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    Siria, il dramma dei profughi in un film targato Spielberg e Abrams

    Steven Spielberg e J.J. Abrams porteranno al cinema il dramma dei profughi siriani e dei barconi nel Mediterraneo. Come riporta The Wrap la Bad Robot di Abrams, la Amblin di Spielberg e la Paramount si sono alleate per aggiudicarsi i diritti di “A hope more powerful than the sea”, il libro di Melissa Fleming che racconta l’incredibile storia di Doaa al Zamel, una profuga siriana diretta verso la Svezia che è riuscita a sopravvivere a un naufragio nel Mediterraneo, rimanendo aggrappata per alcuni giorni a un gonfiabile, stringendo a sé i suoi figli.

    Al progetto, ancora nelle fasi preliminari di sviluppo, non è stato assegnato né un regista né uno sceneggiatore. Difficile pensare però che i due pezzi grossi di Hollywood possano impegnarsi in prima persona. Da un lato Spielberg, che sta completando il fantascientifico Ready Player One, inizierà a breve a lavorare al prossimo The Kidnapping of Edgardo Mortara e ha già due progetti in lista d’attesa, It’s what I do, il racconto di una reporter rapita durante la crisi in Libia, che sarà interpretato da Jennifer Lawrence, e The Post, annunciato nei giorni scorsi, resoconto della battaglia legale che accompagnò la pubblicazione delle cosiddette Pentagon Papers che vedrà impegnati Tom Hanks e Meryl Streep. Più sgombro il carnet di J.J. Abrams che però si trova impegnatissimo come produttore sia televisivo (Westworld, la prossima Castle Rock e anche un progetto che porterà Meryl Streep in tv), sia per il cinema (i prossimi capitoli di Star Trek e Mission Impossible e il misterioso God Particle).

    In ogni caso non si tratterà della prima collaborazione tra il regista di E.T. e Incontri ravvicinati del terzo tipo e quello che viene considerato il suo erede. Spielberg e J.J. Abrams avevano co-prodotto anche Super 8, il film di Abrams che era stato un omaggio proprio alla prima produzione di Spielberg.

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    10 Cloverfield Lane: Brividi low cost

    Si alza il sipario del misterioso film a basso budget prodotto da J.J. Abrams, seguito solo ideale del monster movie Cloverfield. E John Goodman ci porta negli spazi claustrofobici di un rifugio antiatomico. In sala dal 28 aprile.

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    A due anni dall’annuncio, a pochi mesi dal primo e inaspettato trailer, il mistero è svelato. Un mistero intitolato 10 Cloverfield Lane, un film prima di tutto, ma anche un’operazione di marketing ad orologeria, di quelle a cui ormai ci ha abituato J.J. Abrams, figura sempre più prominente nel panorama creativo di Hollywood, sia quando si parla di ideare, sceneggiare e anche musicare serie tv di culto (Lost, Alias), sia quando c’è da dirigere i blockbuster più ricchi (Il Risveglio della Forza) o da scrivere dei curiosi esperimenti metaletterari (S. La nave di Teseo). Abrams però è anche un produttore, non solo dei film di Mission Impossible e di Star Trek, ma anche di pellicole più modeste nei mezzi se non nelle intenzioni. 10 Cloverfield Lane, diretto dal semiesordiente Dan Trachtenberg, è proprio una di queste, come nel 2008 lo fu Cloverfield, con cui questo film non divide niente se non una parola del titolo. Spieghiamo l’arcano, 10 Cloverfield Lane non è il seguito di Cloverfield, è semplicemente un film low cost prodotto in gran segreto da Abrams, come lo era Cloverfield, e così un titolo diventa anche un brand che – è facile immaginarlo – tornerà anche in altre forme.

    La storia è stata ideata dagli esordienti Josh Campbell e Matthew Stuecken e rivista da Damien Chazelle che avrebbe anche dovuto dirigere il film salvo poi farsi dirottare su un progetto più personale, quel Whiplash che ha trovato fama e fortuna anche alla notte degli Oscar (due statuette). La storia, si diceva, è di quelle che pretendono di non essere svelate. Si sappia solo che Michelle, interpretata da Mary Elizabeth Winstead (The Returned, Scott Pilgrim), si sveglia dopo un incidente automobilistico e si trova nel rifugio antiatomico di Howard (il sempreverde John Goodman) che le rivela che il mondo esterno non è più abitabile.

    Quello che segue a questa premessa stringata è un continuo capovolgimento di prospettive, un volteggio narrativo e di atmosfere che sposa in pieno il suo setting claustrofobico senza l’accidia di chi si incammina su un sentiero già battuto e già scontato. 10 Cloverfield Lane rifiuta l’etichetta dell’horror, che sarebbe stato così facile appiccicarsi, sceglie invece di sposare un’inconsueta matrice hitchcockiana, inconsueta perché accompagnata e condita da una sottile tensione fantascientifica, una suggestione più che una visione, che colpisce con le sue sottrazioni, con i suoi anticlimax. Niente tripudio di effetti speciali quindi, solo il buio di un piccolo mondo, che può essere teso e angosciante, ma anche rilassante e familiare, una dimensione ambivalente esplorata di recente dallo splendido Room di Lenny Abrahamson, che però ha il vantaggio di mantenere le sue caratteristiche anche quando c’è da cambiare pelle, c’è da lasciarsi alle spalle la protezione di quattro mura. La regia di Trachtenberg, che si era fatto notare grazie a un corto ispirato al videogioco Portal, ha il merito di assecondare uno script che alterna con passaggi improvvisi le istanze ritmiche più diverse. Le cadenze serrate di un action all’inizio, i bassi giri di un thriller poi, un motore al minimo a cui basta una scintilla per avviarsi con un ruggito violento, spingendosi sempre un passo più in là di quanto non creda lo spettatore. Ma 10 Cloverfield Lane comprime nella sua ora e tre quarti anche momenti più distesi, dove i personaggi, ingranaggi di un meccanismo perfetto, cercano di guadagnarsi una profondità, una terza dimensione. L’Howard di Goodman, la Michelle della Winstead, e il terzo protagonista, il John Gallagher jr. della serie tv The Newsroom, cambiano a ogni svolta dell’intreccio, nella percezione se non nella loro parabola narrativa. Il mix funziona e ha il doppio vantaggio di esaltare e non di frustrare, la strategia vincente del film segreto. 10 Cloverfield Lane vince la sua scommessa, conquista il botteghino internazionale e probabilmente anche quello italiano con soli 15 milioni di budget, e lo fa nascondendo un piatto gustoso e ben concepito dentro un’astuta nuvola di fumo.

     

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    Star Wars – Il Risveglio della Forza: Nostalgia e non solo

    La saga di Guerre Stellari torna con Star Wars – Il Risveglio della Forza, primo capitolo di una nuova trilogia targata Disney. Alla regia J.J. Abrams, in scena il cast storico e non solo. Nelle sale dal 16 dicembre.

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    Novità e nostalgia. Torna per la terza volta in quasi quarant’anni il carrozzone di Star Wars e lo fa con una nuova proprietà, una nuova mano dietro la macchina da presa, nuovi personaggi, una nuova trilogia, condita da una serie di film spin-off giusto per riempire gli spazi vuoti, ma anche con una gran voglia di restaurazione. Il primo capitolo di questo piano ambizioso è Star Wars – Il Risveglio della Forza diretto da J.J. Abrams, che riporta in scena dopo trent’anni la triade di protagonisti storici, Harrison Ford, Carrie Fisher e Mark Hamill, tante rughe e qualche chilo in più, al fianco di un’ensemble di promettenti nuovi attori, gli inglesi Daisy Ridley e John Boyega, gli americani Adam Driver e Oscar Isaac.

    La storia è quella di Finn e Rey (Boyega e Ridley), un soldato dell’impero in crisi di coscienza e una giovane dal passato misterioso, che si trovano per le mani il segreto più ambito della galassia e finiranno per essere coinvolti in avventure mirabolanti al fianco degli eroi dell’alleanza ribelle, contro il villain Kylo Ren e l’inquietante Primo Ordine.

    In questa prima escursione targata Walt Disney e senza il nume tutelare George Lucas (citato solo come creatore dei personaggi), la formula proposta è molto più simile a quella della trilogia originale, che non ai più recenti film prequel. Si sentono meno le influenze della filosofia orientale, la fascinazione per i samurai, e si sente di più quel senso della frontiera da western dello spazio che negli Episodi dall’I al III sembrava smarrito tra le ambientazioni urbane e gli intrighi politici dell’intreccio. A restare immutato è invece l’afflato epico, quelle emozioni stavolta riservate ai silenzi più che alle parole, la gravitas dei veterani, i tormenti dei più giovani. Perché Star Wars – Il Risveglio della Forza non è solo uno Star Wars per un’altra generazione, è lo Star Wars del passaggio di consegne, lo Star Wars dei padri che affidano il loro immaginario ai figli. E J.J. Abrams, reduce dai successi della saga “rivale” di Star Trek, si fa accompagnare in questo viaggio non banale dal Lawrence Kasdan del Grande Freddo, già sceneggiatore dell’Impero colpisce ancora e del Ritorno dello Jedi, quasi a reggere con la mano per l’ultima volta un bambino ansioso di fare il primo passo. Il risultato è un mix sapiente di vecchio e nuovo, dove emerge un villain originale e tormentato, dove un cast di talento si mette al servizio di una trama avventurosa incarnandone i suoi assoluti, i suoi stereotipi, dove il ruolo temuto della spalla comica tanto cara alla Disney e anche alla Lucasfilm (il terribile Jar-Jar Binks), affidato perlopiù al robottino BB8, è abbastanza contenuto e dove le sequenze d’azione, specie nella prima metà del film, sono spesso mozzafiato. Poi resta il tempo di una scena madre, di un finale tanto emozionante quanto sospeso e poi via con le musiche di John Williams a scorrere i titoli di coda e ad aspettare i prossimi capitoli, lo spin-off Rogue One (fine 2016) e l’Episodio VIII (metà 2017).

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