LOGO
  • ,

    X-Men: Dark Phoenix – Mutatis Mutanti

    X-Men: Dark Phoenix, diretto da Simon Kinberg, sarà l’ultimo film del franchise prima dell’acquisizione da parte della Disney. In scena tornano James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence e la Sophie Turner del Trono di Spade. In sala dal 6 giugno.

    Mutatis mutandis, dicevano i latini. “Dopo aver cambiato quel che si doveva cambiare”. E se l’effettiva necessità del cambiamento può essere il tema di un dibattito, il fatto che il cambiamento sia avvenuto è già inchiostro su carta. E allora gli eroi mutanti dei fumetti si sono ritrovati a cambiare scuderia proprio mentre era ancora in lavorazione quello che sarà l’ultimo capitolo della loro avventura cinematografica, almeno – è presumibile – per questa incarnazione. X-Men: Dark Phoenix esce in sala per la regia di Simon Kinberg, finora accreditato solo come produttore, e con una strana sensazione addosso, quella di portarsi dietro una specie di condanna preventiva all’oblio. Perché la 2oth Century Fox adesso è di proprietà della Disney, proprietaria a sua volta dei Marvel Studios di Tony Stark e soci. E se questo vuol dire che tra qualche anno vedremo spuntare gli X-Men nelle trame degli Avengers, è anche vero che difficilmente troveremo gli stessi protagonisti di oggi. E che protagonisti, per altro. Da James McAvoy a Michael Fassbender, da Jennifer Lawrence a Nicholas Hoult. E in un genere che vive di aspettative future più che di gioie presenti, che si alimenta delle promesse da marinaio dei sequel, dell’idea che ci possa essere in futuro qualcosa di più grande di quello che si sta vedendo sullo schermo, avere addosso il peso della conclusione potrebbe suonare come una condanna a un immeritato insuccesso.

    Immeritato perché le trame dei film degli X-Men, sia quelli dei primi del secolo firmati da Bryan Singer, sia questi più recenti, sono sempre state cariche di spunti stranamente emotivi, in un genere che preferisce da sempre la caciara e le formule banali del cinema per famiglie, intrecciate di buoni sentimenti e sorrisi vuoti. In Dark Phoenix la giovane Jean Grey (la Sophie Turner del Trono di Spade) finisce per essere posseduta da una forza misteriosa che la renderà un pericolo per l’intero pianeta. E se da un lato gli alleati e gli ex nemici si prodigano per risolvere la situazione, dall’altro una misteriosa forza aliena, che prende il volto di Jessica Chastain, sembra più interessata a carpirne i segreti e soprattutto il potere.

    Kinberg, autore anche della sceneggiatura, riprende una famosa saga firmata da due grandi autori degli X-Men a fumetti, Chris Claremont e John Byrne, storia che era già stata alla base di un precedente film del franchise (X-Men: Conflitto finale del 2006) che per peraltro lui stesso aveva sceneggiato. Di fatto X-Men: Dark Phoenix è un vero e proprio reboot di quel film, dove a interpretare Jean Grey era Famke Janssen. Ora, se l’idea di mostrare nuovamente su pellicola quello che già un altro film aveva mostrato non denota una grande originalità, è anche vero che stavolta Kinberg riesce a rendere una giustizia quantomeno migliore a una delle storie più amate dai fan, anche se, sul risultato finale, contano più i demeriti di Conflitto finale che i meriti di Dark Phoenix. Paragoni a parte Dark Phoenix meriterebbe un’accoglienza migliore di quanto probabilmente riceverà, perché la struttura consolidata della sua narrazione è molto più solida di tanti altri cinecomics. Per esempio Dark Phoenix, e in generale i film degli X-Men, reggono molto meglio la coralità della storia, mentre spesso tanti film degli Avengers assembravano una tale accozzaglia di eroi che finivano per soffocarsi a vicenda. Gli X-Men invece, forse perché nascono già come gruppo, riescono a trovare terreno fertile proprio nel rapporto tra i personaggi. A cominciare dal dissidio, tenero e allo stesso modo insanabile, che divide l’idealista Professor X (McAvoy) al disilluso Magneto (Fassbender), o dal rapporto intenso e complesso tra l’ex killer Mystica (Lawrence) e il mite scienziato dalla pelle blu Bestia (Hoult).

    Eppure più passano in sequenza i fotogrammi di X-Men: Dark Phoenix, più torna alla mente quella sensazione di straniamento che potrebbe prendere andando in spiaggia i primi giorni d’autunno. Un’esperienza pure soddisfacente in sé, se solo non fosse accompagnata da una mestizia che è anche difficile da celare. Non bastano i bravi attori e una storia che fila, non servono la forza dei personaggi e dell’intreccio. E non è neanche colpa di un villain un po’ incolore e di qualche scena madre che forse meritava un po’ di pathos in più. È che le logiche di mercato a Hollywood hanno seguito la legge del mutatis mutandis, e tra le cose che dovevano cambiare, a quanto pare, c’erano anche gli X-Men. Di cui Dark Phoenix, alla fine, è una lettera che non sapeva ancora di essere una lettera d’addio.

    Read more »
  • ,

    L’uomo di neve: Thriller che si scioglie al sole

    Michael Fassbender, Rebecca Ferguson e il regista Tomas Alfredson portano sullo schermo L’uomo di neve, noir nordico tratto dal bestseller di Jo Nesbø. In sala dal 12 ottobre.

    Un killer più truce del solito, un outsider travestito da detective e sullo sfondo i paesaggi smorti della Scandinavia. L’uomo di neve porta sullo schermo i brividi fisici e metaforici dei romanzi di Jo Nesbø, norvegese di nascita, maestro del thriller nordico insieme allo scomparso Stieg Larsson. Una produzione travagliata, il continuo succedersi di registi e sceneggiatori (tra cui anche Martin Scorsese), ma alla fine l’impresa è ricaduta sulle spalle dello svedese Tomas Alfredson, specialista in adattamenti letterari, da Lasciami entrare fino alla Talpa. Unica certezza in ogni iterazione del film è stato invece Michael Fassbender, che ha accettato di portare sullo schermo Harry Hole, il detective di riferimento di Nesbø, per quello che vorrebbe essere non un episodio isolato ma il primo film di una serie. Al suo fianco è stato poi raccolto un cast di tutto rispetto, dalla Rebecca Ferguson di Mission Impossible a Charlotte Gainsbourg, musa di Lars Von Trier, dal redivivo Val Kilmer al premio Oscar J.K. Simmons.

    L’uomo di neve racconta del detective alcolista e disadattato Harry Hole (Fassbender), spinto da una collega più giovane (Ferguson) a indagare sulla sparizione di alcune donne e su un caso irrisolto del passato, il suicidio di un investigatore (Kilmer), un fitto mistero che potrebbe smascherare il primo serial killer della storia del Norvegia.

    Sono tre gli sceneggiatori citati dai titoli di testa: Peter Straughan (La Talpa), Hossein Amini (Drive) e Søren Sveistrup (autore della serie cult danese The Killing). Tre penne veterane per adattare un bestseller dalle evidenti ascendenze cinematografiche. Eppure è subito chiaro che per L’uomo di neve qualcosa è andato storto. Perché se all’intreccio non mancano gli spunti e qualche colpo di scena, è indubbio che tanti fili narrativi restino orfani di un vero e proprio ordito. A cominciare dal suo protagonista, Harry Hole, che per buona parte del film sembra solo uno spettatore indolente e avvilito, come se l’atmosfera gelida della messa in scena l’avesse intirizzito e depresso. I suoi turbamenti restano distanti dalla mente dello spettatore che lo vede, senza troppo raccapezzarsi, alle prese con una ex che ancora ama (Gainsbourg) e con un figlio non suo, verso cui sente di dover provare un affetto paterno.

    I rapporti labili tra padri e figli sono il tema portante del film, probabilmente la parte migliore, specie quando si riesce ad amalgamarli con più grazia nella trama, come nel caso del personaggio della Ferguson, la detective Katrine Bratt, che ruba inconsapevolmente la scena a Fassbender, più per meriti della sceneggiatura che della pur talentuosa performer. L’attore di Prometheus e 12 Anni Schiavo ce la mette tutta per dare carisma al personaggio e quel poco di buono che si vede sembra tutta farina del suo sacco, ma vale lo stesso discorso della collega. Il personaggio è tanto passivo e apatico che solo il finale giustifica il fatto che ne sia il protagonista. In definitiva L’uomo di neve sembra più un cumulo informe di nevischio che non la scultura ben formata che poteva essere e se la sceneggiatura non aiuta neanche Tomas Alfredson riesce a riscattarlo, affidandosi troppo alle atmosfere norvegesi e al richiamo di un romanzo di successo, lasciando stavolta nel cassetto le qualità che lo avevano fatto notare nei suoi film precedenti.

     

    Read more »
  • ,

    Song to song: Malick e l’arte del collage

    Ryan Gosling, Rooney Mara e Michael Fassbender stretti in un triangolo d’amore, musica ed esistenzialismo in Song to songo, nuovo film del maestro Terrence Malick. In sala dall’1o maggio.

    Il ritorno discusso di un maestro. Song to song, ottavo film di Terrence Malick, arriva sugli schermi italiani a pochi mesi dal precedente Knight of Cups, due film quasi paralleli per la versione cinematografica di un parto gemellare che sarà croce e delizia della platea cinefila, alimentando in egual misura – è facile credere – estasi e imbarazzi, vaglio critico e inevitabili discussioni. Il regista dell’Illinois arruola la solita schiera di celebrità pronte a mettersi al servizio di una creatività spontanea, involontaria, e di anno in anno sempre più selvatica. Stavolta si tratta di Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter e Val Kilmer, solo per citarne alcuni, a cui si aggiungono (visto il tema musicale in rigoroso sottofondo) rockstar come Patti Smith, Iggy Pop e Flea ed Anthony Kiedis dei Red Hot Chilli Peppers, e non si contino neanche Christian Bale e Benicio Del Toro che pur avendo partecipato alle riprese sono stati tagliati dal montaggio finale.

    La storia è quella di BV (Gosling), musicista in cerca del successo, che trova l’amore dell’aspirante cantautrice Faye (Mara) a sua volta legata al produttore Cook (Fassbender). Un triangolo amoroso imperfetto che si arricchirà di nuovi personaggi, la cameriera Rhonda (Portman), Amanda (Blanchett) e non solo, fino a formare un complesso mosaico che si staglia sullo sfondo di Austin e dei suoi infiniti festival musicali.

    Con Song to song Malick si cimenta ancora nell’arte del cinema-collage, mostrandoci una love story scomposta ed esistenzialista che sembra prendere forma in media res. Il punto di origine è la città, la sua irrequietezza musicale, i suoi artisti che brancolano e sgomitano nella speranza di afferrare i propri sogni, di trasformare l’aspirazione in realtà, magari senza perdere se stessi, senza smarrire il senso di ciò che si ha intorno. Ma se questa è la traccia il tema è svolto con l’audacia prevedibile, forse un po’ scontata, del Malick dell’ultima fase.

    Per un film che ha nella musica il suo centro la musica è stranamente assente, affiora ogni tanto nelle riprese girate direttamente ai festival, nel contributo anche pungente di alcuni tra i volti più scavati del rock (splendido il passaggio davanti alla telecamera di Patti Smith), per il resto gli strumenti compaiono qua e là, più come feticci che come motori immobili dell’azione. In fase di scrittura Malick predilige ancora una volta il ricorso sistematico alle voci off che cercano di intagliare una cornice narrativa che racchiuda un girato dove prevale invece la logica del canovaccio. Le parole sono poetiche, la sintonia con le belle immagini immortalate dalla fotografia di Emmanuel Lubezki è magistrale, ma la sensazione, più che altre volte, è che qualcosa non vada, che il circuito narrativo non si chiuda. Se il manto di parole sia un sudario funebre che avvolge il senso tradizionale della sceneggiatura hollywoodiana o se sia solo un velo pietoso steso per coprire una massa informe, lasciamo che siano gli appassionati a deciderlo. Certo è che la trama pare più diafana del solito, di un inafferrabile ai limiti dell’inconsistente.

    Di Song to song resta comunque la sequela impeccabile di istantanee, di suggestioni, da cui emana una narrativa di risulta che forse stavolta è inferiore alla somma delle sue parti. Resta il dubbio: Malick è un maestro di immagini che ha perso le parole? Forse è giusto che a rispondere siano le accademie perché l’ultima pellicola di questo regista, la cui grandezza è difficile da mettere in discussione, sembra più materia di studio che non un’opera fruibile da un pubblico di curiosi e appassionati. In attesa che ritorni il maestro della Rabbia Giovane e della Sottile Linea Rossa non resta che prendere, lasciare, dibattere.

    Read more »
  • ,

    La luce sugli Oceani: Adamo, Eva e l’ira divina

    Presentato in concorso alla scorsa  Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriva nei nostri cinema La luce sugli Oceani, dramma diretto da Derek Cianfrance con Michael Fassbender, Alicia Vikander e Rachel Weisz. In sala dall’8 marzo.

    Provato dagli eventi del Fronte Occidentale, Tom Sherbourne decide di isolarsi completamente e di lavorare come custode di un faro su un’isola dell’Australia, Janus Rock. Ma l’intenzione di rimanere da solo viene stravolta quando a Partageuse incontra Isabel: tra i due la scintilla è immediata, tanto che poco dopo si sposano e la donna lo raggiunge sull’isola. Sconvolti dall’impossibilità di avere un figlio, il destino li mette a dura prova il giorno in cui sulla spiaggia arriva una barca con una neonata. La coppia decide di tenerla crescendola come se fosse loro figlia, ma un’altra donna è alla ricerca della bambina: la sua vera madre.
    Tratto dal romanzo omonimo di M. L. Stedman pubblicato nel 2012, La luce sugli Oceani, il dramma di Derek Cianfrance in sala dall’8 marzo, è una storia di amori e di segreti, di lacrime e solitudine, di ritrovamenti e abbandoni.

    Sorretto dalla possente fotografia di Adam Arkapaw (anche se i paesaggi ripresi parlano da soli) e dalle musiche di Alexandre Desplat, il film mette in scena tre figure complesse, intrecciandole tra loro con una storia totalmente vittima della casualità, tanto da sembrare assurda già a un quarto dall’inizio. Il Tom di Michael Fassbender è un uomo che segue le regole, le cerca ovunque e si aggrappa a loro come se fossero l’unica fonte di salvezza. Ed è anche comprensibile, visto che quell’uomo si porta dietro il dolore e l’anarchia della Grande Guerra.
    Di contro c’è la Isabel di Alicia Vikander: il suo desiderio di essere madre la spinge a sfidare il destino, a cogliere quella mela che non doveva essere colta. Tom e Isabel come Adamo ed Eva in questo paradiso terrestre esposto ai venti, dove le correnti dei due Oceani si incontrano.
    La mela è la piccola Lucy: il frutto proibito che per quanto venga trattato come la cosa più preziosa al mondo, sarà la causa della rovina, dell’ira divina che scaraventa la coppia nella dura realtà. Tom e Isabel si muovono nel pericoloso terreno del “cosa è giusto e cosa è sbagliato“, costruiscono il loro mondo partendo da un segreto, una bugia, fino a quando  nella loro vita non entrerà quel terzo personaggio, la Hannah di Rachel Weisz, con la determinazione di una madre che non si arrende all’idea di aver perso la propria figlia. Le categorie di giusto e sbagliato diventano l’ossessione degli Sherbourne, la loro colpa ha degli splendidi boccoli dorati e un viso paffutello che farebbe sciogliere qualsiasi cuore di ghiaccio.

    Materiale che conduce pericolosamente nel regno del melodramma più scontato e banale. E Cianfrance ci inciampa in pieno: così preso dalla storia, il regista non si azzarda nemmeno per un secondo a trattare il tutto con delicatezza, ma spinge storia e personaggi in un caotico walzer di lacrime, solitudini e abbandoni. Quando tutto, poi, sembra stia per raggiungere l’apice, ecco che Cianfrance calca ancora di più la mano (la gratuita scena di Hannah che trova il sonaglino regalato alla figlia è una delle scene più terribili e crudeli della storia del cinema, molto probabilmente) con l’intenzione di toccare nel profondo l’animo di chi guarda. Arrivando, però, a scatenare la reazione contraria. Poco aiuta la recitazione, anche se l’accanimento della regia qui, si sente di meno rispetto al resto del racconto. Dispiace molto non ritrovare il Cianfrance dello splendido Blue Valentine e sarebbe stato bello ricordare La luce sugli Oceani non solo come il film “galeotto” che ha fatto innamorare Fassbender e la Vikander, ma, a quanto pare, questo resterà a lungo il suo unico merito.

    Read more »
  • ,

    Assassin’s Creed: Un salto nel vuoto

    Michael Fassbender contro i templari in Assassin’s Creed, adattamento del celebre videogame targato Ubisoft. Con lui Marion Cotillard e Jeremy Irons. Dirige l’australiano Justin Kurzel. In sala dal 4 gennaio.

    2stelle

    Un divo avvolto in una tunica, le vetta di una torre, il panorama di una città esotica. E poi il salto, a volo d’angelo, verso il vuoto sottostante. Non si tratta solo di una delle immagini più suggestive di Assassin’s Creed, il nuovo, l’ennesimo tentativo di dare dignità artistica all’estetica borderline del mondo dei videogiochi, ma anche di una metafora del risultato finale. Il film – come capita sempre più stesso in questo sottogenere ancora alla ricerca di una qualche affermazione – partiva con i presupposti migliori. Due protagonisti di talento (Michael Fassbender e Marion Cotillard) che non disdegnano le lusinghe del cinema più commerciale (X-Men e Prometheus lui, il Batman di Nolan lei), un cast di supporto da Oscar (Jeremy Irons, Charlotte Rampling, Brendan Gleeson), un regista giovane di quelli più interessanti sulla piazza, l’australiano Justin Kurzel, venuto alla ribalta con l’indipendente Snowtown e poi consacrato da una versione visionaria e potente del Macbeth di William Shakespeare.

    L’intreccio, uno dei principali difetti del film, è un mix insipido e sbagliato di ingenuità e complicazione. Il condannato a morte Callum Lynch (Fassbender) dopo la presunta esecuzione si risveglia in un laboratorio segreto nella città di Siviglia. Il suo contributo è necessario per la ricerca portata avanti da Sofia (Cotillard), una misteriosa scienziata che vuole curare la vocazione umana alla violenza. Grazie a una macchina chiamata Animus la mente di Callum viene fatta incarnare nel corpo di un suo antenato, Aguilar, membro dell’antica setta degli Assassini, l’unico a sapere dove si trova un antico manufatto che sembra essere la chiave di tutto. Peccato però che dietro questa ricerca si nascondano le mire dei redivivi Cavalieri del Tempio.

    Esoterismo alla Dan Brown e una lunga tradizione di fumetti scritti male sembrano le principali fonti di ispirazione della trama del videogioco e l’eccessiva adesione al materiale originale – pur senza adattare nessun capitolo della saga nello specifico – è forse il peccato originale di Adam Cooper e Bill Collage, i due sceneggiatori che per primi si sono assunti l’onere. Né tantomeno è riuscito a metterci una pezza Michael Lesslie, incaricato di rivedere lo script dopo il coinvolgimento di Kurzel nel progetto.

    Poco può fare un regista se si parte da un copione del genere, specie al cinema dove non è possibile saltare i dialoghi premendo un tasto del joypad. Ma quel poco che si può fare Justin Kurzel lo fa e parliamo di una piccola lezione di cinema, dove l’azione e la fotografia, dove la musica e gli effetti speciali si fondono in un’alchimia che riesce ad esaltarne le singole parti, dove riemergono prepotenti le visioni e il vigore narrativo del Macbeth al netto – ahimé – delle parole di William Shakespeare.  Le scene delle corse spericolate tra le vie e i tetti di una Siviglia del tardo medioevo sono affascinanti e divertenti e si confermano – come nel gioco – la punta di diamante del prodotto Assassin’s Creed. Peccato davvero per tutto il resto che invece sta ben al di sotto della sufficienza e a questo punto sorge il dubbio che per vedere un bel film tratto da un videogame bisognerà aspettare ancora qualche anno, in attesa che l’evoluzione narrativa dei giochi elettronici faccia un ulteriore passo avanti, perché quelli che ci sono stati – e ci sono stati – ancora non reggono alla prova di uno storytelling più ancorato alla realtà, come quello del cinema.

    Read more »
  • ,

    X-Men: Apocalisse, Canovaccio mutante

    Terza avventura per James McAvoy, Jennifer Lawrence e Michael Fassbender nei panni dei mutanti della Marvel. Dirige Bryan Singer. X-Men: Apocalisse arriva in sala il 18 maggio.

    2stellemezzo

    Mutanti contro la fine del mondo, l’ennesima. X-Men: Apocalisse è l’ultima incarnazione di questo assioma ed è anche la terza avventura del nuovo corso cinematografico degli eroi di casa Marvel, dopo i precedenti X-Men: L’inizio e X-Men: Giorni di un futuro passato. Al centro della scena gli ormai soliti James McAvoy, Michael Fassbender, Nicholas Hoult e Jennifer Lawrence, accompagnati per l’occasione da qualche giovane di belle speranze, su tutti Sophie Turner, già interprete della serie tv più vista del mondo, Il Trono di Spade, e Tye Sheridan che sarà il protagonista di Ready: Player One, prossima fatica fantascientifica targata Steven Spielberg. Sul timone si posa invece la mano ferma di Bryan Singer, regista dei Soliti Sospetti, che insieme a Hugh Jackman è il vero trait d’union tra questi X-Men e quelli che fecero il loro esordio al cinema nell’ormai lontano anno 2000.

    L’intreccio di X-Men: Apocalisse ci porta negli anni 80 e vede riaffacciarsi alla vita un mutante antico e potente di nome Apocalisse, interpretato da un lanciatissimo ma poco riconoscibile Oscar Isaac, che converte alla sua causa quattro superuomini e li lancia in un’offensiva contro gli umani. Le sorti del mondo si reggeranno ancora una volta sul Professor X (McAvoy) e sugli allievi vecchi come Hank “La Bestia” McCoy (Hoult) e nuovi ovvero Scott “Ciclope” Summers (Sheridan) e Jean Grey (Turner), ma anche sullo spirito combattivo della mutaforma Mystica (Lawrence) e sui dubbi e sulla coscienza di Magneto (Fassbender), la figura più grigia dell’universo mutante.

    Tra i tormenti di un popolo ai margini, il desiderio di emergere, la sfida eterna tra violenza e idealismo, tra speranza e disperazione, la sceneggiatura del produttore Simon Kinberg, vera eminenza grigia della nuova onda di film con il marchio della X, sembra scritta a occhi chiusi. Con tanto di camei di prestigio, di riferimenti fumettistici – che non sveliamo per evitare spoiler – e di qualche scena di effetto sicuro e già testato, come le evoluzioni del simpatico velocista Quicksilver (interpretato dall’Evan Peters di American Horror Story). In sostanza Kinberg e Singer sembrano sempre più intenti a distillare la formula di un cinecomics inattaccabile. Ecco quindi che il racconto procede con il giusto ritmo, che le sequenze d’azione mescolano dinamismo, divertimento e il giusto pizzico di tensione. Saggia anche la gestione dei personaggi, forse grazie alla natura corale del concetto stesso degli X-Men, che ha evitato gli evidenti squilibri di film come Avengers: Age of Ultron o dell’ultimo Captain America: Civil War. Uno degli elementi di forza resta poi la chimica dei personaggi, anche quella forte di rapporti già assodati (quello tra McAvoy, Fassbender e la Lawrence, i sipari da commedia tra McAvoy e il personaggio interpretato da Rose Byrne, il legame tra Quicksilver e Magneto ecc.).

    Ma l’unico e non banale difetto di X-Men: Apocalisse è quello di avventurarsi su un territorio già mappato, di dimenticarsi di esplorare nel tentativo di perfezionare. La sensazione sgradevole alla fine è quella di trovarsi di fronte un film che segue una formula scolpita nel granito e destinata a ripetersi anche nelle prossime iterazioni. E se il fan è abitudinario e potrebbe trovare confortevole una ripetitività condita dai giusti rimandi, di certo un pubblico più esigente non si accontenterà dell’ennesimo capitolo di un franchise che, nonostante la cura della realizzazione e il talento messo in campo, mostra segni di logoramento.

    Read more »
  • ,

    Macbeth: uno Shakespeare per il nuovo secolo

    Torna per la 13esima volta sullo schermo il Macbeth di William Shakespeare, stavolta interpretato da Michael Fassbender e Marion Cotillard per la regia dell’australiano Justin Kurzel. In sala dal 5 gennaio.

    3stelleemezzo

    La parabola dell’ambizione inizia al volgere del secolo 17esimo e prosegue ancora oggi. La tragedia di Macbeth, una delle più famose di William Shakespeare, torna al cinema per la 13esima volta. Dopo otto film muti, dopo gli adattamenti più celebri firmati da Orson Welles e Roman Polanski, stavolta è il turno dell’australiano Justin Kurzel che si era fatto notare a Cannes con l’indipendente Snowtown e che ora porta sullo schermo Michael Fassbender e Marion Cotillard, divi osannati sia a Hollywood che in Europa.

    La storia è quella di Macbeth (Fassbender), valoroso generale al servizio del re di Scozia, che spinto dalla profezia di tre streghe e dalle parole della moglie (Cotillard) uccide il suo sovrano nel primo passo di una scalata al potere che sarà tanto inarrestabile quanto autodistruttiva. E come tutti i suoi predecessori Kurzel si trova alle prese con il compito di adattare un testo – per forza di cose – pressoché intoccabile. La scelta del cineasta australiano e degli sceneggiatori Jacob Koskoff, Todd Louiso e Michael Leslie è simile a quella di Kenneth Branagh, tra i registi contemporanei sicuramente il più affezionato al bardo di Stratford on Avon visti gli adattamenti dell’Enrico V, di Amleto e di Molto rumore per nulla. Meglio quindi lavorare con le forbici che non col dizionario, lasciando intatti i passaggi più celebri (dal prologo delle tre streghe al monologo di lady Macbeth) e concentrarsi sulla messa in scena, aggiungendo (il passato di Macbeth) e modificando (la profezia della foresta, il ruolo del figlio di Banquo) qualche elemento della trama senza però azzardarsi a stravolgere. Ed è nella potenza visiva che si può rintracciare l’elemento più interessante della pellicola, nelle soluzioni di regia che scompongono l’iniziale battaglia contro i ribelli in una sequenza di scene in slow motion, o che avvolgono il confronto finale in una fumata rosso sangue e nelle note epiche della colonna sonora firmata dal fratello del regista, Jed Kurzel. La cifra espressionista poi è confermata dalla fotografia di Adam Arkapaw, reduce dal successo della prima stagione di True Detective, che alterna scene di battaglia dai forti contrasti a riprese esterne dove prevalgono i colori sfumati di grigio della Scozia settentrionale.

    Una nota di merito per i due protagonisti, con Fassbender che alterna i tormenti e l’ambizione, condannato dal destino a vestire i panni del tiranno, mentre Marion Cotillard è quasi magistrale nel far convergere in un solo personaggio gli sfoghi ambiziosi, spesso carichi di sottintesi sessuali, con un senso di fragilità più inafferrabile che poi si svela nelle tragiche scene finali.

    Read more »
  • ,

    Online il trailer di X-Men: Apocalypse

    Da poche ore è apparso sul web il primo trailer ufficiale in lingua originale di X-Men: Apocalypse. Il film chiuderà la trilogia iniziata nel 2011 con X-Men: l’inizio, di Matthew Vaughn, e proseguita nel 2014 con X-Men: Giorni di un futuro passato, di Bryan Singer.
    A dirigere questo terzo capitolo ci sarà ancora una volta Singer, che ha anche scritto la sceneggiatura insieme a Michael Dougherty e Dan Harris.
    X-Men: Apocalypse sarà ambientato dieci anni dopo i fatti raccontati nel film precedente. Un mutante millenario, dal nome molto eloquente, Apocalisse (Oscar Isaac), si risveglia e trova il mondo nel caos: l’unico modo per ristabilire l’ordine è quello di sterminare tutta l’umanità. Grazie al suo enorme potere, Apocalisse riesce ad arruolare Magneto (Michael Fassbender), Psyloche (Olivia Munn), Arcangelo (Ben Hardy) e Tempesta (Alexandra Shipp) come suoi Cavalieri. Ma gli altri mutanti non ci stanno e saranno pronti ad affrontare una dura battaglia.
    Nel cast del film figurano anche Jennifer Lawrence (Mistica), James McAvoy (Xavier), Nicholas Hoult (Bestia), Evan Peters (Quicksilver), Sophie Turner (Jean Grey) e Tye Sheridan (Ciclope). La pellicola sarà distribuita in Italia a partire dal 26 maggio 2016.

    Read more »
  • ,

    Macbeth, online il trailer in italiano

    A poco meno di due mesi dall’uscita al cinema, il prossimo 5 gennaio, ecco che Videa ha pubblicato online il primo trailer in italiano di Macbeth, film diretto da Justin Kurzel e presentato in anteprima alla scorsa edizione del Festival di Cannes, incontrando i favori del pubblico.
    Protagonisti sono il Premio Oscar Marion Cotillard, nei panni di Lady Macbeth, e Michael Fassbender, che sarà Macbeth. Il film è l’undicesimo adattamento per il grande schermo della tragedia composta da William Shakespeare tra il 1605 e il 1608, uno dei lavori più noti e rappresentati del drammaturgo inglese.
    La pellicola segue la rovinosa metamorfosi del generale Macbeth, signore di Glamis, che conosce glora e onore, ma viene condotto alla rovina a causa della sua cupidigia. Ambientato durante la guerra civile in Scozia, la storia rappresenta una grande metafora di come un animo generoso e coraggioso possa essere corrotto da ambizione e avidità. Nel cast anche Sean Harris, Elizabeth Debicki, Davit Thewlis e Paddy Considine. Vi lasciamo alle immagini del trailer.

    Read more »
  • ,

    The Counselor: da McCarthy e Scott un film molto interessante

    Il Premio Oscar Ridley Scott e il premio Pulitzer come Cormac McCarthy raccontano ‘insieme’ la linea rossa tra bene e male. Protagonisti Michael Fassbender, Brad Pitt, Cameron Diaz, Penélope Cruz e Javier Bardem.

    Cosa succede se un regista Premio Oscar come Ridley Scott e un premio Pulitzer come Cormac McCarthy (autore di ‘Non è un paese per vecchi’) uniscono i loro straordinari talenti per realizzare un film?
    Semplice, la pellicola diventa subito un caso da studiare, da interpretare prima sulla carta, meticolosamente e poi dopo la visione, scrupolosamente, a partire dalle singole interpretazioni, che danno vita alle idee di un grande scrittore, rese per immagino da un grande regista.
    I protagonisti si diceva, tutti straordinari nomi, da Michael Fassbender a Brad Pitt, da Cameron Diaz a Penélope Cruz e Javier Bardem.
    La trama in cui si muovono Racconta di un avvocato (il cui nome non viene mai pronunciato), apparentemente all’apice ma che vede improvvisamente andare in rovina la sua vita e la sua carriera, decidendo allora, per curiosità o per bisogno – non è dato rivelare – di farsi un giro nel lato oscuro della nostra societa’.
    Nello scenario affascinante e tremendo della frontiera tra Messico e Stati Uniti le vite dei porto agonisti si ‘mischiano’ fino ad intricarsi, fino a rendere incomprensibile il confine tra bene e male, la linea di demarcazione dell’uomo retto e del delinquente.
    Una regia sapiente ci accompagna nel vortice conosciuto solo sulla carta gia’ da milioni di lettori, che pure si stupiranno di vedere i ‘loro’ personaggi, agire e reagire con situazioni incontrollabili, con una caduta morale lenta ma inesorabile.
    Non ci sono giudizi morali nell’opera di McCarthy, non ci sono soluzioni scontate nella regia di Scott. Gli attori fanno il loro mestiere, come di consueto accade – vedo alla voce Bardem, uno schizoide avventuriero del Cartello della droga – a volte in maniera sorprendente, come nel caso di una Cameron Diaz luciferina.
    Meno incisivo rispetto alle sue ultime interpretazioni, Fassbender, ma è assolutamente lecito concederlo, accettarlo, anche perché magari la sua interpretazione ‘misurata’ e’ frutto di una precisa indicazione registica.
    Il film appassionerà, per la sua componente action e soprattutto per la sua analisi di un lato oscuro della società che è sempre più vicino ad ognuno di noi.

    20140109-215941.jpg

    Read more »
Back to Top