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    Rampage – Furia Animale: I nemici a quattro zampe

    Dwayne Johnson e il regista Brad Peyton tornano a collaborare in Rampage – Furia animale, monster movie ispirato a un classico videogioco arcade. Nel cast anche Naomie Harris e Malin Akermann. In sala dal 12 aprile.

    C’erano un lupo, un gorilla e una grossa lucertola. Non è una favola di Esopo e neanche una barzelletta delle elementari. È, o meglio era, un videogame da sala giochi e ora è anche un film che affianca al brand classico un sottotitolo italiano truce quanto basta. Rampage – Furia animale, per chi ancora non dovesse saperlo, è la nuova collaborazione tra il divo ex wrestler Dwayne Johnson (un tempo noto come The Rock) e il regista Brad Peyton, già artefici di San Andreas, disaster movie per famiglie che dopo aver spazzato via una metropoli e ridisegnato la geografia di un continente si chiudeva sull’inquadratura di un indomito bandierone americano. Il peggio che Hollywood abbia da offrire, penserà qualcuno. Un investimento valido ripagato più di tre volte al botteghino, hanno pensato invece i contabili della Warner Bros. E quindi ecco riproporre la formula. Johnson, Peyton e una città che crolla.

    E allora ecco un esperimento poco etico e degli animali giganti diretti su una città malcapitata. I personaggi umani sembrano quasi un’aggiunta distratta. Li si cita giusto per dovere di cronaca. C’è Davis, primatologo ed ex soldato (Johnson), c’è la scienziata ribelle Kate (la Naomie Harris dei film di James Bond e del recente Moonlight), c’è  il federale-cowboy Russell (Jeffrey Dean Morgan) e c’è la spietata capitalista Claire (Malin Akermann). Lo schema è abbastanza semplice: la spietata capitalista porta avanti l’esperimento poco etico, la scienziata ribelle è l’unica che potrebbe fermarla e in suo aiuto si schiereranno il primatologo ex soldato e il federale cowboy.

    Per scrivere Rampage – Furia animale sono serviti quattro sceneggiatori e la notizia farebbe già arcuare non poche sopracciglia. Se poi tra i quattro spunta anche il nome di Carlton Cuse, importante autore televisivo (Lost e non solo) i dubbi cominciano ad assumere la forma inquietante della certezza, specie considerato che era stato proprio Cuse a scrivere San Andreas. Né lui né gli altri tre (al secolo Ryan Engle, Ryan Condal e Adam Sztykiel, il primo dei quali accreditato anche come soggettista) sembrano provare il minimo interesse per i propri personaggi e finiscono per profondere tutto l’impegno dedicato a questo film (che immaginiamo non sia stato eccessivo) nel cercare di dare uno straccio di trama a un videogioco dove impersonavi un mostro che distruggeva una città.

    Date le premesse non esaltanti non c’è da meravigliarsi che proprio la parte iniziale, quella introduttiva, sia la più debole, nonostante usi tutti gli stratagemmi peggiori per arrivare dritto al punto. Un esordio che sembra la parodia di Gravity, preceduto da una schermata con uno spiegone in didascalia, e seguito dall’introduzione dei personaggi avvolta in una comicità tra l’infantile e il blando non bastano a tagliare i tempi. E alla fine i mostri e l’azione arrivano solo dopo più di mezz’ora quando la pazienza dello spettatore ha già subito parecchi colpi, quasi tutti bassi. E quando il punto arriva non è che la situazione migliori più di tanto. Lucertole alla Godzilla da una parte, gorilla alla King Kong dall’altra e il senso di deja vu nel mezzo, se fosse stato un film di Sergio Leone si sarebbe chiamato Il brutto e il cattivo, perché di Buono c’è davvero poco. E in effetti l’unica cosa che sembra salvarsi è lo scimmione albino George, ricreato in digitale sui movimenti dell’attore Jason Liles, a cui sono affidate le battute migliori del film (e potrebbe non essere un caso visto che parla solo il linguaggio dei segni).

    Rampage – Furia animale eleva ad arte il concetto di mediocre innocuità, e pure se avrebbe potuto scriverlo un generatore automatico di film catastrofici ha almeno il vantaggio di non essere platealmente offensivo. L’encefalogramma però resta piatto e i  miracoli non li può fare neanche il carisma di Dwayne Johnson (che in America gode di una stima tanto diffusa che qualcuno aveva pensato di lanciare una sua candidatura alla Casa Bianca). E così il film finisce per sembrare un’anteprima sbiadita del già annunciato King Kong vs Godzilla, senza peraltro averne le ambizioni, che non devono essere per forza quelle di fare buon cinema, ma semplicemente di aggiungere un nuovo cult alla lista dei nostri piaceri colpevoli.

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    Collateral Beauty: Le lacrime in uno schema

    Will Smith, Edward Norton, Keira Knightley e un cast all-star sono il punto di forza di Collateral Beauty, nuovo melodramma natalizio di David Frankel, regista del Diavolo veste Prada. In sala dal 4 gennaio. 

    2stelle

    Il potere delle lacrime contro il riso sguaiato dei cinepanettoni e i botti fragorosi dei blockbuster. Quella del melodramma natalizio è un’arte perduta o – peggio ancora – limitata ai circoli più ristretti. Riportarla in auge, conquistare il pubblico o quantomeno provare a intaccare le certezze di molti executive è la missione che si sono posti Will Smith, Edward Norton, Keira Knightley, Kate Winslet ed Helen Mirren. Sono loro i protagonisti di Collateral Beauty, nuovo film di David Frankel che dieci anni dopo prova a replicare il successo del Diavolo veste Prada.

    Come già avveniva nelle Sette Anime di Gabriele Muccino – film che torna più volte in mente vedendo Collateral Beauty – la vita di Will Smith viene sconvolta da una tragedia, la morte di una figlia in questo caso. Toccherà ai colleghi, nonché amici di sempre (Norton, Winslet e il Michael Peña di Ant-Man e World Trade Center) il compito di farlo uscire dal guscio e non necessariamente con le migliori intenzioni. Con l’aiuto di una compagnia di attori (Knightley, Mirren e il giovane Jacob Latimore) i tre, alle prese a loro volta con grossi problemi personali, elaboreranno un complicato schema che farà dialogare il povero Smith con tre entità astratte, l’amore, il tempo e la morte, fino a fargli credere di sfiorare la follia.

    Schema elaborato, forse troppo elaborato, ma comunque uno schema, un po’ come la trama di questo film scritto dallo sceneggiatore Allan Loeb (Rock of Ages, Mia moglie per finta). L’idea è quella di far muovere lo spettatore sulla stessa strada percorsa dal protagonista, quella che porta alla bellezza collaterale del titolo, alla riscoperta del senso della vita attraverso la prova della morte. In questo viaggio all’inferno e ritorno Will Smith è un po’ Dante e un po’ lo Scrooge del Canto di Natale di Charles Dickens. Lontani echi letterari per un dramma dal finale a sorpresa che se l’avesse diretto Muccino avrebbe probabilmente completato una sorta di trilogia ideale con La ricerca della felicità e il già citato Sette Anime.

    Alla regia però c’è Frankel che oltre a dirigere un cast che farebbe inorgoglire ogni casting agent non ha la forza di correggere il tiro e di salvare un film che sembra partire male già dalle sue premesse, a cominciare da una filosofia di fondo che definire spicciola è un po’ poco. Ma il peso più grosso che grava sulla riuscita di Collateral Beauty è quel suo schema elaborato di cui sopra, quella matrice fittizia che finisce per rendere impossibile anche la minima sospensione dell’incredulità. Tre attori, tre astrazioni, tre colleghi in difficoltà. È troppo facile capire il meccanismo, è troppo facile intuirne la dinamica e il finale a sorpresa arriva inaspettato come possono essere inaspettati i regali di Natale sotto l’albero. Vedere recitare Smith, Norton e la Winslet, Helen Mirren e tutti gli altri è un vero piacere, anche quando sono svogliati, anche quando c’è meno chimica di quanta te ne aspetteresti, ma la grana drammatica è troppo grossa e il pubblico che ha avuto la forza di resistere al rito umiliante del cinepanettone o alla seduzione del cinema più facile, quello dei franchise e dei blockbuster, meritava qualcosa di più: emozione, sì, ma anche un po’ di sottigliezza.

     

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