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    Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione: la perdita dell’innocenza

    Continua la saga fantasy inaugurata da Gabriele Salvatores nel 2014. Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione arriva nei nostri cinema il 4 gennaio: tra i problemi dell’adolescenza e la scoperta di nuovi poteri, la pellicola traballa in più di una occasione.

    Michele Silenzi è cresciuto. Lo avevamo lasciato che aveva appena scoperto un nuovo potere, oltre quello dell’invisibilità, e salvato i suoi amici da un’oscura minaccia proveniente dalla Russia. Fisicamente cambiato, caratterialmente più cupo vista l’improvvisa tragedia che lo ha colpito, questa volta il giovane è chiamato a rispondere alla più classica delle domande che si pone quasi sempre nei secondi capitoli dedicati ai supereroi: cosa posso fare con i miei poteri? Sarà l’incontro con i suoi simili e con qualcuno che con lui condivide molto di più dei superpoteri, a fargli capire quale strada intraprendere.

    Se nel primo film abbiamo assistito al passaggio dall’età infantile a quella adolescenziale del suo protagonista, in Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione le cose si fanno più difficili ed è la trasformazione da adolescente ad adulto il tema portante della pellicola. Ma questa seconda generazione di Speciali ha qualcosa che non va. Quando uscì il primo capitolo, un certo respiro di sollievo si alzò nelle sale italiane: finalmente un film del genere si poteva fare anche qui da noi, pur avendo a disposizione un budget che non ha niente a che fare con le produzioni d’oltreoceano dello stesso tipo. Qui questa convinzione e questo orgoglio continuano, ma qualcosa ci impedisce di essere totalmente soddisfatti. La saga ha perso quella sua freschezza, sembra un prodotto come tanti che nemmeno la firma di Gabriele Salvatores rende convincente.

    Due le principali criticità di Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione. La prima è la sceneggiatura, meno attraente della prima, piena di quegli elementi tipici del genere e, onestamente, vista la lunga attesa per questa seconda parte, ci si aspettava qualcosa di più. A seguire, la recitazione: tanto forzata da trasformare qualsiasi battuta in puro artificio e in fonte di risate. La regia sembra divertirsi un po’ di più, sembra godere di una certa libertà che il successo del primo film ha inevitabilmente portato: Salvatores aumenta il ritmo in alcune scene, in altre segue pedissequamente i suoi personaggi, soprattutto i più giovani, quasi a braccarli e a intrappolarli in questo loro processo di crescita. Per fortuna, infine, ci sono gli effetti speciali, decisamente migliori rispetto a quelli del primo film, ma che comunque non bastano ad alzare il livello del risultato finale.
    Accompagnato dall’uscita di una graphic novel e di un romanzo, Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione mira a fare colpo su un pubblico molto particolare, abituata a vedere prodotti molto più curati e complessi (sotto molti aspetti, non solo visivi). Come reagirà di fronte a qualcosa che tre anni fa era molto accattivante e che oggi ha fatto enormi passi indietro?

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    Salvatores: “Ecco come cresce il mio ragazzo invisibile”

    A tre anni dal successo del primo film della saga, Gabriele Salvatores torna a raccontare la storia di Michele Silenzi (Ludovico Girardello) in Il Ragazzo Invisibile – Seconda Generazione, in sala dal prossimo 4 gennaio. È passato un po’ di tempo da quando Michele ha scoperto i suoi poteri e questa volta a complicare la situazione ci si mette anche l’adolescenza e una perdita molto importante. “Verso i 16-17 anni – ha detto Salvatores durante la presentazione del film a Roma – si scopre il lato oscuro delle cose, ma anche quello malinconico e, in un certo senso, poetico. Il film segue questa oscurità, è una sorta di Boyhood di un supereroe, un po’ come succedeva ad Harry Potter. Anche in termini narrativi c’è una maggiore complessità rispetto al primo film“. Le paure di Michele prendono spunto da un contest lanciato nelle scuole dopo l’uscita del primo film: “Abbiamo chiesto agli studenti quali fossero le loro paure più grandi – spiega il regista Premio Oscar – e a sorpresa è venuto fuori che molti di loro hanno paura di scoprire di non essere figli delle loro madri, segue la paura del terrorismo. Io non avevo nessuna intenzione di far riferimento al terrorismo, non era questo il luogo adatto, ma ho voluto inserire un concetto secondo me molto importante: se una persona diventa cattiva lo fa solo perché la società lo ha reso tale“.

    In questo nuovo capitolo, che sarà accompagnato nella sua uscita in sala anche dalla pubblicazione di una graphic novel e di un romanzo, Michele si troverà ad affrontare altre persone che hanno le sue stesse abilità, rendendo immediato il confronto con la saga degli X-Men: “Non ho mai visto questi film – continua Salvatoresanche perché non un patito di pellicole sui supereroi, pur amando lo Spiderman di Raimi. Sono più affezionato al cinema americano degli anni Ottanta, quello dei Gremlins o dei Goonies, un cinema dove il pensiero si univa alla spettacolarità e che poteva avere come pubblico un’intera famiglia, senza rischiare di annoiare i grandi e divertire i bambini o viceversa“. Al cinema vediamo i supereroi che salvano il mondo, che aiutano le persone in difficoltà, ma “nella realtà le cose non stanno così: alcuni hanno dei superpoteri, ma invece di usarli in questo senso, li usano per farsi guerra tra loro. Ora me ne vengono in mente due in particolare: uno è sudcoreano e l’altro è americano“.

    Ricco di effetti visivi, il nuovo film di Salvatores può contare sulla professionalità di Victor Perez: “Avendo un budget molto costretto, abbiamo avuto non pochi problemi per realizzare questo secondo capitolo, ma in una situazione del genere, però, esce fuori il meglio di tutti. La cosa di cui sono fiero, e lo dico da spagnolo, quindi figuratevi, è che un prodotto del genere è stato fatto in Italia. Il problema principali per progetti di questo tipo è quello di spazzare via il preconcetto per cui in questo Paese, questi film non si possono fare. Invece, nonostante la ristrettezza di budget, siamo riusciti non solo a creare intere scene al computer, ma anche a ricreare un volto umano“.

    Il rapporto di Salvatores con la fantascienza si fa sentire già nel 1996 quando, un anno dopo aver vinto il Premio Oscar come Miglior Film Straniero con Mediterraneo, realizza Nirvana: “Dopo l’Oscar mi sono sentito come Spiderman: il ragno mi aveva morso e avevo acquisito dei superpoteri. Così ho deciso di fare cose nuove, di imparare a fare cose nuove e Nirvana ne è stata la conseguenza. Ho voluto continuare a raccontare la storia di Michele sia perché non ho figli e in qualche modo ne sto crescendo uno cinematografico, ma anche perché non voglio fare sempre lo stesso tipo di film. Se ci sarà un sequel? Un vecchio detto recita che ‘non c’è due senza tre’. Ma possiamo anche contraddirlo. Vedremo“.

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