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    L’angelo del male – Brightburn: La metà oscura dell’eroe

    Costume e mantello ma non è Superman. Arriva in Italia L’Angelo del Male – Brightburn, favola nera con supereroe prodotta dal James Gunn di Guardiani della Galassia. Dirige David Yarovesky. In sala dal 23 maggio.

    Non è un uccello, non è un aereo, e per una volta non è neanche Superman. L’angelo del male – Brightburn è una figura relativamente nuova che si affaccia all’orizzonte di questa corsa all’oro che è il mondo dei supereroi di Hollywood. “Nuova” perché non si tratta di una trasposizione dal media natio, il fumetto. “Relativamente” perché il personaggio non si vergogna del suo status di clone, o per meglio dire di innesto. Perché il film diretto da David Yarovesky sembra voler dissotterrare le radici dell’uomo d’acciaio per reimpiantarlo in un pantano venato di horror, quell’horror concettuale che mescola budget ridotti con incassi smodati, una formula che di solito si associa al produttore Jason Blum, regia occulta di tanti franchise a basso costo, da Paranormal Activity a La notte del giudizio.  Stavolta però Blum non c’entra, perché il produttore è James Gunn, regista e sceneggiatore dei Guardiani della Galassia di casa Marvel.

    Ecco allora che nella placida cittadina di Brightburn le speranze di una coppia (Elizabeth Banks e David Denman), in attesa di un figlio che non vuole arrivare, prendono la forma di una misteriosa scia nel cielo, di uno scoppio, di una specie di meteora da cui si leva flebile il vagito di un bambino. Peccato che il piccolo Brendon (Jackson A. Dunn) non sia affatto un Clark Kent, come presto scopriranno i genitori, gli zii, i compagni di scuola.

    La sceneggiatura di Brian Gunn e Mark Gunn (rispettivamente fratello e cugino di James) ripesca un meccanismo ben oliato della narrativa per disegni, quello del What if, tradotto in italiano “l’e se…”. Con massimo risalto sui puntini di sospensione, perché le possibilità narrative sono infinitesime, e quella scelta dalla famiglia Gunn si basa su un dubbio tanto basilare quanto legittimo: cosa sarebbe successo se il bambino alieno venuto dallo spazio si fosse incamminato per la via del male? La risposta, ci dice Yarovesky, è un misto tra supereroi e horror, che riprende l’immaginario di film come Il villaggio dei dannati o Il presagio, classici del genere dove il male si incarnava nei tratti angelici di uno o più bambini. Peccato che L’angelo del male – Brightburn sveli troppo presto le sue carte, quando avrebbe potuto indugiare di più sui dubbi del suo protagonista, portando lo spettatore quantomeno a sperare, se non a credere, in una possibile redenzione. E invece il film di Yarovesky si compiace troppo della sua premessa per riuscire davvero ad addentrarsi nel territorio dell’originalità, e la sensazione finale è che L’angelo del male sia la risposta di circostanza a una domanda intrigante e ben posta, un film che si accontenta della sua platea ma che avrebbe potuto essere qualcosa di più.

    L’obiettivo del resto, e lo svela la scena finale, è quello di creare un franchise, una vetrina dove esporre le metà oscure degli eroi più famosi. L’idea potrebbe funzionare, come poteva funzionare Brightburn, solo speriamo che funzioni un po’ meglio.

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    Guardiani della Galassia Vol. 2: Risate stellari

    In Guardiani della Galassia Vol. 2 la banda guidata da Chris Pratt e Zoe Saldana porta di nuovo gli eroi Marvel nello spazio. Dirige James Gunn. Dal 25 aprile in sala.

    C’è vita nell’universo. Senza nomi altisonanti, senza una tradizione fumettistica travolgente, cinque irresistibili filibustieri dello spazio avevano fatto breccia, solo pochi anni fa, nei botteghini e nell’immaginario popolare. Un successo inatteso anche nell’epoca dei cinecomics. Con Guardiani della Galassia Vol. 2 gli eroi spaziali della Marvel tornano a solcare la via tra le stelle portandosi dietro quello strascico di avventura e umorismo imbastito dal regista James Gunn, che torna dietro la macchina da presa dopo l’exploit del primo episodio. Confermato anche il cast principale composto da Chris Pratt, Zoe Saldana, dall’ex wrestler Dave Bautista e da due guest star d’eccezione, Bradley Cooper e Vin Diesel che nella versione originale doppiano lo spericolato procione Rocket e il tenero Baby Groot. Tra le nuove aggiunte si segnalano invece due vecchie glorie, Kurt Russell e Sylvester Stallone, i Tango & Cash dei primi anni 90 di nuovo insieme anche se mai nella stessa scena.

    La trama segue le vicende di Peter “Star Lord” Quill (Pratt) e della sua squadra che si trovano immersi in una nuova avventura ai limiti del paradossale, stretti come sono dalla rabbia di un razza dalla pelle dorata, dal ritorno del padre di Peter, l’entità Ego (Russell), e dalle nuove incursioni di Yondu (Michael Rooker), capo di una squadra di pirati noti come Ravager.

    Ricreare l’equilibrio perfetto del primo film non era una missione di poco conto. Gunn, oltre a bilanciare con arguzia le suggestioni picaresche all’umorismo per famiglie, aveva creato una sua poetica personale, incrociando due elementi inconciliabili solo in apparenza, un immaginario fantascientifico alla Guerre Stellari e le note allegre della musica pop degli anni 60 e 70, che animava una colonna sonora divertente e azzeccata come poche. E così le spericolate corse in astronave erano giocate sulle note dei Jackson Five o dei 10cc, con un James Gunn che sceglieva la via della giustapposizione spiazzante, finendo per creare qualcosa di piacevolmente inedito. Guardiani della Galassia Vol. 2 partiva quindi su basi solide, ma come spesso accade, non è semplice ricreare un incantesimo, vuoi per la voglia di strafare, vuoi perché rifare quello che si è già fatto è un’arte davvero complessa.

    Questo sequel, sia chiaro, non è un film brutto e piacerà a molti dei fan della prima ora e anche a qualche ritardatario della seconda. E Gunn lo dimostra partendo a razzo con una sequenza dei titoli di testa estrosa e a tratti geniale, che mette in primo piano il piccolo Groot, uomo alberello già protagonista di una delle scene più cult della prima pellicola, lasciando sullo sfondo gli altri Guardiani impegnati in una battaglia all’ultimo sangue. Pure la sceneggiatura, firmata dallo stesso regista, non è priva di meriti, regalandoci un inedito triangolo di amore filiale che finisce per dare una dimensione in più al suo protagonista e per riscattare il personaggio di Yondu, interpretato da Michael Rooker, protagonista anche del numero “musicale” migliore di questo sequel, la scena dove scatena il potere della sua freccia. L’onore di una sottotrama personale viene anche concesso alla killer Gamora (Zoe Saldana) e al procione Rocket mentre l’alleggerimento comico è affidato al guerriero Drax (che abbandona la sguardo tetro del primo film in favore di una franchezza sfacciata), e al  piccolo Groot, che sembra più una creatura della Disney che non della Marvel. E forse l’idea di regalare un cinecomics per famiglie è stato l’input arrivato dall’alto, dall’onnipotente producer Kevin Feige, che snobba così il successo più maturo del recente Logan, pellicola che attinge al nutrito pantheon dei fumetti Marvel ma che al cinema è stata portata dalla 20th Century Fox.

    Ora le note dolenti, perché anche quelle non mancano. Un peccato di eccesso, non di difetto. Come quel comico che dopo aver messo a segno la prima battuta continua imperterrito a battere sullo stesso tasto, finendo ogni tanto per far scuotere la testa al pubblico, Guardiani della Galassia Vol. 2 a volte sembra provarci troppo e più per obbligo che per convinzione. L’equilibro degli ingredienti non è più perfetto e se a gestirlo fosse un miscelatore sarebbe stato bello togliere un po’ di forza all’elemento umoristico e lasciare un po’ più di spazio a quello avventuroso. Ma forse analizzando il successo – probabilmente inatteso – del primo film gli esperti di mercato avevano puntato di più sulla risata che sul resto. Il risultato è che qualche battuta cade nel vuoto spaziale, che qualche escursione nel campo del demenziale finisce per avere un che di stonato e neanche la colonna sonora – che pure riserva non pochi classici, da Cat Stevens ai Fleetwood Mac – finisce per non lasciare il segno. Tutte cose da poco, per carità, ma la sensazione finale è che questo sequel sia quello che ci si aspetta di solito dai sequel ovvero una copia meno autentica e genuina e in definitiva meno riuscita dell’originale, sebbene vadano comunque sottolineati i meriti di questi personaggi, tanto piacevoli da scoprire forse perché meno noti in partenza, e incarnati da un cast in palla e ben assortito.

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