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    Kingsman: Il Cerchio d’oro – Zero zero sequel

    Colin Firth, Taron Egerton e il regista Matthew Vaughn tornano per Kingsman: il Cerchio d’oro, secondo capitolo della saga iniziata nel 2014. La villain è una spietata Julianne Moore. In sala dal 21 settembre.

    Il ritorno, la strage, nuovi alleati, nuovi nemici. Ma lo scopo è sempre quello: salvare il mondo. A tre anni di distanza dal primo film tornano Colin Firth e Taron Egerton, i due superagenti segreti del Kingsman. Torna anche il regista Matthew Vaughn che con questo Kingsman: il Cerchio d’oro si conferma come regista specializzato in cinecomics, genere a cui ha dedicato gli ultimi dieci anni di carriera. Al suo servizio un cast sempre ricco anche se per strada si è perso qualche pezzo (Michael Caine e Samuel L. Jackson). Complice una trasferta negli Stati Uniti molti altri se ne sono aggiunti. Gente come Julianne Moore, Jeff Bridges, Halle Berry (tre Oscar in tre), Channing Tatum e il divo televisivo Pedro Pascal, tra i protagonisti di Narcos e del Trono di Spade.

    Il sequel prende le mosse dalla caduta dell’agenzia Kingsman, vittima di un devastante attacco ad opera di Poppy (Moore), spietata trafficante con un debole per i robot e per gli anni 50 idealizzati da Grease, Happy Days e American Graffiti. Per salvare il mondo il giovane Eggsy (Egerton), tra i pochi sopravvissuti, dovrà ricorrere all’ultima risorsa, l’alleanza con una bizzarra controparte americana, la Statesman, guidata dall’agente Champagne (Bridges).

    Ispirata alla serie a fumetti di Mark Millar e Dave Gibbons la sceneggiatura firmata da Vaughn e da Jane Goldman ha un grosso pregio ma anche qualche difetto. Il pregio è sicuramente quello di riuscire a ricreare l’atmosfera del primo film, che prendeva la tradizione dello 007 cinematografico e la filtrava attraverso il linguaggio di un fumettismo grottesco, raggiungendo un equilibrio invidiabile tra omaggio e parodia. Se nel primo film il villain interpretato da Samuel L. Jackson era un tycoon dalla “s” blesa, spietato e mangione di hamburger, la Julianne Moore di questo film non è da meno, presa com’è dal suo sogno di un’America zuccherina e dalla passione (non corrisposta) per Elton John, che si è prestato a interpretare se stesso in una serie di divertenti comparsate. Anche la versione americana dei protagonisti è un’idea azzeccata perché continua a giocare sul luogo comune. Così come i Kingsman sono la personificazione del gentiluomo inglese, tutta classe ed eleganza, gli Statesman interpretati da Bridges, Tatum e compagnia, si fanno portatori dei valori delle colonie, tutti bourbon, lazi e orgoglio da sceriffo. Kingsman: il Cerchio d’oro non rinuncia neanche a un pizzico di vena satirica, mettendo in scena un presidente degli Stati Uniti pronto a spingersi fino alle estreme conseguenze pur di vincere la guerra alla droga.

    Tuttavia questa nuova avventura non ha l’impatto del primo film. Probabilmente per il mancato effetto sorpresa, colpa che di certo non si può imputare agli autori ma alla natura stessa dei sequel. A Kingsman: il Cerchio d’oro manca poi un pizzico di ardore registico. Nelle sue uscite precedenti Vaughn ci aveva abituati a sequenze cult, spesso venate di note incalzanti e di una violenza buffa nella sua estremizzazioni. Nel primo capitolo il massacro della chiesa accompagnato dal riff di chitarra del Lynyrd Skynyrd aveva fatto breccia nel cuore e nella memoria degli spettatori, anche i più distratti. Qui manca una scena catalizzante, che pure ha fatto la fortuna di film meno riusciti come Atomica Bionda o il primo John Wick. Curiosa anche la gestione dei personaggi, che con troppa leggerezza lascia (letteralmente) in ghiaccio un grosso nome e che sacrifica senza particolare epos qualche veterano del primo film.

    Il risultato finale è che Kingsman: il Cerchio d’oro è forse un buon sequel, senza essere necessariamente un buon film. Vaughn allarga il mondo dei suoi protagonisti, tiene con mano sicura il timone narrativo e ci regala qualche trovata divertente. Nel farlo afferma la sua idea di cinema, ma allo stesso tempo non prova neanche a convincere il pubblico che questo film sia sia superiore al capitolo precedente, forse perché è lui stesso a non crederci. Per il responso finale non resta che attendere un probabile terzo capitolo del franchise.

     

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    Juliane Moore e Robert De Niro, una serie all-star per Amazon

    Due star di prim’ordine e un regista d’eccezione. Niente male per il nuovo progetto televisivo di Amazon, una serie che non ha ancora un titolo ma ha già ben tre nomi. Quelli di Robert De Niro, di Julianne Moore e del regista del Lato Positivo e di American Hustle David O. Russell. Il telefilm, sviluppato dalla Weinstein Company, è stato acquistato lo scorso agosto dal colosso delle vendite on-line che ha messo sul piatto – secondo le indiscrezioni raccolte dal sito americano Deadline – ben 160 milioni di dollari per due stagioni da otto episodi ciascuna. È lecito pensare che una fetta consistente del budget possa finire nelle tasche degli attori con il solo De Niro che dovrebbe vedersi staccato un assegno di circa 850mila dollari a puntata.

    David O. Russell scriverà e dirigerà tutti gli episodi e per lui si tratterà di un nuovo tentativo di sbarcare sul piccolo schermo dopo che l’anno scorso si era sfilato all’ultimo minuto da un progetto di serie realizzato per il canale Abc. Nella cinquantennale carriera di De Niro ecco dunque un nuovo esordio. Mai infatti l’attore di Toro Scatenato e C’era una volta in America aveva recitato in un prodotto seriale se si esclude il progetto “The Godfather: a novel for television”, un rimontaggio dei primi due film del Padrino che era stato trasmesso in tv negli anni 70. Diverso il discorso per Julianne Moore che prima della celebrità raggiunta con Il Grande Lebowski aveva iniziato nella soap Così gira il mondo ed era apparsa più recentemente nella sit-com 30 Rock.

    Robert De Niro e Julianne Moore sono le ultime stelle di Hollywood a scommettere sul piccolo schermo. Un trend in netta crescita negli ultimi anni che ha visto iscriversi al ruolino attori sulla cresta dell’onda come Matthew McConaughey (True Detective) e qualche star in attesa di rilancio come Halle Berry (Extant) e che nei prossimi mesi conterà anche su grossi nomi come Daniel Craig (interpreterà la serie Purity per Showtime), Amy Adams (Sharp Objects per Hbo) e l’accoppiata Jonah Hill-Emma Stone che porterà su Netflix la commedia Maniac.

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    Il Piano di Maggie – A cosa servono gli uomini: Triangolo d’amore e di sorrisi

    Greta Gerwig, Ethan Hawke e Julianne Moore alle prese con un triangolo amoroso messo in scena da Rebecca Miller, regista di Personal Velocity. In sala dal 30 giugno.

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    C’erano una volta un marito, una moglie e un’amante. La storia è vecchia come il mondo ma la prospettiva non è la solita. È lo sguardo divertito e divertente de Il Piano di Maggie – A cosa servono gli uomini, quinto film di Rebecca Miller, cineasta abituata a frequentare i territori inesplorati del cinema indipendente e che nell’occasione sceglie invece di rientrare nel solco del mainstream per una commedia che di romantico ha solo il retrogusto.

    La storia è quella di Maggie appunto, che ha il volto spaesato di Greta Gerwig, attrice tra le più interessanti della scena a stelle e strisce. Maggie è “l’altra”, single e aspirante madre che trova un amore inaspettato tra i corridoi dell’università. È l’amore del “lui”, John (Ethan Hawke), docente e scrittore in erba che non si sente più, o forse non si è mai sentito, al centro dell’attenzione. Il problema è che “lui” è sposato con “lei” (Julianne Moore), collega di John e saggista di fama mondiale. Ovviamente tra Maggie e John è subito amore, passione, ma altrettanto ovviamente non tutto va come deve andare e allora ecco che c’è bisogno del piano, quello citato nel titolo.

    Nell’adattare per il cinema il romanzo di Karen Rinaldi Rebecca Miller, figlia d’arte del commediografo Arthur Miller e della fotografa Inge Morath, ricorda a tutti che basta davvero poco per fare un bel film. Un tocco leggero, un cast talentuoso e affiatato e la magia del cinema diventa improvvisamente concreta. Senza fare la storia della settima arte, senza riscrivere i manuali o deviare il corso dei potenti fiumi la regista del Connecticut riesce a far sorridere con grande naturalezza, sfruttando un’ensemble di attori scelti con dovizia anche per le parti secondarie. Il centro di tutto è Greta Gerwig, ultima degli idiosincratici newyorkesi, musa del suo compagno-regista Noah Baumbach, che ha contribuito a lanciarla con pellicole delicate e divertenti come Frances Ha e Mistress America. Attrice e anche un po’ personaggio la Gerwig porta in scena il suo campionario di tic, di mezze frasi e di intercalari. La si trovasse anche dietro la macchina da presa verrebbe da credere di avere di fronte un Woody Allen in gonnella, un Woody Allen dei tempi d’oro per intendersi. Greta un film lo ha già diretto (Nights and Weekends del 2008), qualcun altro lo dirigerà, ma nel frattempo preferisce rimanere attrice e personaggio. La si vedrà nel prossimi film di Todd Solondz e al fianco di Natalie Portman nel biopic su Jackie Kennedy.

    Il Piano di Maggie non è solo la Gerwig però, è anche l’espressione severa di Julianne Moore, altro pilastro del film. Espressione che riesce sempre ad addolcirsi nel momento giusto, ricordando a tutti perché la Moore abbia portato a casa un Oscar neanche troppo tempo fa. Ethan Hawke non è da meno, nella parte di un maschio affascinante ma anche frustrato, vanesio e un po’ sballottato. E non sfigurano neanche i personaggi di contorno, il divertente Guy, che ha il volto del Travis Fimmel della serie tv Vikings, ma anche Bill Hader e Maya Rudolph, due diplomati alla scuola del Saturday Night Live. Alla fine Il Piano di Maggie è un film spensierato che non vuol dire ottuso ma leggero e garbato, di quelli che ci ricordano l’Hollywood dei tempi migliori, di quelli che si vorrebbe vedere più spesso.

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    Freeheld: Battaglia di civiltà e di emozione

    Freeheld, presentato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma, è il dramma a sfondo gay interpretato da Julianne Moore ed Ellen Page. Uscirà in sala il prossimo 5 novembre.

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    Passa anche dalla burocrazia una battaglia per l’eguaglianza. Come fu quella combattuta da Laurel Hester, detective della polizia del New Jersey, che quando le fu diagnosticato un cancro al polmone in stato avanzato chiese che i suoi benefici pensionistici fossero passati alla compagna di vita, Stacie Andree, con la quale era legata da un accordo di domestic partnership, sorta di Pacs d’oltreoceano. La storia di Laurel è stata raccontata prima in un documentario firmato da Cynthia Wade, adesso diventa un lungometraggio, Freeheld, interpretato da Julianne Moore ed Ellen Page che è stato presentato nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma.

    A dirigere è l’americano Peter Sollett che rispetto al documentario originale allarga la panoramica del racconto, mostrandoci anche l’incontro e lo sbocciare di un amore e di un rapporto che per molti anni le due donne vissero in segreto, temendo che potesse danneggiare la carriera di Laurel. La seconda parte del film, quella che ripercorre gli ultimi mesi di vita del personaggio interpretato da Julianne Moore, racconta invece di come Laurel e un gruppo di pochi e fedeli alleati si siano battuti per ottenere parità di trattamento nonostante una comunità restia, fatta di politici alle prese con le scadenze elettorali e di persone che per pigrizia intellettuale e per un generico conservatorismo preferivano l’ignavia del quieto vivere a qualunque forma di cambiamento. Il racconto sceneggiato da Ron Nyswaner, che nel 1993 firmò lo script di quel Philadelphia che viene a ragione indicato come uno dei film più importanti del cinema sul tema dell’omosessualità e non solo, gioca dall’inizio alla fine sul filo dell’emozione e Sollett in questo senso sfrutta tutte le sue carte, ovvero una storia toccante e un cast di prim’ordine. La coppia formata da Julianne Moore (che racconta di nuovo la malattia sullo schermo a un anno dallo Still Alice che le è valso un Oscar) e Ellen Page funziona sullo schermo donando intensità e delicatezza. Bene anche i personaggi di contorno, con un Michael Shannon che trasmette forza e gravitas nei panni del collega di Laurel, e Steve Carell che nelle vesti dell’attivista e provocatore a favore dei diritti LGBT Steven Goldstein sfuma un po’ l’eccentricità del vero Goldstein e contribuisce ad alleggerire l’atmosfera e a regalare dialoghi brillanti. Freeheld però paga forse un’eccessiva linearità della storia, una conversione raccontata con un pizzico di superficialità e a volte dà la sensazione che dietro le sue situazioni commoventi e un impegno civile già di per sé qualificante, sia un esercizio un po’ vuoto, a livello estetico più che morale.

     

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