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    Happy End: l’Europa sul baratro secondo Haneke

    A cinque anni da Amour, Michael Haneke torna al cinema con Happy End, cinica parabola sull’Europa allo sbando. Con un fantastico Jean-Louis Trintignant e Isabelle Huppert tra i protagonisti. Dal 30 novembre in sala.

    La vecchia Europa, Calais, i migranti, la ricca borghesia allo sbando, l’insofferenza, le ossessioni che portano a perdersi per strada. Una disfatta totale. Non è leggero lo sguardo sul contemporaneo che Michael Haneke affida al suo ultimo film, Happy End, in sala dal 30 novembre. E ce ne rendiamo conto sin dalle prime immagini: i video amatoriali di una ragazzina che riprende la depressione della madre in tutte le sue fasi, fino all’overdose di medicinali, e quelli delle telecamere di sicurezza di una ditta edile che filmano il crollo di un cantiere.

    A cinque anni da Amour, il film che lo ha consacrato anche in terra statunitense, tanto da vincere l’Oscar, Michael Haneke ritorna a porre domande ai suoi spettatori. Quel suo cinema che non dà risposte, ma spinge alla riflessione, si ritrova anche qui, dove un titolo dalla forza ironica prende in giro una società sul baratro del fallimento. Che questo Happy End sia la giusta fine per quell’Europa che vacilla e a stento riesce ad affrontare, veramente unita, le sfide che le si pongono davanti? Haneke mette in scena una ricca famiglia francese, i cui membri si rivelano scena dopo scena allo spettatore fino al momento in cui quest’ultimo si rende conto che ciò che gli sta davanti è un ritratto inquietante, oscuro e tremendamente attuale.

    Il regista tedesco non salva nessuno, ma, anzi, lascia i suoi personaggi in balìa delle proprie debolezze, ossessioni e psicosi. Così su tutti spiccano due mostri sacri del cinema francese, che tra l’altro hanno già preso parte ai due grandi successi di Haneke: Isabelle Huppert (indimenticabile ne La pianista), fredda e spietata calcolatrice, interessata a salvare la faccia e il portafogli, e Jean-Louis Trintignant (già protagonista di Amour), l’unico a fare mea culpa, rendendosi conto, forse grazie alla malattia, di quanta poca sia l’umanità che lo circonda. Pur contando su un buon cast, su una regia che fugge dalla drammaturgia classica a favore di una maggiore complessità, Happy End porta con sé troppa retorica: quest’ultimo Haneke è fin troppo prevedibile, ancorato ad un tema visto e rivisto e trattato meglio altrove. Affascinanti le incursioni delle riprese da smartphone, ma l’amaro che caratterizza la storia, si sente anche nella resa che questa ha sullo schermo, lasciando in chi guarda, alla fine, non poche perplessità.

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    Il condominio dei cuori infranti: surreale banlieue

    Un astronauta, un ragazzo abbandonato a se stesso, una madre il cui figlio è in carcere, un asociale burbero, un’attrice che ha perso qualsiasi interesse nei confronti della vita, un’infermiera nostalgica: Il condominio dei cuori infranti di Samuel Benchetrit è popolato da un’umanità misera e solitaria. E dal loro incontro ne nasce un film surreale, ma ricco di speranza. In sala dal 24 marzo.

    4stelle

    Raccontare la banlieue è una delle imprese in cui il cinema francese si è cimentato negli ultimi anni. Che sia una commedia o un film drammatico, quel delicato luogo di confine ha avuto modo di esprimersi in vari modi, ma raramente quel racconto raggiunge livelli poetici così forti come accade in Il condominio dei cuori infranti, in sala dal 24 marzo.
    Samuel Benchetrit adatta per il grande schermo alcuni racconti di Les Chroniques de l’Asphalte, un suo libro del 2005, per portarci in una banlieue popolata da personaggi molto diversi da quelli che siamo abituati a vedere. Dal cielo grigio che sovrasta la città, l’astronauta americano John McKenzie (Michael Pitt, che ci fa molto piacere ritrovare in questo film), finito fuori rotta, precipita sul tetto di un palazzo e qui viene accolto dalla signora Hamida (Tassadit Mandi), che lo ospita in casa fino a quando la Nasa non verrà a recuperarlo. Nello stesso palazzo vivono anche Stemkowitz (Gustave Kervern), che per un incidente sulla cyclette finisce sulla sedia a rotelle e conosce una nostalgica e timida infermiera (Valeria Bruni-Tedeschi), e il giovane Charly (Jules Benchetrit), che vive con una madre assente e che non esiterà ad aiutare la sua nuova vicina, l’attrice Jeanne Meyer (Isabelle Huppert), rimasta fuori casa.

    Il condominio dei cuori infranti (titolo italiano per l’originale Asphalte) partendo dall’immagine, a volte metaforica, della caduta, vuole raccontare storie di risalita. John cade dal cielo con la sua capsula spaziale; Jeanne ha perso qualsiasi interesse verso il suo lavoro ed è vicina all’oblìo; Stemkowitz cerca l’evasione pedalando sulla sua cyclette, ma dopo 100 km cade a terra ed è costretto ad usare la sedia a rotelle. Tutti e tre avranno modo di incontrare, in questo strano condominio, altri personaggi che, in un modo o nell’altro, sono rovinosamente precipitati sull’asfalto, appunto. Con le sue immagini pulite, i dialoghi minimi, ma ricchi di ironia, i lunghi piani sequenza e il sarcasmo delle situazioni raccontate, ai limiti del surreale, la pellicola di Benchetrit porta poesia nel grigiore della periferia (le interpretazioni che ciascuno personaggio dà al rumore sinistro che ogni tanto si sente, ne sono un esempio meraviglioso) e permette ai suoi personaggi di redimersi da tutte quelle insoddisfazioni, preoccupazioni e dispiaceri che hanno avuto un peso notevole nella loro vita.
    Tutti, in questo film, hanno perso qualcosa – la strada di casa, il figlio in carcere, l’amore materno, la fiducia nel futuro e nel prossimo, la spensieratezza della gioventù, l’amore e l’interesse per la vita – ed è solo incontrandosi che questi personaggi potranno dirsi effettivamente completi.

    La loro è una solitudine interiore che si espande anche all’esterno, occupando i luoghi della periferia, dove, però, il senso di solidarietà è tanto forte da creare legami così importanti che, se finiscono per un qualche motivo (come quello tra John e la signora Hamida), non si dimenticano mai. E l’unico scopo dei gesti compiuti è quello di far sorridere l’altro, di infondergli quella speranza che al momento non c’è. Poetico, a tratti surreale, mai banale e intriso di un profondo umanesimo, Il condominio dei cuori infranti ci invita a trovare dentro di noi la nostra interpretazione a quello strano rumore che ogni tanto sentiamo (fantasmi? Urla di bambini? Mostri?) e ci fa vedere come sotto tutto il grigiume che ricopre il nostro mondo, ci sia ancora tanto spazio – e tante risorse – per incontrarsi.

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