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    Ma Ma – Tutto andrà bene: gli eccessi di Medem

    Dal 16 giugno in sala, Ma Ma – Tutto andrà bene, di Julio Medem, racconta la storia di una donna che affronta il cancro. Un inno alla vita che può contare sull’interpretazione (a volte eccessiva) di Penelope Cruz, ma che si sovraccarica di situazioni e riflessioni ai limiti della forzatura.

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    Estate 2012, annus horribilis per la Spagna se non fosse per quella vittoria agli Europei di calcio. Magda è una giovane professoressa che vive sulla sua pelle il dramma della crisi economica: a settembre non avrà più il suo lavoro. Ma questo è solo l’inizio: notando un nodulo al seno, la donna si fa visitare dal ginecologo Julian che le diagnostica un carcinoma. Poco prima di avere la tragica notizia, Magda deve fare i conti con l’ultima partita di calcio della stagione del figlio Dani e con un marito che la lascia con un messaggio in segreteria. Ma Ma – Tutto andrà bene, in sala dal 16 giugno, è la storia di una donna che non smette di combattere: il tumore, la famiglia sfasciata e l’incontro con Arturo. Una nuova vitalità si impossessa della donna, che della tragedia riesce a fare il suo punto di forza e continua la sua vita in maniera diversa, consapevole di quello che le sta succedendo.

    Il regista di Lucia y el Sexo, Julio Medem, torna al cinema con questa pellicola che, nonostante non si preoccupi di affrontare di petto il male e la sofferenza, vuole dire tanto, anzi, troppo, e alla fine si configura come una serie interminabile di sofferenze che nemmeno l’arrivo di una nuova vita riesce a smorzare. Medem è bravissimo a far venire i lucciconi mentre si assiste allo scorrere delle scene, ma è quando lo spettatore decide di riprendersi dal torpore del coinvolgimento che le cose vanno male per il regista. L’impressione che si ha mentre si procede con la visione è che Ma Ma – Tutto andrà bene sia stato inutilmente forzato. Il regista sovraccarica tutta la pellicola di situazioni tragiche, riflessioni profonde esaurite nel giro di pochi minuti, salti temporali che affaticano chi guarda: troppa carne al fuoco, poco sviluppo e conseguente spaesamento dello spettatore. Anche la presenza di Penelope Cruz, che al progetto ha creduto moltissimo, tanto da esserne produttrice, non aiuta: se all’inizio fa di Magda una interpretazione delicata, perfetta (ricordando la sua Raimunda di Volver), ad un certo punto cede anche lei al fascino della forzatura e risulta fin troppo eccessiva.

    Banali le metafore usate da Medem (i granchi sulla spiaggia come simbolo del cancro), agghiacciante la scena del sogno di Magda durante l’operazione al seno, inopportune quelle realizzate con l’aiuto della computer grafica che mostrano il cuore di Magda in varie situazioni (come se non bastasse la recitazione della Cruz a sottolinearne i sentimenti). Rientra nel calderone di Medem anche un parallelismo tra la condizione di Magda e la Spagna di quegli anni: il cancro della donna è metafora della difficilissima situazione economica e sociale che il Paese stava vivendo. L’autostima di una nazione era minata nel profondo e solo la vittoria degli Europei ha permesso quella dose di vitalità che andava scemando. Allo stesso tempo, Magda, ritrova questa vitalità nel cercare di non sprecare il suo tempo, di affrontare il male con tutta se stessa preparandosi per l’arrivo di una nuova vita: la piccola Natasha che cresce nel suo grembo.

    Poco da dire, infine, sulle interpretazioni degli altri attori: Luis Tosar (Arturo), vincitore di tre Premi Goya, si annienta totalmente per lasciare lo spazio alla Cruz; Asier Etxeandìa (Julian) è l’unico che regge al ciclone Penelope, per poi, anche lui, finire nel girone degli eccessi.
    Meriti, però, questo film ne ha. Si parte dall’inno alla vita che Medem, dalla prima all’ultima scena, porta sul grande schermo, scandito dal ripetersi di “pensar, hablar, soñar / llorar, luchar, reír / sentir, amar, sufrir / eso es vivir” tratto dalla canzone Vivir di Nino Bravo, per poi arrivare al messaggio dedicato a tutte le donne (e non a caso, sul finale, la dedica recita “a ellas“): la prevenzione prima di qualsiasi altra cosa.

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