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    Il Cecchino

    cecchino 1 maggio

    IL CECCHINO
    (Le Guetteur)
    GENERE: Noir, Azione, Drammatico
    ANNO: 2012
    USCITA: 01/05/2013
    DURATA: 89′
    NAZIONALITA‘: Italia, Belgio, Francia
    REGIA: Michele Placido
    CAST: Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz, Olivier Gourmet, Francis Renaud, Nicolas Briançon, Jerome Pouly
    DISTRIBUZIONE: 01 Distribution
    TRAMA: Un commissario di polizia di Parigi si mette sulle tracce di un letale cecchino, sfuggito a una rapina con agguato. Le tracce però portano lontano e, sulla base delle informazioni ricevute, la polizia guidata da Mattei – intercettando la banda di rapinatori di banche armate, responsabili di una sequela di furti negli ultimi due anni – finisce con l’aprire porte che lo stesso capo investigatore avrebbe preferito tenere chiuse.
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    Festival di Roma 2012 – Fuori concorso

    RECENSIONE: Mero esecutore (?)
    VOTO: 3

    TRAILER

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  • A Werewolf Boy: Lupi mannari coreani

    A Werewolf Boy – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: JO Sung-Hee
    (Sud Corea, 2012) – Durata: 125′

    VOTO: 2

    Sembra davvero che nemmeno la Corea del Sud sia stata in grado di combattere contro il fenomeno dei lupi mannari, che dopo Twilight imperversa un po’ ovunque. Lo conferma il fatto, scontato a dirsi, che tra le ragazze coreane questo film sia stato un successone, addirittura consacrato come una delle migliori pellicole nazionali del 2012.
    Sun-yi ha una sessantina d’anni e vive nell’America del Nord con la sua famiglia, quando riceve una telefonata a proposito di una casa, nella quale ha vissuto per un breve periodo della sua vita e ora abbandonata, e decide di tornare in Corea. Questo, innesca un flashback che ci riporta indietro di una quarantina d’anni, quando una giovane Sun-yi, malata di tubercolosi, va ad abitare proprio in quella casa. Che nasconde un segreto: uno strano ragazzo, dall’aspetto di un cane malconcio e molto impaurito, vive li. Accolto in casa, come un figlio, gli viene dato il nome Chul Soo e, attraverso le amorevoli cure di Sun-Yi e della sua famiglia il ragazzo, che è stato vittima di uno strano esperimento condotto anni prima da un biologo folle, scopre l’amore, l’affetto, il rispetto delle regole e il piacere di una carezza.
    Tutto sembra andare bene, a meno di non farlo arrabbiare, cosa che puntualmente accade trasformando Chul Soo in una furia beluina.
    Interessante il metodo di insegnamento di Sun-Yi, nei confronti del giovane, la quale decide di usare un manuale di addestramento per cani, e con successo… trasformando Chul Soo in un perfetto cane di casa!
    Un po’ lento e scontato nel finale, bisogna comunque ammettere che il regista JO Sung-Hee è riuscito a limitare al minimo l’uso degli effetti speciali, mostrandosi molto ingegnoso nel trovare utili escamotage per arrivare al cuore del pubblico e catturare completamente quello delle adolescenti.

    Antonella Ravaglia

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  • Maruyama, the middle schooler: Il selvaggio mondo della fantasia

    Maruyama, the middle schooler – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: KUDO Kankuro
    (Giappone, 2013) – Durata: 120′

    VOTO: 2

    “E’ meglio rimanere adolecenti per sempre piuttosto che ritrovarsi col cervello piatto”: è questo lo spirito del film del regista Kudo Kankuro, una commedia visionaria e trasgressiva basta sulle fantasie di un ragazzino.
    Maruyama è un ragazzino delle scuole medie, con una fervida immaginazione, che lo porta a confondere la realtà con fantasia. Il periodo che sta attraversando, la pubertà, è vissuto inoltre dal ragazzo in modo molto espressivo, esattamente come tutto quello che fa; la sua personale prova di maturità consiste infatti nel procurarsi una fellatio da solo. Progetto nel quale mette tutto se stesso, svolgendo esercizi personali ogni volta che può. Ma la storia vera e propria inizia quando Maruyama incontra il signor Shimoi, uno strambo padre single con bimbo e, soprattutto, quando si scoprono alcuni omicidi nel quartiere e il ragazzo inizia a disegnare una specie di manga su alcuni supereroi che accorrono in suo soccorso.
    Acclamato in Giappone come genio della comicità, per il regista/attore/sceneggiatore Kudo Kankuro è stato più laborioso raccogliere riconoscimenti fuori dal suo paese, come in questo film, dove in maniera apprezabile e originale, analizza una famiglia normale, inserita in un contesto sociale assolutamente banale, per innalzarla nella più completa follia visionaria ed ipnotica, attraverso la fantasia adolescenziale del protagonista.
    Una bizzarra realtà nella quale, a volte, risulta difficile definire dei confini precisi tra verità e creazione.

    Antonella Ravaglia

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  • Million Dollar Crocodile: I coccodrilli piangono

    Million Dollar Crocodile – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: LIN Lisheng
    (Cina, 2013) – Durata: 87′

    VOTO: 2

    Non lasciatevi ingannare dalle apparenze, questo film non ha assolutamente nulla a che vedere con l’altra ben più nota pellicola dal titolo simile.
    La nostra storia, diretta da LIN Lisheng, inizia nel 1990 in un mercato illegale, dove tra l’altro si vendono coccodrilli; Zhao vorrebbe comprarne uno da mettere sul menù del suo ristorante ma, lo stesso coccodrillo, alla fine verrà venduto a Liu che lo terrà nel suo parco dei coccodrilli. Il tempo passa, siamo nel 2012, Liu non ha più soldi per mantenere il suo parco, ed è costretto a vendere tutti i coccodrilli proprio a Zhoa e tra quei coccodrilli c’è anche Amoa, il coccodrillo femmina preso al mercato illegale, che è diventata enorme, 8 metri di lunghezza per 2 tonnellate di peso. Nonostante il sonnifero, Amoa riesce a scappare dalle grinfie di Zhoa, avventurandosi prima, in una piantagione di te dove incontra la povera Wen Yan, appena tornata dall’Italia con 100 mila euro nella borsa che il coccodrillo penserà bene di mangiarsi, e poi in un lago terrorizzando tutti.
    Ovviamente Wen Yan non vuole rinunciare ai suoi risparmi e cercherà in ogni modo di recuperarli, anche grazie allaiuto del poliziotto locale Wang Beiji, suo figlio e Liu.
    Ora, a parte che ovviamente c’è un incongruenza col titolo, dato che i soldi non sono dollari ma euro e quindi un milione di RMB (moneta locale), ma la vicenda è davvero al limite dell’inverosimile, con un pizzico di humor nero, in cui il gigantesco coccodrillo non solo lotta per non diventare carne da macello, ma sembra anche essere l’unico a provare sentimenti “umani”come riconoscenza, fiducia e senso su chi deve uccidere o meno.

    Antonella Ravaglia

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  • Lu Chuan e Qin Lan presentano The Last Supper

    Alla proiezione del film The Last Supper, durante la terza serata del Far East Fil Festival, erano presenti anche il regista LU Chuan e l’attrice protagonista, nonché sua compagna, Qin Lan, i quali hanno raccontato brevemente il loro nuovo film.
    The Last Supper è un film storico che racconta la storia del fondatore della dinastia Han, Liu Bang e di come riuscì a diventare, da semplice contadino a Imperatore.
    LU Chuan, perché ha voluto raccontare questa storia?
    Tante cose si sono dette riguardo al primo imperatore Liu Bang, ma sicuramente la storia dell’episodio conosciuto come “Banchetto della Porta Hong” è quello più interessante, perché è da quel punto che è nato tutto, è quel momento che ha permesso a Liu Bang di diventare imperatore, lui che era solo un contadino. E poi perché la storia di come una persona semplice, coraggiosa e valorosa è riuscita ad arrivare così in alto in breve tempo, è riuscito a diventare imperatore; è una storia affascinante, perché in fondo tutti, vogliono diventare imperatori.
    Qin Lan com’è stato lavorare con LU Chuan, che oltre a essere un grande regista, in questo caso è anche il suo compagno nella vita reale?
    E’ stato molto difficile e faticoso: in questo film io interpreto la moglie dell’imperatore e per quasi tutto il film ho dovuto quindi prendere le parti di una persona anziana. Il lavoro è stato molto impegnativo e lui mi sgridava spesso perché non ero abbastanza brava, e io ovviamente non ero d’accordo, ma lui è il regista, quindi durante il lavoro io ascolto lui, ma nella vita lui ascolta me. E’ stato molto difficile interpretare il ruolo di una persona così anziana, ma lo ringrazio molto di avermi dato qusta possibilità.

    Antonella Ravaglia

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  • Il cecchino: Mero esecutore (?)

    Il viaggio di Michele Placido continua con Il Cecchino. Partito da Roma Sud, dopo il passaggio milanese, eccolo nella patria del Polar; anche se stavolta il film è meno ‘sentito’.
    VOTO: 3

    Ancora Placido, ancora Noir. Il viaggio del regista italiano continua. Partito da Roma Sud, dopo il passaggio milanese, eccolo approdare nella Francia, patria del Polar (termine nato dalla crasi di poliziesco e, appunto, noir), con la – sanissima e encomiabile – presunzione di dire la sua su un genere che negli ultimi anni sta trovando nuova linfa e credito anche nelle nostre sale. Oneri e onori sono, è dichiarato, da dividere con gli sceneggiatori esordienti comunque, anche se – senza esser nazionalisti noi, per una volta – sembrerebbe proprio di dover ascrivere a loro i difetti più riconoscibili di questo ‘Guetteur’.
    Dopo un prologo funzionale, ottima occasione per accordare il pubblico sul tono del film sapientemente, per altro, visto che non sarà quello l’unico tono del film), le zoppie della sceneggiatura iniziano già ad apparire sin dalla scena iniziale, un agguato ad opera di poliziotti un po’ troppo attendisti ed impreparati.
    Ferimenti, catture, intrighi, rivelazioni, personaggi a sorpresa e confronti fanno la trama successiva, a tratti avvincente, per altri versi un po’ confusa. Lo sviluppo in parallelo di diverse linee narrative e l’intenzione di seguire più personaggi è sempre interessante, ma comporta dei rischi. E i nodi vengono al pettine.
    L’idea alla base, come detto, è forse la parte migliore, compresa la originale proposta nella offerta di genere, che potrebbe funzionare meglio tanto in francia patria del polar, quanto in italia dove i thriller sembrano raccogliere più accoliti. Purtroppo i singoli succitati elementi si muovono in una cornice che continua ad ampliarsi, per l’intera durata del film, quando più quando meno, la sensazione è che la trattazione separata ed alternata dei vari soggetti non sia stata realizzata con egual perizia o equilibrio. Si oscilla tra film d’autore, polar classico, thriller, fiction tv con una fotografia (soprattutto) e una colonna sonora molto curate e all’avanguardia, le quali però non compensano certe debolezze e non alzano il voto finale che resta quel che è, pur con dispiacere, ma che non affossa la validità del prodotto finito o la sua capacità di avvincere il pubblico.

     

    NB: La recensione si riferisce alla versione presentata al Festival di Roma, più lunga e intricata di quella – poi rimontata – che esce in sala.

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  • Key of Life: Mettetevi nei miei panni

    Key of Life – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: UCHIDA Kenji
    (Giappone, 2012) – Durata: 128′

    VOTO: 3

    Un gangster dal cuore tenero, un attore fallito senza soldi che tenta il suicidio (fallendo), una donna caporedattore che programma tutto, persino il giorno delle sue nozze, senza però ancora conoscere il suo sposo e uno scambio di personalità.
    Questi gli ingredienti per la divertente commedia del regista nipponico UCHIDA Kenji , presentato anche al Festival di Toronto e al Bruxelles International Fantastic Film festival.
    Sakurai è un attore fallito senza soldi, che approfitta della perdita di memoria di un uomo scivolato su una saponetta in un bagno pubblico per cambiare la propria vita, pagare i debiti e risolvere i suoi problemi. Presto però si rende conto di essere finito in un pasticcio quando scopre che la persona a cui ha rubato l’identità è Kondo, gangster professionista. Kondo non ricordando nulla, e pensando di essere Sakurai, cerca invano di sistemare quello che resta della sua vita, partecipando anche a una parte da attore e cominciando a frequentare una ragazza Kanae che, alle soglie dei trent’anni, vuole conosce un uomo con cui sposarsi il prima possibile.
    Lo scambio di personalità, nei film è un tema vecchisimo, ma la trama di questa pellicola da un inizio molto semplice, piano si complica sempre di più, mescolando tratti di noir alla commedia pura.
    Molto carina la riflessione sulla recitazione di entrambi i protagonisti: Sakurai, che si sente un fallito, pigro e svogliato, dovrà recitare bene per sopravvivere e Kondo che, ritrovatosi a dover fare l’attore per guadagnare dei soldi, riscopre una passione inaspettata, molto lontana dalla vita che faceva prima, ma per un fortuito caso del destino, la parte che interpreterà sarà proprio quella di un gangster.

    Antonella Ravaglia

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  • Will You Still Love Me Tomorrow?: L’amore è…

    Will You Still Love Me Tomorrow? – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: Arvin CHEN
    (Taiwan, 2013) – Durata: 104′

    VOTO: 2.5

    Presentato anche al Festival di Berlino di quest’anno, dove tra l’altro ha avuto un grande successo, Will You Still Love Me Tomorrow è un film taiwanese sull’incapacità di mentire a se stessi, nel vano tentativo di omologarsi alla società che impone certi canoni.
    La commedia si articola su tre storie d’amore, collegate tra loro: Weichung è un oculista di mezz’età, sposato con Feng, da cui ha avuto un bambino. Sua sorella Mandy sta per sposarsi, ma durante la festa di fidanzamento Weichung, rincontra in bagno dopo diverso tempo l’amico Stephan fotografo gay di matrimoni. Qui scopriamo che il protagonista è omosessuale, ma ha dovuto reprimere i suoi impulsi, sposarsi e garantire un futuro alla famiglia. Le parole di Stephan e, successivamente, l’incontro con un affascinante uomo, costringono Weichung a fare i conti con la sua vera natura. Nel frattempo Feng vorrebbe un altro bambino e Mandy ha una crisi di panico e decide di lasciare il suo fidanzato San San, il quale pur di riconquistarla è disposto a tutto, èersino a farsi aiutare dai consigli di una squadra di fotografi gay capitanati da Stephan, sposato con una direttrice di marketing lesbica solo per una questione d’immagine.
    Film ricco di simpatiche gag e momenti bizzarri che ritrae in modo molto veritiero una società e un modo di pensare molto attuale anche in occidente, in cui le tradizioni morali continuano a influenzare le relazioni di coppia.
    Benchè si dimostri un po’ sottotono tutto il film, il regista Arvin Chen ha deciso di puntare tutto sul finale, dandogli una certa potenza, grazie a un discorso commovente di Weichung che lascia un finale aperto.

    Antonella Ravaglia

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  • Forever Love: Nostalgia dei vecchi film di Taiwan

    Forever Love – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: SHIAO Li-shiou
    (Taiwan, 2013) – Durata: 124′

    VOTO: 2.5

    Tra il 1956 e il 1981 vennero prodotti circa 200 film a Taiwan – attualmente conservati nella cineteca cinese di Taipei – prima che venisse imposto dal governo di usare il mandarino come lingua ufficiale. E questa commedia riprende in tono nostalgico, ma molto divertente e giocoso, i tempi gloriosi in cui si producevano quei film, facendone una parodia, forse addirittura esagerando un po’.
    Il film ambientato quasi interamente nel 1969, quando ancora queste pellicole riuscivano a portare nelle sale tantissime persone, racconta la storia d’amore tra l’ormai anziano sceneggiatore Blue Lan e l’attrice Amber Ann attraverso i ricordi di Blue, che racconta alla nipote come fosse nato tutto e che ancora si ostina a far ricordare quei momenti alla sua sposa affetta da Alzheimer.
    Una parodia facilmente riferibile al presente, in cui,  infatti, oltre ai due protagonisti principali, troviamo l’avido e squallido produttore, soprannominato Mr.Pig, la prima attrice egoista e ambiziosa che non vuole farsi rubare il posto, il bell’attore di turno che sa solo recitare parti di copione anche nella vita reale e che viene ingaggiato solo per attirare il pubblico femminile che lo adora ad ogni apparizione urlando e piangendo.
    Attraverso le riprese di quello che vorrebbe essere il nuovo film in realizzazione vediamo quali fossero gli “effetti speciali di una volta” e come un film venisse prodotto a basso costo, oltre a portare l’attenzione su un periodo felice del cinema taiwanese ormai dimenticato.

    Antonella Ravaglia

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  • New World: Scegli da che parte stare

    New World – FAR EAST FESTIVAL 2013
    Regia: LU Chuan
    (Cina, 2012) – Durata: 116′

    VOTO: 4

    Quando un poliziotto è infiltrato in una società mafiosa da più di otto anni, a un certo punto della sua vita, deve fare una scelta: scegliere se rimanere con le persone con cui ha condiviso gli ultimi anni procurandosi una certa fama, rispetto e protezione, oppure continuare a fare l’infiltrato temendo ogni momento per la sua vita e quella della sua famiglia.
    Questa la scelta che spetta a Ja-sung, ovvero Lee Jung-jae, nel nuovo fil di Park Hoon-jung incentrato sugli avvenimenti successivi alla morte del potente boss della associazione criminale chiamata Goldmoon; le gerarchie e i rapporti di forza che prima erano stabili, ora sono improvvisamente tutti da rivedere ma il conflitto interno sembra inevitabile.
    In questa già difficile situazione, interviene anche la polizia coreana, che fiuta la possibilità di allargare i propri obiettivi sui criminali, raccogliendo informazioni dall’interno e creando ancora più tensioni.
    Film coreano di notevole successo al botteghino, New World si differenzia dalle solite pellicole sulla malavita, per il minor concentrarsi sulla psicologia dei protagonisti e molto più sui giochi di potere per la conquista della vetta, con un conseguente maggior interesse alla struttura interna dell’organizzazione criminale.
    Tra i protagonisti impossibile non citare Choi Min-sik, già visto in Oldboy, che qui interpreta il senza scrupoli capo della polizia Kang.

    Antonella Ravaglia

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