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    It – Capitolo 2: Il ritorno del clown

    Gli incubi di Stephen King tornano al cinema in It – Capitolo 2, sequel e conclusione della saga diretta da Andy Muschietti con James McAvoy e Jessica Chastain. In sala dal 5 settembre.

    Un clown assassino, una città maledetta e una banda di ex-ragazzini. Torna al cinema, con It – Capitolo 2, la creazione più famosa di Stephen King. Non si tratta di un sequel come un altro ma della conclusione del film precedente, perché l’adattamento del romanzo fiume del bardo di Bangor, nel Maine, assume anch’esso proporzioni ragguardevoli. Più di cinque ore tra primo e secondo film, per un tomo che superava le mille pagine. Alla regia torna l’argentino Andy Muschietti mentre il cast di giovanissimi del primo film lascia il posto alle versioni adulte dei personaggi, il balbuziente Bill è diventato uno scrittore (James McAvoy), la spericolata Beverly è ora una donna alle prese con un marito violento (Jessica Chastain) e così via.

    A richiamarli a casa, nella natia e sinistra Derry, è il loro amico d’infanzia Mike (Isaiah Mustafa), unico rimasto a vigilare sul segreto del loro passato, segreto che tutti sembrano avere dimenticato. Ma il segreto, ovvero il mostro che assume le forme del clown Pennywise (Bill Skarsgard), non ha dimenticato loro ed è tornato dopo 27 anni a mietere ancora le sue vittime.

    Anche questo secondo capitolo si conferma un horror dal volto umano, dove un elemento umano preponderante finisce per relegare in secondo piano l’horror. Eppure il regista Muschietti, che negli ambienti cupi del genere più terrorizzante ha mosso i suoi primi passi a Hollywood, decide di dedicare più tempo alla voce “spavento”, forte delle quasi tre ore di durata e memore delle critiche ricevute dal primo film. Lo sforzo è ripagato solo in parte, anche per la scelta stilistica, dettata in prima battuta dal romanzo, di affrontare gli incubi kinghiani declinandoli in chiave grottesca. E se qualche volta l’effetto è efficace, qualche altra volta la corda è troppo tirata (come nella scena della statua gigante di Paul Bunyan). Ma a sottolineare ancora di più l’importanza dell’elemento umano è anche che tutte le scene più spaventose, quelle più brutali, sono quelle dov’è l’uomo, e non il mostro, a stringere la mano sul pugnale insanguinato. A cominciare dall’incisiva sequenza iniziale dove un gay (il regista Xavier Dolan in un cammeo) viene pestato da una banda di omofobi, prima di essere ucciso dal clown oppure, quando il bullo di un tempo, novello Renfield stokeriano, torna a spaventare i protagonisti.

    Ma se le ombre di questo film deludono, almeno in parte, le luci invece lo riscattano. Perché non era facile ricreare quella complicità emozionante, che racconta di un’infanzia complicata ma felice, che aveva impreziosito il primo film. Come in generale – e questo è uno dei temi principe del romanzo – non è facile ricreare la magia innocente della prima età quando si è adulti. Eppure Muschietti si scopre un regista capace di affrontare più registri, quello drammatico e quello comico forse anche più di quello horror. Il cast adulto (oltre a quelli già citati ci sono gli spassosi Bill Hader e James Ransone e il bel Jay Ryan) si dimostra all’altezza di quello giovane, il cui talento complessivo (la stella futura di Sophia Lillis su tutti) era tale da spingere lo sceneggiatore Gary Dauberman a inserire qualche loro spezzone anche in questa pellicola. Certo, tutto questo va forse a scapito dell’equilibrio del film, perché la lunghezza di It – Capitolo 2 è maggiore di quanto non si potesse chiedere ragionevolmente a uno spettatore investito ma non troppo, uno di quelli che non ha il libro in mano pronto a puntare il dito contro ogni deviazione non ortodossa della trama. Ma se forse non ha equilibro, anche questo capitolo 2, come già succedeva al primo, ha comunque un’anima ed è probabilmente quest’anima, più che la vera o presunta affinità all’originale,  che gli garantirà un posto nelle memorie di chi avrà la forza di vederlo

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    Miss Sloane – Giochi di potere: Superare i limiti

    Jessica Chastain è protagonista assoluta di Miss Sloane – Giochi di potere, film di John Madden che ha valso all’attrice la candidatura ai più recenti Golden Globe. In sala dal prossimo 7 settembre.

    Prevedere e anticipare le mosse dell’avversario. Questo è l’unico comandamento a cui risponde Elizabeth Sloane, affascinante lobbista statunitense pronta a vincere tutte le sfide che le si presentano davanti. E in un territorio come questo, la morale può facilmente restare fuori dai giochi, perché arrivare primi, con qualsiasi mezzo, è più importante.
    Al cinema dal 7 settembre, Miss Sloane – Giochi di potere, diretto da John Madden e interpretato dalla candidata al Premio Oscar Jessica Chastain, racconta l’impegno di una lobbista in una battaglia che riguarda un tema quanto mai attuale nella società americana: bloccare una legge che permette ai cittadini di ottenere in maniera facile armi da fuoco.

    Madden, che lavora su sceneggiatura di Jonathan Perera, mette in scena una donna forte, determinata, così concentrata sul suo lavoro che anche ciò che succede nella sua camera da letto è frutto di una contrattazione economica. Miss Sloane preferisce il controllo all’essere controllata, così quell’inquadratura iniziale che Madden fa dei suoi occhi, diventa poetica sottostante all’intero film: non solo ci mostra quale punto di vista acquisire per comprendere l’intera storia (la Chastain, col suo personaggio, è presente in ogni inquadratura e, quando non c’è fisicamente, fa comunque sentire la sua presenza), ma diventa il deus ex-machina che permette alla protagonista di muoversi – e trionfare – in un mondo fatto di uomini senza moralità alcuna.

    Sia chiaro, però: Miss Sloane non porta sullo schermo un personaggio che vuole essere il contrario del mondo in cui si muove. Elizabeth Sloane è figlia di questo ambiente, se ne nutre e non ha problemi a mostrarsi avida e senza scrupoli come i suoi colleghi in giacca e cravatta. Elizabeth non è la buona e gli altri non sono i cattivi. E anche quando vuole provare a giustificarsi (“Non so mai dov’è il confine“), non è credibile, tanto che le viene ricordato qualcosa che già sa: “Il limite lo passi quando smetti di trattare gli altri con rispetto“. Ed ecco la forza di questa pellicola: mostrare l’intraprendenza e la scaltrezza di una donna – in un lungo colpo di scena costruito molto bene per tutta la durata del film – che sa dove sono i limiti, ma li supera senza farsi troppi scrupoli, soprattutto quando gioca col dolore altrui a suo vantaggio. Se il ritmo del film sembra subire varie frenate da alcuni stalli narrativi o dall’eccessiva quantità di materiale, questa struttura a scatole cinesi e l’interpretazione di Jessica Chastain donano maggiore qualità al risultato finale.

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    Il Cacciatore e la Regina di Ghiaccio: Sequel delle mie brame

    A tre anni da Biancaneve e Il Cacciatore arriva uno spin-off dedicato al personaggio interpretato da Chris Hemsworth. Al suo fianco un cast di attrici all-star: Charlize Theron, Emily Blunt e Jessica Chastain. In sala dal 6 aprile.

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    Neanche il tempo di un “vissero tutti felici e contenti” che è già ora di tornare sulla scena. Il Cacciatore e la Regina di Ghiaccio arriva meno di tre anni dopo di Biancaneve e il Cacciatore, film di cui è rispettivamente sequel, prequel e anche spin-off. Di acqua sotto i ponti comunque ne è passata e per un motivo o per un altro sono stati messi alla porta sia il regista Rupert Sanders che la star Kristen Stewart. Adesso al centro della scena – ce lo suggerisce anche il titolo – c’è il cacciatore Eric interpretato da Chris Hemsworth, accompagnato da un harem di attrici che più sulla cresta dell’onda non si può: Charlize Theron (che torna nel ruolo della regina Ravenna), Emily Blunt e Jessica Chastain. La regia invece è di Cedric Nicolas-Troyan, francese, esordiente, una carriera dignitosa nel ramo effetti speciali al servizio dei Pirati dei Caraibi e non solo.

    La storia è quella del cacciatore Eric, appunto, di cui ci viene narrata l’origine che – guardacaso – è collegata anche alla nuova minaccia che incombe sul regno di Biancaneve, quella della Regina di Ghiaccio (Blunt), vagamente ispirata alla fiaba di Hans Christian Andersen e alla sua iterazione disneyana intitolata Frozen. Il film si inerpica dunque lungo il sentiero scosceso di un fantasy dai toni gotici nelle intenzioni e patinati nel risultato, dove gli attori sono costretti ad esprimersi in un bizzarro accento scozzese (nella versione originale quantomeno) e dove gli effetti in cgi finiscono per sottolineare più che dissipare il senso di posticcio che circonda tutta la messa in scena.

    Difficile quindi farsi coinvolgere in queste condizioni, nonostante il tourbillon di avventura e romance, di sentimenti grandi e non sempre buoni, e nonostante un apparato comico affidato al nome di Nick Frost (che torna a fingersi nano dopo l’exploit del primo film) e al brio della nana Bronwyn, interpretata dalla poco conosciuta Sheridan Smith, che probabilmente contende il ruolo di mattatrice del film a Charlize Theron. Già Charlize Theron, la sua presenza magnetica finisce per mettere in ombra quasi tutti gli altri colleghi, vuoi perché Hemsworth e la Chastain sono troppo impegnati a mettere in scena le schermaglie di un amore sentito e, in tutti i sensi, risentito per prendersi la scena. Vuoi perché la Blunt, che interpreta con la giusta fragilità il ruolo più interessante del film, viene travolta dal carisma della diva e dalle esigenze di una sceneggiatura (firmata da Evan Spiliotopoulos e Craig Mazin) che non passerà certo alla storia per l’originalità e la finezza. Per farsi un’idea basti pensare a come gli autori impieghino ben tre battute e un cameo del principe azzurro Sam Claflin per giustificare la cancellazione del personaggio principale del film precedente. Del Cacciatore e la Regina di Ghiaccio resta dunque ben poco, qualche effetto speciale ben concepito e ben realizzato seppur ridondante, le battute dei nani e uno specchio magico che al momento di indicare la più bella del reame non sembra avere troppi dubbi.

     

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    1981: Indagine a New York, incubo americano

    Oscar Isaac, Jessica Chastain e David Oyelowo danno vita ai protagonisti di 1981: Indagine a New York di J.C. Chandor, uno dei film più celebrati del 2014 che arriva in Italia grazie a Movies Inspired. In sala dal 4 febbraio.

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    Due anni di ritardo ma alla fine giustizia è fatta. Arriva in Italia 1981: Indagine a New York, in originale A Most Violent Year, il film di J.C. Chandor che aveva riscosso il plauso della critica nell’ormai lontano 2014 e che le dinamiche della distribuzione italiana avevano lasciato inspiegabilmente in un cassetto fino a quando non si è mossa Movies Inspired. Un cast capitanato da tre attori lanciatissimi, Oscar Isaac, Jessica Chastain e David Oyelowo, un regista chiamato a mantenere le promesse dei film precedenti (il dramma di Wall Street Margin Call, e il marinaro All is lost con Robert Redford), una storia che affonda le radici in uno dei periodi più cupi della storia di New York, l’anno 1981, quando furono denunciati in 365 giorni oltre 120mila rapine e circa 2.100 omicidi.

    La sceneggiatura, scritta dallo stesso Chandor, segue le mosse di Abel Morales (Isaac), imprenditore immigrato, incarnazione stessa del sogno americano, che al momento di siglare un affare fondamentale per le sue fortune si troverà sotto un duplice attacco, un’indagine giudiziaria condotta da un procuratore in cerca di gloria (Oyelowo) e una serie di rapine mirate ai camion della sua azienda. L’impianto narrativo messo su da Chandor è mirabile nel raccontare un impero che si sgretola a poco a poco nonostante le sue fondamenta apparentemente solide. È mirabile soprattutto perché lo fa con un minimalismo ricercato e ossessivo, lasciando che la tensione monti sottotraccia, nascosta dietro eventi all’apparenza banali. Solo in un secondo momento lo spettatore si renderà conto che la posta in gioco è altissima, perché la libertà di un’affermazione sociale è lo slogan su cui regge un paese che spesso trascura le sue ipocrisie, e se l’America si svegliasse dal suo sogno in fondo resterebbero solo quelle ipocrisie che poi puntualmente riemergono, quasi a sorpresa, in un finale dove i vividi contrasti della trama sfumano in una cinica zona grigia.

    Il Chandor regista non è da meno. Complice la splendida fotografia di Bradford Young (Selma), l’autore riesce a ricreare una versione convincente dei primissimi anni 80, una visione che incanala le suggestioni di certi polizieschi alla William Friedkin o all’ultimo Don Siegel. Ultima ciliegina sulla torta è un bel cast dove a primeggiare è Oscar Isaac, sicuramente uno degli attori più interessanti e versatili dell’ultima generazione, che ritrae il suo protagonista con il giusto mix di dubbi e ostinazione, la gravitas di chi sceglie di correre grossi rischi e non vuole accettare una sconfitta. Oyelowo e Chastain stanno a ruota, un po’ più defilati, costretti a incidere meno da una sceneggiatura che concede loro poco spazio ma il contributo lo danno, specie la seconda che aggiunge alla sua galleria di personaggi un’altra donna caparbia, una moglie meno semplice di quanto non sembri all’inizio.

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