutti. Anche perché quando lavoro sono ossessionato, dico sempre le stesse cose.
    La musica è tutta un’altra cosa, stai per cavoli tuoi e vai avanti fino a sera. Invece fare il regista è tremendo, vengono tutti da te a chiederti e tu devi inventarti delle risposte. Non va mai bene niente, è sempre tardi… Tremendo! Finché mi faranno fare questi film, li farò. Poi altrimenti mi darò solo alla musica.

    Tanto ossessionato da essere insopportabile? Come sei sul set e con i tuoi collaboratori?
    Si, assolutamente si. Anche perché il genere richiede di essere meticolosi e magari per una stronzata sono capace di iniziare a ulrlare come un un pazzo, come per esempio per una scena in cui mi ero incaponito su un guanto. Il problema era che quando l’assassino uccideva si scopriva un pezzettino di polso, di pelle. Io volevo vedere solo il guanto. Ho dovuto costruire un guanto che si allungava per impedire che si vedesse qualcosa. Ma, in fondo, questo è un genere per feticisti.

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