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    Michele Placido, dalla Francia col Polar

    Il Cecchino dovrebbe arrivare nelle nostre sale nella Primavera del 2013, ma Michele Placido già parla di prossimi progetti e suggerisce…
    Ancora un cattivo, ancora una regia, come mai in Francia?
    Essendo io un professionista, sono stato chiamato, molto semplicemente, da Fabio Conversi che dalla Francia distribuisce spesso film italiani e ha costruito questa operazione con una delle maggiori case di distribuzione, Canal Plus. Così stavolta ho girato un film del quale non ho scritto un rigo, nel bene o nel male. Tutto nasce dal successo avuto da Romanzo Criminale in Francia, ovviamente, successo che ha attratto anche attori come Auteil o Kassovitz, che ho trovato sul set, ma che ho diretto, questo sì, assolutamente in base alle mie sensazioni.
    Ma il contatto con i cugini è più ampio…
    Avevo altre propste da distributori francesi, ma ho scelto questo progetto che sentivo più vicino, e amavo. Anche per la memoria di certi autori e attori della mia giovinezza. Da Lino Ventura a Audiard padre o Alain Delon… riferimenti comuni, evidentemente, anche ai due giovani sceneggiatori, che hanno suggerito il mio nome e che erano sempre molto attenti sul set. Possiamo dire che il film è metà degli sceneggiatori e metà del regista, che poi deve adattarsi per rispettare le necessità produttive per le quali si viene scelti.
    C’è una morale nel film? Come dicevamo, non sarà un caso se i cattivi sono sempre così centrali nei suoi film…
    In questo caso, un po’ era tutto scritto già nella sceneggiatura. Ma, in fondo, il tema ha radici antiche… In questo momento io sto facendo Re Lear a teatro, e anche lì la parte oscura dell’uomo viene fuori, soprattutto in alcuni personaggi, che starebbero benissimo in un film di Tarantino, come Edmond o le figlie.
    Noi vogliamo cercare i buoni, mantenere la speranza, ma in un Polar forse si è più aderenti alla realtà che nella commedia, che non la rispecchia… basta guardare il mondo per vederlo.
    Io personalmente mi trovo bene con questa tipologia di film; particolarmente in questo caso, in cui – più che parlare di morale o di aspetti politici – ho trovato interessante il tema degli ex militari francesi e occidentali che tornati dalle zone di guerra finiscono con il diventare rapinatori…
    Si trova bene a fare il regista migrante? O è solo verso la Francia…?
    L’Italia, negli ultimi anni è stata teatro di grandi storie, molto interessanti, soprattutto se pensiamo alla cronaca giudiziaria e politica e ai collegamenti tra stato e mafia; temi dei quali non si vede abbastanza nel nostro cinema. E invece dovrebbe essere quasi un dovere per noi. Se partisse un progetto così, io e tanti altri italiani ci metteremmo volentieri in gioco. ma sembra esserci una sorta di autocensura dalle nostre parti. Se ci si desse la possibilità, io resterei molto volentieri qui a lavorare. Magari, senza essere timidi e parlando chiaro, su un film su dell’Utri, che negli Usa avrebbero già fatto. Credo sarebbe un soggetto interessante, lui come altri messi sotto osservazione da qualche anno e arrivati tanto a sedere in Parlamento quanto a essere tacciati di disonestà, a prescindere dalle colpe, ma in quanto personaggio, anche per esplorare le motivazioni che l’anno messo sotto i riflettori e portato all’attenzione dei giudici.
    Più in generale, è attraverso la cultura che va fatta questa analisi, proprio per non restare nell’ambiguità. Per dare un segnale, etico, civile, per mostrare la voglia di ricominciare e per dare un segnale ai giovani.
    E invece cosa farà ora?
    Una storia d’amore, tratta da un testo teatrale del 1916 di Pirandello. La storia dell’amore tra una maestra del conservatorio e un signore che lavora in un negozio di alimentari, di delicatessen, ma una vicenda comunque con una sua violenza di base, proprio per il lato oscuro della donna, che dopo esser stata violentata scopre di essere incinta e, nel suo delirio femminile, decide di tenere il bambino e farlo accettare al marito. Dovrebbe essere ambientato in una città francese, forse a Lione – che amo, ha una gastronomia eccezionale ed è una città molto colta – ma comunque in Francia, dove ci sono più soldi. Io sarò solo regista, ma la produzione ha chiesto la Bejo come attrice… Speriamo.
    Mi piacerebbe però realizzare in francia anche del cinema italiano; lì sono molto attenti al nostro cinema, a quello di Garrone, di Moretti, di Sorrentino. Perché non iniziare a programmare una cinematografia italo-francese? Prendetelo come un invito, da parte mia…

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  • Violante Placido, il lato oscuro de Il Cecchino

    Violante Placido interpreta una donna predestinata, a una vita dura, alla sofferenza. E’ una donna della mala, ma splendida…
    Che effetto fa vivere l’esperienza di un Polar?
    Non so, io mi sono solo calata nel mio personaggio, non ho fatto altro; per una commedia magari avrei toccato corde diverse. Ma qui ho cercato di dare verità al personaggio e di renderne l’intensità. Spero di esser riuscita a fare in modo che, anche se non vista, sia come se lei fosse sempre presente nel film; una Penelope del gangster che, pur lacerata, vorrebe tanto cambiare vita.

    In Italia non c’è una grande tradizione, pensi che andranno in molti al cinema per vederlo?
    Il problema è che dovebbero costare meno i biglietti, perché la gente potesse andare di più al cinema, a vedere non solo commedie. Se fosse più accessibile le persone proverebbero a scoprire anche il cinema che tendono a scegliere meno.

    Un cast francese di grandissimo spessore, ma anche lo stesso tuo padre… tutte persone da cui imparare molto; l’hai fatto?
    Mi son ritrovata sul set con Luca e mio padre, per la seconda volta. E’ stato un film al maschile, con pochi personaggi femminili, minori, e che vivono attraverso scene molto intense oltre che violente.Per me è stato bellissimo avere la possibilità di confrontarmi con il cinema francese e con un’altra lingua. Tutti gli attori sono stati straordinari, tanto che anche attraverso poche scene mi è rimasto qualcosa di mostro costruttivo dentro. In particolare è stato molto intenso lavorare con Kassovitz, che ha un approccio molto istintivo, sanguigno, come abbiamo anche io e mio padre. Il problema, semmai, almeno con mio padre, è che spesso sembra che stiamo litigando, a cena, sul set… Con lui il processo creativo è sempre un terremoto, ma questo non mi spaventa.
    Auteil invece è un grandissimo attore, tanto quanto serafico… emana una forza magnetica sul set.

    Un personaggio che fa scelte difficili, come te?
    Il pubblico vuole sempre vedere cosa non sei in grado di tenere a bada, proprio per emozionarsi. Vuole vedere lo sporco sotto al tappeto. Quello deve essere il punto di partenza per raccontare qualcosa che possa meritare attenzione. Nel caso del mio personaggio, si tratta di una donna con un lato oscuro, per forza, visto che è una di quelle donne che trovano quel tipo di uomo, ma poi vogliono cambiare.

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    Il Cecchino

    cecchino 1 maggio

    IL CECCHINO
    (Le Guetteur)
    GENERE: Noir, Azione, Drammatico
    ANNO: 2012
    USCITA: 01/05/2013
    DURATA: 89′
    NAZIONALITA‘: Italia, Belgio, Francia
    REGIA: Michele Placido
    CAST: Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz, Olivier Gourmet, Francis Renaud, Nicolas Briançon, Jerome Pouly
    DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
    TRAMA: Un commissario di polizia di Parigi si mette sulle tracce di un letale cecchino, sfuggito a una rapina con agguato. Le tracce però portano lontano e, sulla base delle informazioni ricevute, la polizia guidata da Mattei – intercettando la banda di rapinatori di banche armate, responsabili di una sequela di furti negli ultimi due anni – finisce con l’aprire porte che lo stesso capo investigatore avrebbe preferito tenere chiuse.
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    Festival di Roma 2012 – Fuori concorso

    RECENSIONE: Mero esecutore (?)
    VOTO: 3

    TRAILER

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  • Il cecchino: Mero esecutore (?)

    Il viaggio di Michele Placido continua con Il Cecchino. Partito da Roma Sud, dopo il passaggio milanese, eccolo nella patria del Polar; anche se stavolta il film è meno ‘sentito’.
    VOTO: 3

    Ancora Placido, ancora Noir. Il viaggio del regista italiano continua. Partito da Roma Sud, dopo il passaggio milanese, eccolo approdare nella Francia, patria del Polar (termine nato dalla crasi di poliziesco e, appunto, noir), con la – sanissima e encomiabile – presunzione di dire la sua su un genere che negli ultimi anni sta trovando nuova linfa e credito anche nelle nostre sale. Oneri e onori sono, è dichiarato, da dividere con gli sceneggiatori esordienti comunque, anche se – senza esser nazionalisti noi, per una volta – sembrerebbe proprio di dover ascrivere a loro i difetti più riconoscibili di questo ‘Guetteur’.
    Dopo un prologo funzionale, ottima occasione per accordare il pubblico sul tono del film sapientemente, per altro, visto che non sarà quello l’unico tono del film), le zoppie della sceneggiatura iniziano già ad apparire sin dalla scena iniziale, un agguato ad opera di poliziotti un po’ troppo attendisti ed impreparati.
    Ferimenti, catture, intrighi, rivelazioni, personaggi a sorpresa e confronti fanno la trama successiva, a tratti avvincente, per altri versi un po’ confusa. Lo sviluppo in parallelo di diverse linee narrative e l’intenzione di seguire più personaggi è sempre interessante, ma comporta dei rischi. E i nodi vengono al pettine.
    L’idea alla base, come detto, è forse la parte migliore, compresa la originale proposta nella offerta di genere, che potrebbe funzionare meglio tanto in francia patria del polar, quanto in italia dove i thriller sembrano raccogliere più accoliti. Purtroppo i singoli succitati elementi si muovono in una cornice che continua ad ampliarsi, per l’intera durata del film, quando più quando meno, la sensazione è che la trattazione separata ed alternata dei vari soggetti non sia stata realizzata con egual perizia o equilibrio. Si oscilla tra film d’autore, polar classico, thriller, fiction tv con una fotografia (soprattutto) e una colonna sonora molto curate e all’avanguardia, le quali però non compensano certe debolezze e non alzano il voto finale che resta quel che è, pur con dispiacere, ma che non affossa la validità del prodotto finito o la sua capacità di avvincere il pubblico.

     

    NB: La recensione si riferisce alla versione presentata al Festival di Roma, più lunga e intricata di quella – poi rimontata – che esce in sala.

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