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    La Torre Nera: L’epica sullo sfondo

    Idris Elba e Matthew McConaughey ci portano ai piedi de La Torre Nera, una delle più affascinanti invenzioni del re del brivido, Stephen King. Dirige il danese Nikolaj Arcel. In sala dal 10 agosto. 

    La Torre Nera dieci anni dopo. Tanto c’è voluto per trasformare in realtà cinematografica il progetto narrativo più ambizioso dello scrittore più letto del mondo, Stephen King, una saga in sette romanzi che spazia in scioltezza dal western al fantasy, dalla fantascienza all’horror. A spuntarla alla roulette dei registi è stato il danese Nikolaj Arcel (Royal Affair), ma prima di lui avevano puntato e perso mostri sacri come Ron Howard e J.J. Abrams. Stesso discorso per il fronte protagonisti. Dopo essere stato accostato a Russell Crowe e Javier Bardem il ruolo dell’iconico pistolero Roland è andato a Idris Elba, mentre quello del cattivissimo uomo in nero è toccato al divo Matthew McConaughey.

    La storia è quella di Jake Chambers (Tom Taylor), ragazzino di New York tormentato da incubi e visioni apocalittiche. Al centro di tali visioni è l’enigmatica Torre Nera, un edificio che incarna le forze del bene, l’equilibrio dell’universo, e che si trova sotto attacco ad opera delle armate dell’Uomo in nero (McConaughey). Unica speranza per l’umanità è rappresentata dalle pistole infallibili del misterioso Roland (Elba), che però è concentrato più su una vendetta personale che non nella missione della vita.

    Dieci anni di lavorazione vuol dire un processo di riscrittura continua dello script. In termini empirici questo si traduce in una corposa lista di sceneggiatori a cui va accreditato il film. Dal premio Oscar Akiva Goldsman, che per primo seguì la stesura ai tempi in cui era Ron Howard il regista prescelto, passando per Jeff Pinkner (The Amazing Spider-Man 2), per il danese Anders Thomas Jensen e per lo stesso regista, che fu il primo ad adattare Uomini che odiano le donne, il celebre thriller di Stieg Larsson. In termini narrativi invece il risultato è un prevedibile stravolgimento della trama imbastita da King che non esitava a mescolare viaggi nel tempo, cavalieri, maghi, cowboy, in un intruglio weird che non poteva che spaventare il mondo del cinema, sempre restio a mescolare i generi. E così La Torre Nera, che nelle intenzioni dichiarate dei produttori vorrebbe essere il primo film di un franchise, prende poco e nulla dal primo libro della serie firmata dallo scrittore del Maine e preferisce inoltrarsi in un sentiero inedito ma non particolarmente avventuroso, smussando gli spigoli narrativi e finendo per edulcorare un po’ le atmosfere cupe, pre e post apocalittiche della serie.

    Tradotto in immagini dalla regia di Arcel, che evita i fronzoli ma non produce particolari trovate, e sostenuto da un budget probabilmente non all’altezza (60 milioni di dollari a fronte degli oltre 100 del più economico cinecomics) il vivido immaginario de La Torre Nera finisce così per affiorare solo a tratti nelle menti e nei cuori degli spettatori. E questo nonostante il film non sia piagato da evidenti errori tecnici e le scelte di casting risultino alquanto azzeccate. Matthew McConaughey è probabilmente il centro magnetico del film, con il suo Uomo in nero che esteticamente richiama una rock star a metà tra Elvis Presley e Robert Smith dei Cure, e che resta impresso perché incarna una malvagità distratta, una violenza quasi casuale. Idris Elba resta un po’ indietro, vuoi perché il film, che dura poco più di un’ora e mezzo, sembra voler lasciare in cantina i particolari più interessanti del suo personaggio, vuoi perché il pistolero di Stephen King era l’archetipo dell’eroe western, crudo, militaresco e non particolarmente espressivo. Eppure Elba ha una gravitas naturale che lavora a suo favore e anche quando l’atmosfera s’ammorbidisce, quando c’è da dare un pizzico di umanità al personaggio, si fa trovare pronto. Bene anche il giovane Tom Taylor, un po’ protagonista, un po’ spalla, l’unico altro personaggio a staccarsi dalla quinta del palcoscenico e a prendere un po’ di forma.

    E a rifletterci forse è proprio questa la crepa che rischia di far crollare la struttura de La Torre Nera. Sono davvero pochi gli elementi che si staccano dallo sfondo, a cominciare dai personaggi femminili che latitano, ma non solo. Anche a voler considerare questo film come un prologo delle avventure a venire la forza epica, di cui pure si percepisce un’eco, viene ingabbiata e attenuata. E a non conoscere l’opera originale verrebbe da pensare che il grande respiro che ci si aspetta da una saga tanto corposa sia in realtà un fiato decisamente corto. Probabilmente non è così ed eventuali seguiti potrebbero chiarire l’equivoco, ma in attesa di notizie da Hollywood La Torre Nera in versione cinematografica si limita a questo, un film corto e neanche troppo spiacevole ma che non lascia davvero il segno.

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    Gold – La grande truffa: ambizioni e fallimenti di un sognatore

    Le ambizioni e i sogni di un uomo contro l’affascinate quanto crudele sogno americano. Gold – La grande truffa è la pellicola di Stephen Gaghan che vede Matthew McConaughey protagonista indiscusso. Nelle nostre sale dal 4 maggio.

    Era da un paio di anni che quel mattatore di Matthew McConaughey non si mostrava in tutto il suo splendore, ma con Gold – La grande truffa, in sala dal 4 maggio, ridà lustro alle sue interpretazioni. Diretto da Stephen Gaghan, l’attore Premio Oscar porta in sala un film sul sogno americano, che tutto ti dà e tutto ti toglie, nel giro di pochi secondo. Lo sa bene il suo personaggio, Kenny Wells: a capo di una impresa mineraria in bancarotta e costretto ad improvvisare il suo ufficio nel bar dove lavora la sua fidanzata (Bryce Dallas Howard), Kenny prova di tutto per risollevare le sue sorti. Così, con l’aiuto del geologo Michael Acosta (Èdgar Ramírez), si mette alla ricerca di una miniera d’oro in Indonesia.

    Ispirato allo scandalo Bre-X Minerals degli anni Novanta in Canada, Gold – La grande truffa vuole essere il racconto delle ambizioni e dei sogni di un perdente. Il Wells di McConaughey è la quintessenza dello spirito imprenditoriale americano: con la piena fiducia nelle sue capacità, con un’autostima alle stelle, Kenny non si dà mai per vinto, soprattutto nel momento di crisi che sta vivendo, ed è disposto a qualsiasi cosa pur di mostrare agli altri quanto vale. Ma è proprio in questa sua estenuante costruzione di una credibilità che il passo falso è facile, come un palazzo dalle fondamenta debolissime: splendido e imponente, crolla quando un soffio di vento gli si scaglia contro.
    Quel sogno americano tanto ricercato arriva, ma così come offre a Kenny tante possibilità, allo stesso modo gliele toglie nel giro di poco tempo: prima circondato da chi voleva salire con lui sul carro del vincitore, dopo abbandonato ai lati della strada ferito e senza alcuna via di scampo. Feroce la critica che Gaghan e i suoi sceneggiatori, Patrick Massett e John Zinman, fanno del mondo degli affari, tanto da indagare in profondità nel marciume di questo ambiente e da mostrarci cosa resta di un uomo, dei suoi sogni e delle sue ambizioni.

    Quello che però è, senza ombra di dubbio, il punto di forza di questo film – e cioè la splendida interpretazione, con tanto di ennesima trasformazione fisica di McConaughey – ben presto si trasforma in un’arma a doppio taglio per Gaghan. Il regista, infatti, non sembra essere in grado di tenere testa all’attore, tanto che McConaughey prende il sopravvento, mettendo in ombra tutto il resto. Complice anche la decisione di non dare particolare spessore agli altri personaggi (su quelli di Ramírez e della Howard ci si poteva creare tanto, visto che gli attori che li interpretano sono in grado di farlo), Gold – La grande truffa si perde in momenti altalenanti e, nonostante risulti essere una pellicola piacevole, non riesce a farsi notare per ulteriori aspetti, se non per questa indagine su come la natura umana riesca a trasformarsi davanti ad una presunta opulenza.

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    Free State of Jones: McConaughey il ribelle

    Matthew McConaughey e il regista Gary Ross ci raccontano la storia di un gruppo di sudisti che si ribellò allo schiavismo e alla secessione dei confederati. Free State of Jones arriva in sala dall’1 dicembre.

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    Mississippi, 1863. Una banda guidata da un uomo di nome Newton Knight dichiara la nascita dello Stato Libero di Jones, un territorio che rifiuta la guerra civile e lo schiavismo e dove ogni uomo è proprietario di diritto della terra che lavora. E questa piccola utopia, perlopiù ancora inesplorata dalla storiografia e dalla curiosità popolare, è al centro di Free State of Jones, il film diretto da Gary Ross e interpretato da Matthew McConaughey in uno dei primi ruoli scelti dopo il suo anno d’oro, il 2014, quando fu protagonista di True Detective, di Interstellar ma anche alla notte degli Oscar.

    La storia è quella di Knight (McConaughey), soldato sudista che dopo la morte al fronte del nipote decide di disertare e di unirsi a una banda di ex soldati e di schiavi in fuga. Lì troverà l’amore, quello della nera Rachel (Gugu Mbatha-Raw) e anche la forza di un idealismo che lo porterà a ribellarsi al potere costituito e ad affrontare anche il difficile periodo del dopo-guerra, quando il ritorno dei vecchi proprietari e le incursioni del Ku-Klux-Klan rappresenteranno una sfida ancor più impegnativa.

    Dopo un lavoro di ricerca di quasi 10 anni Ross, sceneggiatore plurinominato agli Oscar, qui alla quarta regia dopo Pleasantville, Seabiscuit e il primo Hunger Games, riesce a portare sullo schermo quello che a Hollywood chiamano un passion-project. L’amore per Free State of Jones traspare in mille dettagli, soprattutto nel desiderio di restare fedele alla realtà dei fatti anche quando le esigenze narrative pretendono e ottengono che ci si discosti un po’. Il film però di questa troppa passione finisce per cadere vittima, perché della sua consistente durata – poco meno di due ore mezzo – dedica la prima ora a posare le fondamenta dell’intreccio. Troppo – probabilmente – per uno spettatore, specie quando il ritmo narrativo è segnato da silenzi che vorrebbero fare atmosfera e che invece fanno solo venir voglia di guardare l’orologio. Va decisamente meglio dopo, quando tanta attesa comincia a pagare i suoi dividendi. Quando Matthew McConaughey può arringare la folla e proiettare il suo magnetismo sugli altri personaggi e sugli spettatori. Ci si ricorda allora che il film racconta una storia interessante e che il protagonista di Dallas Buyers Club è probabilmente l’attore giusto per interpretare un ruolo tanto intenso. Anche l’intreccio magicamente si ravviva, grazie a un cast di buon livello che comprende anche Mahershala Ali, nel ruolo di Moses, braccio destro di Knight, e Keri Russell, in quello della moglie del protagonista. Le scene si moltiplicano, più sostanza e meno silenzi. Anche la storia va avanti, supera i limiti della guerra civile, senza rinunciare a quel didascalismo che a volte ci fa sembrare di essere di fronte a una docu-fiction di History Channel più che a un film prodotto a Hollywood.

    E il problema di Free State of Jones è proprio lì. Ha una natura incerta. Troppo rigoroso per essere un’opera di fiction, troppo costruito per passare l’esame di un qualunque fact-checking. La storia, quella vera, è sfilacciata, a tratti sconosciuta e di sicuro non ha i tempi della narrativa. Un film che vuole imitarla non potrà che replicarne i difetti e Free State of Jones cade dritto nel tranello.

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