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    Scappa – Get out: l’orrore a tinte nere

    Il comico americano Jordan Peele dirige Scappa – Get out, un horror satirico che trasforma in un incubo la tensione razziale. In sala dal 18 maggio.

    La sciabola dell’horror e il fioretto della satira. Jordan Peele, regista, sceneggiatore e anima di Scappa – Get out, emerge da un background dai toni più lievi, nonostante le lame siano comunque affilate. Quello della commedia, grazie al sodalizio con il collega Keegan-Michael Key e agli sketch della serie Key & Peele. Il sogno però era quello di dirigere un film horror e allora dalle risate della Comedy Central si è passati alle urla della Blumhouse e del suo numero uno, Jason Blum, piccolo Mida del terrore a basso costo che ha sfornato vere macchine da dollari come Paranormal Activity e La Notte del Giudizio.

    Scappa – Get Out racconta di una coppia di fidanzati, Chris e Rose, nero lui (l’inglese Daniel Kaluuya) bianca lei (l’Allison Williams della serie tv Girls), e del primo incontro con la famiglia di lei, due genitori benestanti e liberali (Catherine Keener e Bradley Whitford) e un fratello turbolento (Caleb Landry Jones). Se già questo non bastasse a far accapponare le pelli più sensibili all’ansia va anche aggiunto che nella magione di famiglia, dove nonostante la passione per le politiche di Obama i domestici sono rigorosamente di colore, si agitano correnti sinistre più che di sinistra.

    Ispirato dichiaratamente alla tradizione dell’horror satirico che ebbe forse come capostipite quel La Fabbrica delle Mogli del 1975 il cui mito fu aggiornato da Nicole Kidman nel suo La Donna Perfetta, Scappa – Get out affonda la lama del suo coltello nella tensione razziale del meltin’ pot americano. Il ruolo del villain non spetta però al razzista da manuale, bifolco redneck o klanista incappucciato che sia. Ma a quell’area di benestanti progressisti che in cuor loro si sentono vicini alle aspirazioni dei neri,  preda di un afflato ecumenico dove le buone intenzioni e l’ipocrisia si affiancano e spesso si sovrappongono, convivono tanto a ridosso da sfiorare il concetto di promiscuità.

    Dal sostegno nostalgico all’amministrazione americana uscente fino al rispetto più rigido del politically correct l’incontro tra Chris e i genitori di Rose sussurra una rima di tensione già dalle prime battute del film, che richiama apertamente quella cena fatidica dove un giovane Sidney Poitier si siede alla tavola dei mostri sacri Spencer Tracy e Katherine Hepburn. Questa però non è una storia di emancipazione, tutt’altro, qua si vuole sottolineare un conflitto latente e mai davvero sanato, che permea di sé tutti gli ambiti della società, anche quelli che meno lo vorrebbero. Ecco quindi che il concept di fondo fa lievitare la suspense modellandola in fogge grottesche, con l’unico sfiatatoio rappresentato dal personaggio di Rod, migliore amico di Chris, interpretato da un LilRel Howery con chiare mansioni da spalla comica.

    È indubbio che l’impatto di Scappa – Get out sia un po’ attenuato qui da noi, dove la tensione razziale prende altre forme, dove nel livello (basso) del dibattito la pelle scura ce l’ha solo chi sfida il mare in cerca di fortuna, di salvezza o, secondo alcuni, solo di sangue. Ciò non toglie che l’intelligenza dell’operazione sia chiara e innegabile anche a un oceano di distanza. Il film di Jordan Peele fa riflettere, diverte e mette anche i brividi. E pur non avendo i toni accesi, la disperazione urlata, di certi maestri dei tempi che furono, dagli zombie di George Romero, agli alieni consumisti di John Carpenter e del suo Essi Vivono, passando per l’occidente malato di feticci di Mad Max: Fury Road, Scappa – Get out rifugge dalla banalità e come gli horror migliori funziona perché avvolge nel sudario di un incubo quello che è solo un aspetto della nostra realtà. Una realtà a tinte nere e mai la metafora fu più calzante.

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