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    Mother’s Day: Marshall e la Festa della mamma

    Parata di star per l’ultimo film di Garry Marshall, Mother’s Day, in sala dal 23 giugno. Dopo San Valentino e Capodanno, il regista si concentra su un’altra festa, quella della mamma, ma, nonostante i tanti attori e le tante situazioni raccontate, il film appare piuttosto insipido e non coinvolge pienamente.

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    A quasi 82 anni, il re delle commedie romantiche made in USA, Garry Marshall, completa la sua trilogia delle feste con Mother’s Day, film corale che approderà nei nostri schermi dal prossimo 23 giugno. Dopo essersi concentrato su San Valentino con Appuntamento con l’amore, con l’ultimo giorno dell’anno in Capodanno a New York, ecco che il padre di Pretty Woman dedica un film alle mamme di tutto il mondo, raccontando cosa succede nella settimana precedente la festività a tre madri e a un “mammo”.

    Come Marshall ci ha abituato, anche questa è una commedia corale, dove le storie dei vari personaggi (interpretati tutti da nomi di richiamo) si toccano e intrecciano tra loro: c’è Sandy (Jennifer Aniston), madre divorziata di due bambini che non riesce a tollerare il fatto che il suo ex marito, con cui è in ottimi rapporti, si sia risposato con una donna più giovane di lei; Jesse (Kate Hudson) deve, invece, recuperare il rapporto con sua madre; Kristin (Britt Robertson) è diventata mamma da poco, il fidanzato vuole sposarla, ma lei è troppo impegnata a trovare la sua madre biologica; Bradley (Jason Sudeikis) ha perso la moglie marine e deve affrontare la prima festa della mamma da solo con le sue figlie; infine Miranda (con il volto proprio di quella Julia Roberts lanciata nel firmamento delle star proprio da Marshall 26 anni fa), televenditrice molto famosa che nasconde un segreto.

    Nonostante i nomi importanti, Mother’s Day non aggiunge assolutamente nulla di nuovo alla filmografia del regista, anzi, quasi la fa sembrare più spenta di come sia stata negli ultimi anni. Situazioni abbastanza (e chiaramente) prevedibili e trattate in maniera piuttosto frettolosa, non permettono a questo terzo capitolo dedicato alle feste di conquistare pienamente lo spettatore. La pellicola scorre per quasi due ore, ma senza colpire per qualcosa in particolare, se non fosse per l’interpretazione di Jennifer Aniston. Ne sono passati di anni dalla Rachel Green di Friends e la Aniston è stata molto brava a scollarsi di dosso questo ruolo, prendendo parte a tante produzioni e regalandoci personaggi degni di nota. Con Sandy, la Aniston riesce nuovamente nell’impresa e ci regala forse l’unico personaggio realmente interessante di tutto il “cucuzzaro” Marshall di Mother’s Day. A chilometri di distanza tutti gli altri attori, compresi Jason Sudeikis (va bene la parte del vedovo, ma l’espressione “fate di me e del mio personaggio quello che volete” non rende giustizia alle sue capacità) e Julia Roberts (compreso caschetto posticcio che può anche omaggiare Pretty Woman, ma di sicuro non le dona).
    Mother’s Day esce fuori come una commedia senza sapore, che non si capisce bene dove vuole andare a parare e che, di momenti veramente divertenti, ne ha molto pochi. E per quasi due ore di film, questo non è un bene.

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    Money Monster – L’altra faccia del denaro: Una storia del nostro tempo

    Jodie Foster porta sullo schermo Money Monster, una storia che punta il dito contro l’alta finanza. Protagonisti: George Clooney, Julia Roberts e Jack O’Connell. In sala dal 12 

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    La rabbia di un signor nessuno, una pistola, degli ostaggi e il dito puntato contro una delle mille storture della società. È una storia vecchia, un topos letterario, cambiano solo i protagonisti e le circostanze. Nel 2016, a otto anni dall’inizio di una crisi economica che ancora siamo costretti a scontare, Money Monster – L’altra faccia del denaro prende di mira il nemico pubblico dei nostri tempi, l’alta finanza, le sue illusioni, il suo cinismo e quelle ipocrisie che tutti sono pronti a perdonare quando arriva il dividendo. Jodie Foster riprende la macchina da presa per il suo quarto film da regista, a cinque anni dall’ultimo Mr. Beaver, e al suo fianco ha un cast di attori come George Clooney e Julia Roberts, gente a cui piace mettere le faccia quando c’è da schierarsi contro i poteri forti, e anche qualche volto meno noto come Jack O’Connell che un paio di anni fa aveva interpretato Unbroken diretto da un’altra attrice-regista, Angelina Jolie.

    La storia è quella di Lee Gates (Clooney), giornalista economico più interessato a fare la macchietta che non informazione, che finisce ostaggio del giovane Kyle (O’Connell), un giovane disperato che ha fatto crac grazie ai suoi consigli. Ovviamente lo spettacolo deve continuare, ecco allora che la situazione potenzialmente disastrosa diventa l’occasione per riscoprirsi cronista, per raccontare l’altra faccia del denaro di cui si accenna nel sottotitolo italiano.

    La sceneggiatura ideata da Alan DiFiore e Jim Kouf e sviluppata con Jamie Linden non si rifà apertamente alla cronaca, come invece aveva fatto l’altro j’accuse uscito ai primi dell’anno, La Grande Scommessa di Adam McKay, ma i fatti che racconta sono spiacevolmente realistici. La Foster è piuttosto equilibrata nelle sue denunce e Money Monster riesce più di una volta ad andare a segno, sia quando smaschera l’ipocrisia di un sistema che di fronte agli stessi atteggiamenti illegali, a volte criminali, condanna solo chi brucia i soldi ma non chi li guadagna, sia quando sottolinea il disinteresse generale di una stampa troppo affezionata al carrozzone per raccontare davvero quello che ci sta sopra, o di un pubblico che appena posata la polvere – quella di un colpo di pistola o quella metaforica di uno scandalo – gira la testa da un’altra parte e continua a vivere come se nulla fosse successo.

    Money Monster può contare inoltre su un’ottima confezione, sul puntualissimo montaggio di Matt Chesse, sulla musica da thriller di Dominic Lewis, sulla buona chimica tra gli attori in campo e su una regia che con i tempi giusti alterna i passaggi più divertenti a quelli drammatici, l’amaro e il grottesco. Anche se il merito maggiore del film di Jodie Foster è quello di essere sul pezzo, di farci riflettere su un angolo scuro della realtà, riscattando almeno in parte il ricorso a una storia che sa di già visto, soprattutto nelle prime battute e nelle scene finali, che richiamano alla memoria – troppo, verrebbe da dire – il John Q. di Denzel Washington e non solo.

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    Il Segreto dei Suoi Occhi: Remake senza passione

    In sala dal 12 novembre, Il Segreto dei suoi Occhi è il remake diretto da Billy Ray del film argentino di Juan José Campanella che ha vinto l’Oscar come Miglior Film Straniero nel 2010. Ray realizza un film che oscilla tra l’omaggio e l’originalità, senza però trovare un punto di contatto. E anche le interpretazioni dei protagonisti non aiutano in tal senso.

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    Quando nel 2009 uscì al cinema il film argentino El Secreto de sus ojos diretto da Juan José Campanella, Hollywood si innamorò a tal punto della pellicola da assegnarle il Premio Oscar come Miglior Film Straniero. Guardando quel film sono palesi le ragioni che hanno portato a quel meritatissimo riconoscimento: dalla storia ai personaggi, dalle scelte di regia alla sceneggiatura, El secreto de sus ojos trasforma in poesia una tensione che cresce scena dopo scena, facendoci restare a bocca aperta sul finale.

    Sei anni dopo ecco che Billy Ray riporta quella storia al cinema e, complice un cast di richiamo composto da Nicole Kidman, Julia Roberts e Chiwetel Ejiofor, realizza il remake Il Segreto dei Suoi Occhi, in sala dal 12 novembre. Raramente, nella storia del cinema, i remake hanno eguagliato o addirittura superato i film a cui si ispiravano (per citarne due: Scarface di Brian De Palma o Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog), ma questo non è il caso. Anche Il Segreto dei Suoi Occhi gioca su due livelli narrativi, ma se il film di Campanella era ambientato negli anni immediatamente precedenti il golpe militare del 1976, nel film di Ray ci troviamo pochi mesi dopo gli attacchi dell’11 settembre e i due poliziotti Ray (Chiwetel Ejiofor) e Jess (Julia Roberts), coordinati dal loro supervisore Claire (Nicole Kidman), stanno tenendo sotto controllo una moschea di Los Angeles, che potrebbe essere una delle città sotto il mirino dei terroristi dopo quello che è accaduto a New York e a Washington. Durante un sopralluogo viene ritrovato il cadavere di una donna nei pressi della moschea e Ray si accorge che il corpo senza vita è quello della figlia di Jess.

    Prendendo le mosse da questo tragico evento che segnerà per sempre le loro vite, il regista gioca abilmente con il fascino di una storia nella quale i temi del tempo e della giustizia si intrecciano indissolubilmente tra loro. Omaggiando il film del 2009, la pellicola di Ray, però, non regge il confronto con quella argentina. La tensione che si respirava in tutto il film originale qui si perde per strada e di certo le interpretazioni degli attori non aiutano a ritrovarla: Ejiofor sembra essere l’unico a credere veramente in quello che sta facendo, ma non convincono la Roberts e la Kidman, anzi, quest’ultima sembra che abbia definitivamente perso la sua espressività. Quella tensione che si trasforma in poesia nel film di Campanella, grazie agli stupendi primi piani degli occhi dei protagonisti e allo slow motion di alcune scene, qui è totalmente assente: è sacrosanto cercare di dare ad un remake una propria identità e questa non è un’impresa impossibile, ma qui non si avverte questo tipo di lavoro. Il confine tra rivisitazione originale e copia è molto labile e in questo caso il film di Ray non si sbilancia né verso l’una né verso l’altra direzione. Anzi, siamo di fronte ad un miscuglio altalenante tra il voler dare a questo film una propria identità e il voler omaggiare l’originale, addirittura riportando fedelmente alcune scene e alcuni dialoghi. Il Segreto dei suoi occhi risulta così un ibrido, che perde ogni attrattiva: non è un copia, ma non è neanche una visione originale della storia.

    E’ anche vero, però, che comunque il film non si segue a fatica, ma permane nella testa di chi lo vede una vocina che continua a chiedersi quali altre ragioni, se non meramente commerciali, stiano alla base di una produzione come questa (qualora ci fossero). Interessante l’idea di trovare un finale alternativo, ma le scelte fatte e proposte finiscono per conferire al film una forte dose di incoerenza con le premesse, tanto da considerare le ultime scene come un accanimento senza senso nei confronti di una storia che aveva già un epilogo forte e sorprendente. Il Segreto dei suoi occhi è carente dal punto di vista del coinvolgimento, ma un pregio bisogna riconoscerglielo: fa venire voglia di andarsi a rivedere il film di Campanella.

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