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    I morti non muoiono: Un pastiche apocalittico

    Il regista cult Jim Jarmusch alle prese con un altro classico dei film horror: gli zombie. Nel cast Bill Murray, Adam Driver e Tilda Swinton. I morti non muoiono arriva in sala dal 13 giugno.

    Catastrofi ambientali, zombie e un’umanità consumista e strampalata che sembra suggerire poche speranze per il futuro. Non ce n’è una che vada giusta ai protagonisti di I morti non muoiono, il pastiche horror-satirico firmato da Jim Jarmusch, regista che già in passato aveva dimostrato di saper giocare nel giardino dei cliché, dal western onirico di Dead Man fino ai vampiri decadenti e decadentisti di Solo gli amanti sopravvivono.

    Stavolta è il successo mediatico dei non morti dal passo claudicante a muovere la penna. E come sempre succede quando a scrivere è il regista originario dell’Ohio, si sa dove si inizia, ma è raro che si sappia dove si va a parare. E lo stesso succede agli sballottati protagonisti del film, un coro di volti noti guidati dallo sceriffo Bill Murray, dai suoi fidi vice, Adam Driver e Chloë Sevigny, e di cui fanno parte celebri caratteristi (Steve Buscemi, Danny Glover), una diva trasformista (Tilda Swinton) e la solita parata di amici con l’hobby della musica (Tom Waits, Iggy Pop, il rapper RZA e la stellina Selena Gomez).

    Già dai primi passaggi, quando Driver e Murray ascoltano una canzone alla radio e Driver rivela a Murray che quella è la colonna sonora del film, si capisce che non ci troviamo di fronte a un prodotto canonico. E se questo non bastasse ecco dipanarsi di fronte allo spettatore una pellicola dove dialoghi e situazioni sembrano collegare con un filo rosso i toni strambi e delicati del cinema di Kaurismaki a quel grottesco venato di politica che George Romero, padrino cinematografico degli zombie, adottò come cifra stilistica. Kaurismaki e Romero, quindi, ma anche battute di metacinema, una Swinton a metà tra Kill Bill e il David Bowie dell’Uomo che cadde sulla Terra, e soprattutto tanta amara ironia. Perché la morale di I morti non muoiono sembra essere che al mondo degli uomini, in fondo, non resti molto a cui appigliarsi, se non la forza di non perdere il senso dell’humour fino all’ultimissimo momento.

    E fin qui tutto farebbe pensare a un film delizioso, che magari non disdegna quei tempi dilatati che avevano caratterizzato l’opera precedente di Jarmusch, il riflessivo Paterson. Però tutto sembra abbozzato, a cominciare dai personaggi che si accontentano di essere macchiette e poi muoiono dopo un periodo relativamente breve sullo schermo. E anche la metafora dello zombie, usata per puntare il dito contro la società dell’era dei consumi, non è certo originale, ma prende le mosse dai film del già citato Romero e di John Carpenter. Certo, qua il tono è divertito, quando lì era più indignato, ma non basta a rivestire di una nuova confezione un’idea riciclata. I morti non muoiono resta quindi un divertissement non sgradevole da guardare ma che non riscriverà certo le regole del genere, né tantomeno ribalterà la filmografia di un regista che ci aveva abituato a standard decisamente più alti.

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    Paterson: Il cerchio di una piccola vita

    Jim Jarmusch porta in scena Paterson, una piccolo omaggio alla quotidianità e alla lentezza. Con Adam Driver e Goldshifteh Farahani. In sala dal 29 dicembre.

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    La casa, il lavoro, la poesia, gli affetti, la passeggiata, il pub. E poi di nuovo e poi di nuovo. Si muove in un lungo girotondo Paterson, il protagonista dell’ultimo film di Jim Jarmusch, che proprio da lui prende il titolo. Da lui e dalla sua città, così normale, così piena di storie e di suggestioni. È un piccolo esperimento, Paterson. Un film introverso e anticlimatico, che esalta la lentezza quando la lingua corrente è quella dell’accelerazione, che elogia il ritorno a casa quando la storia passata del regista è costellata di grandi fughe (Dead Man, Ghost Dog).

    Adam Driver (villain dell’episodio VII di Star Wars) guida un autobus ed è un poeta per vocazione. Divide una casa con un cane e con la sua compagna, Goldshifteh Farahani (l’Exodus di Ridley Scott, Pollo alle prugne), aspirante pasticcera e aspirante folk singer. Conduce un’esistenza ciclica ma senza percepirla come una trappola. Neanche quando è tormentato dalla visione continua di coppie di gemelli, neanche quando l’atmosfera placida del pub è turbata da un amore non corrisposto. Bastano i piccoli gesti, i piccoli riti, a creare la base solida di una vita non banale. I deliziosi vezzi della donna che si ama, gli sfoghi di un collega insoddisfatto, i discorsi dei passeggeri di un autobus.

    Ma Jarmusch vuole anche dirci qualcos’altro. Ci invita a guardare a sotto la superficie, ci invita a non snobbare la quotidianità. E così nel piccolo quadro impressionista lo sfondo ci si svela a poco a poco. La quieta Paterson con i suoi cittadini celebri. Dal Costello di Abbott e Costello (Gianni e Pinotto, per gli autarchici), passando per l’anarchico Gaetano Bresci, colui che uccise re Umberto I (ricordato in una scena che omaggia anche il Wes Anderson di Moonrise Kingdom). Fino al poeta William Carlos Williams che proprio alla cittadina di Paterson ha dedicato una delle sue opere.

    E della quotidianità sono pervase anche le poesie del protagonista (composte in realtà dal poeta Ron Padgett). Tra pacchetti di fiammiferi, boccali di birra e corse in autobus, che nel dispiegarsi dei versi diventano spesso qualcosa d’altro. Così come succede al film, che spezza la sua monotonia con i colpi di un teatro minimale. I dispetti di un cane, un guasto al motore, l’incontro con una ragazzina o con un turista giapponese. Eventi normali, apici di un dramma delle piccole cose. Ma Paterson è anche la forza di tornare a scrivere, di ricominciare da capo, di trovare nuovi spunti, nuove suggestioni. Per non perdersi in questo laico samsara, che comunque ci vuole abbracciare e non soffocare. E in definitiva Paterson, col tocco leggero del suo regista, con la bravura dei suoi protagonisti, è un film delicato e diverso, che forse non piacerà a tutti, ma che ha il merito di tentare un’altra strada, la strada che ci riporta a casa.

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