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    T2 Trainspotting: Boys are back in town

    A più di 20 anni da Trainspotting Ewan McGregor, Danny Boyle e soci danno vita a un’altra avventura estrema ispirata ai romanzi di Irvine Welsh. In sala dal 23 febbraio.

     

    Edimburgo, 21 anni dopo. Era il 1996 quando la Generazione X canonizzava uno dei suoi cult più acclamati, il racconto cinico, estremo, degradato e nichilista di una Scozia tagliata con l’eroina e passata attraverso l’ago di una siringa. C’è voluto più di un quinto di secolo ma alla fine quello scrigno è stato riaperto. T2 Trainspotting è un’operazione folle, complicata, una missione forse impossibile anche per il team originale, il regista Danny Boyle, lo sceneggiatore John Hodge e i quattro volti del mito, Ewan McGregor, Robert Carlyle, Jonny Lee Miller, Ewen Bremner, al secolo Renton, Begbie, Sick Boy e Spud.

    Dopo il colpo a Londra, dopo il tradimento, gli anni non sono stati teneri per i quattro ex amici. Renton (McGregor), fuggito in Olanda, è alle prese con una salute cagionevole, Begbie (Carlyle) è finito in galera, Spud (Bremner) fa ancora i conti con l’eroina, Sick Boy (Miller) manda avanti un pub e vive di espedienti, grazie anche alla collaborazione della prostituta Veronika (la giovane attrice bulgara Anjela Nedyalkova). Il ritorno di Renton a Edimburgo li metterà in rotta di collisione, veloci come quei treni che da ragazzi spiavano con il binocolo, unico rimedio, oltre all’eroina, per vincere la noia.

    Boyle e Hodge pescano ancora da quel mare malato che è la fantasia dello scrittore Irvine Welsh. Non solo dal romanzo omonimo ma anche dal suo seguito letterario, Porno, datato 2002. Qui però il legame con il testo scritto è più labile rispetto al primo film. Ne resta una suggestione, nel continuo gioco di rimandi che fa ampio uso del materiale d’archivio. Diverso è anche il tono, com’era prevedibile. Gli anni schizzati e gli amori tossici della gioventù lasciano il posto alla più patetica delle mezze età, a una lunga passeggiata sul viale dei ricordi o di un meno prosaico tramonto. I fisici non sono più longilinei, le chiome sono rade ma sempre bionde, la sensazione è quella di ritrovarsi coi compagni di scuola più scapestrati a tanti, troppi anni dall’ultima campanella. Eppure basta un attimo a scivolare nelle vecchie dinamiche, a rimettersi il paio di ciabatte a cui anni di repliche avevano dato la forma più confortevole. La violenza amara e macchiettistica di Begbie, la tenera inadeguatezza di Spud, i dialoghi infiniti, i tiri mancini tra Renton e Sick Boy, migliori amici e migliori nemici, uniti dal rito di passaggio del primo ago e da un legame più forte di quanto non vogliano ammettere. È facile scivolare nelle vecchie dinamiche ma i sensi sono sempre allerta, in attesa che qualcosa stoni, che qualcosa strida. E ogni tanto qualcosa stride, qualcosa stona. C’è lo spettro della forzatura, c’è l’amara sensazione che il personaggio sia stato snaturato, non sia più lui. Forse è solo l’acqua che passa però a volte sembra che il ponte scricchioli.

    Ma intanto l’acqua è passata e non ha lasciato solo i segni dell’erosione. Ewan McGregor è diventato una stella di prima grandezza, Robert Carlyle e Jonny Lee Miller si sono conquistati ruoli da protagonista nella Mecca della tv, Ewen Bremner è una presenza fissa nell’empireo dei caratteristi di grande e piccolo schermo. E Danny Boyle? Lui ha vissuto, sta vivendo, una nuova fioritura artistica. The Millionaire, 127 Ore, Steve Jobs, splendidi episodi di una filmografia che migliora col tempo. E forse il seguito del suo film più riverito non è solo figlio di un calcolo economico ma anche e soprattutto una sfida. Sfida che il regista prende di petto, con un approccio ineguale ma regalandoci più di una perla, dalla demenziale visita al raduno lealista fino al monologo dello “Scegli la vita”, dove John Hodge fa vedere agli scettici che la penna è ancora affilata. E poi ci sono gli omaggi al passato, dai personaggi che non ci sono più (il Tommy interpretato da Kevin McKidd) a quelli che hanno cambiato vita (la Diane di Kelly Macdonald), è c’è un uso brillante della colonna sonora che non seleziona solo pezzi nuovi ma che ripesca i vecchi dandogli una nuova forma e un nuovo senso. E così la base di Born Slippy degli Underworld aleggia nel più distratto dei sottotraccia, salvo fare capolino a intervalli regolari, mentre il solco impolverato nel vinile di Lust for Life grava come una minaccia fino a una scena finale che riesce a essere amara, psichedelica, consolatoria, forse perché a 20 anni cerchi lo sballo e a quaranta la consolazione.

    T2 Trainspotting non è un film senza difetti, senza forzature. È la reunion di una band che ha già suonato le note migliori, è una rimpatriata tra amici che brindano all’energia perduta, ma è una rimpatriata diretta da un grande regista, interpretata da bravi attori che indossano quelle stesse maschere che hanno segnato un’epoca. E meglio di così, in fondo, non si poteva fare.

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