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    Il Labirinto del Silenzio: Il passato dimenticato

    Nella short list delle pellicole candidate all’Oscar come Miglior Film Straniero, Il Labirinto del Silenzio è l’opera prima del regista italo-tedesco Giulio Ricciarelli. Il film propone un nuovo punto di vista sul processo di Auschwitz, tenutosi a Francoforte nel 1963, raccontando una storia ai più sconosciuta: la volontaria perdita di memoria di un Paese sui crimini compiuti in passato. In sala dal 14 gennaio.

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    Il pregio principale di Il Labirinto del Silenzio, opera prima di Giulio Ricciarelli inserita nella short list dei film che corrono alla candidatura al Premio Oscar come Miglior Film Straniero, è quello di mostrare un altro lato oscuro del momento più tragico della storia contemporanea: la voluta perdita di memoria di un Paese nei confronti dei crimini perpetrati nel passato. Un passato che, in fin dei conti, non è molto lontano.
    Siamo, infatti, nella Germania della fine degli anni Cinquanta: rock’n’roll, minigonne e boom economico sembrano essere quella boccata di aria fresca dopo i lunghi anni bui della II Guerra Mondiale. Dopo il processo di Norimberga, che aveva portato a giudizio 24 dei più importanti capi nazisti, il cancelliere Adenauer aveva impostato una dottrina secondo la quale si doveva far scendere il silenzio sul passato. E così nessuno sapeva cosa fosse realmente successo ad Auschwitz.

    Contro questo stato delle cose si muove il giovane procuratore Johann Radmann (Alexander Fehling) che, dopo essere stato contattato dal giornalista Thomas Gnielka (André Szymanski), si interessa al caso di un maestro elementare che in passato era di guardia ad Auschwitz. Per Radmann inizia un percorso tortuoso che lo porterà a scontrarsi contro i muri imposti dalla società, alla ricerca di quel “mostro” che ha il volto del panettiere, del maestro di scuola, del padre di famiglia più affettuoso. “Vuoi che ogni singolo giovane debba chiedersi se suo padre fosse un assassino oppure no?“, a questa domanda Radmann non sa cosa rispondere, sa solo che la verità si cela sotto pile di documenti e, soprattutto, nei racconti di tutti i sopravvissuti al campo di sterminio.

    L’orrore di quegli anni non ci viene mostrato né raccontato. Tutto resta nel fondo, coperto dalla pesante coltre pastello che caratterizza la fotografia del film: scelta interessante che risulta coerente con la decisione, da parte di un intero Paese, di non voler pensare al passato, ma di proiettarsi verso il futuro. Ricciarelli, però, non punta il dito contro nessuno: Johann diventa il simbolo di una responsabilità collettiva che si sta risvegliando, guidata anche dalle illuminanti parole del Pubblico Ministero Generale Fritz Bauer (Gert Voss): “Tutti coloro che hanno partecipato, tutti coloro che non hanno detto no, loro sono Auschwitz“.

    Un cast ben amalgamato con attori che iniziano a farsi conoscere (Fehling) e mostri sacri del teatro (Voss), una colonna sonora minimalista, una fotografia patinata e lo humour delicato di alcuni dialoghi permettono a Il Labirinto del Silenzio di accogliere i consensi del pubblico in sala, che riesce anche a sorvolare su alcune rovinose (e inutili) cadute nell’intrattenimento più puro, come le scene dei sogni di Radmann. Il Labirinto del Silenzio è un film sull’importanza della memoria, dove l’idealismo e la voglia di vendetta di una nuova generazione accoglie l’invito ad una maggiore consapevolezza da parte di chi ha vissuto e combattuto, per quanto possibile, l’orrore.

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