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    Festa del Cinema di Roma, Moonlight apre l’undicesima edizione

    Sarà il film Moonlight di Barry Jenkins a dare il via all’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, in programma dal 13 al 23 ottobre.
    Moonlight è un film straordinario – commenta il direttore artistico della Festa, Antonio Mondache riesce ad essere potente e tenero, realistico e poetico. Per me è un grande onore aprire l’undicesima edizione della Festa del Cinema con un’opera come questa. È un film che andrà lontano e rimarrà nei nostri cuori, e che conferma il grande, sincero talento di Barry Jenkins“.
    Il film si concentra sulla vita di un ragazzo di colore, dall’infanzia fino all’età adulta, che lotta per trovare il suo posto nel mondo dopo essere cresciuto in un quartiere malfamato di Miami. Al suo secondo lungometraggio dopo Medicine for Melancholy del 2008, Jenkins ha anche co-sceneggiato il film insieme a Tarell McCraney. Nel cast del film, di cui potete vedere il trailer in versione originale in calce a questa news, troveremo Mahershala Ali, Naomie Harris, Trevante Rhodes, André Holland, Janelle Monáe, Ashton Sanders, Jharrel Jerome, Alex Hibbert e Jaden Piner.

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    Angry Indian Goddesses vince la X Festa del Cinema di Roma

    E’ Angry Indian Goddesses del regista indiano Pan Nalin a vincere il Premio del Pubblico BNL alla X Edizione della Festa del Cinema di Roma. Il film, che ancora non ha una data di uscita in Italia, è il primo buddy movie tutto al femminile indiano che lancia un messaggio profondo e davvero importante, affrontando un tema molto attuale nella società indiana: la violenza sulle donne.

    4stelle

    Come da titolo, sono arrabbiate le donne protagoniste di Angry Indian Goddesses, il film che ha vinto il Premio del Pubblico BNL alla Festa del Cinema di Roma che si è conclusa da meno di ventiquattro ore. Quello di Pan Nalin è un film coraggioso che, attraverso una sapiente opera di depistaggio, è capace di disorientare lo spettatore fin dall’inizio e, allo stesso tempo, di tenerlo incollato allo schermo per capire cosa succederà.

    Con un perfetto equilibrio tra comicità e dramma, Nalin ci offre uno spaccato della condizione femminile nell’India contemporanea grazie ad una serie di personaggi ben definiti e di cui ci si innamora facilmente. La fotografa Frieda sta per sposarsi e decide di riunire le sue amiche nella sua casa immersa nella giungla dello stato di Goa, in India. Quella che inizia è una festa che dura parecchi giorni, tra divertimento, sentimentalismo e segreti che vengono a galla. Nalin ci fa assistere a tutto questo: lo spettatore si sente parte di questa festa, partecipa con le protagoniste, ride e piange con loro. Avverte sulla propria pelle le stesse emozioni che provano queste sette donne mentre si raccontano.

    Apparentemente nessuna minaccia compare all’orizzonte e Nalin è molto bravo a non farci capire da subito dove vuole arrivare. Poi succede qualcosa nel film che rovescia la situazione. Il registro comincia a farsi un po’ più serio: lentamente dalla commedia si passa alla riflessione più seria, fino a sfociare nel dramma e, infine, nella tragedia. Il tutto avviene quando l’uomo fa la sua irruzione in questo gineceo intimo e segreto. Sono tre le tipologie di personaggio maschile che il regista ci presente: il primo è l’oggetto del desiderio, il vicino di casa che con il suo fascino attrae le protagoniste; il secondo è il compagno fedele, quello che compare all’improvviso perché preoccupato dal fatto che la sua ragazza, con un passato tormentato alle spalle, non si fa sentire da giorni; il terzo è il mostro, l’uomo che si sente tale soltanto se sottolinea la sua superiorità, soprattutto nei confronti delle donne. E’ questa la tipologia di uomo più povera e fragile che possa esserci: se gli altri due compaiono da soli e fanno dei loro sentimenti e delle loro emozioni la guida delle loro azioni, la terza tipologia di uomo si presenta in branco, perché da solo viene meno la sua enorme fragilità (e piccolezza) di singolo.

    Nalin è bravissimo a mostrarci lentamente le sue intenzioni: vuole raccontare la violenza sulle donne e se in un primo momento accenna al tema, successivamente ce lo mostra in tutta la sua crudeltà. Il passaggio, però, non avviene in maniera repentina, ma in base ad una certa gradualità, dosando a mano a mano gli elementi. Ma è proprio quando crediamo di aver aggirato il problema, quando pensiamo che la tragedia si sia consumata, ecco che Nalin rimischia tutte le carte in tavola e riapre i giochi. Appoggiato da un cast di attrici che rendono magnificamente i loro personaggi, Nalin lancia un messaggio a tutte le donne indiane – ma non solo – chiedendo loro di fare come le sue protagoniste: unirsi, tenersi sotto braccio, affrontare il branco e urlare i propri diritti. Non a caso l’ispirazione di queste donne è proprio quella oscura dea Kali, che se da un lato è forza terrificante, dall’altro è l’unico aiuto valido per Shiva, l’energia maschile, di vincere le forze del male e dell’ignoranza.

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    RomaFF10: William Friedkin e Dario Argento stregano il pubblico della Festa

    Due vecchi amici che si incontrano e parlano del loro lavoro: ecco il significato dell’Incontro Ravvicinato che ieri sera si è tenuto alla Festa del Cinema di Roma tra Dario Argento e William Friedkin. Maestro dell’horror il primo e Premio Oscar il secondo, i due registi si sono raccontati: Friedkin più spontaneo e disinibito, Argento più raccolto e introverso, come siamo abituati a vederlo. I due dichiarano di stimarsi profondamente a vicenda, e non solo a livello umano, ma anche professionale. Friedkin non sa dire quale film di Argento sia il suo preferito, perché considera la sua filmografia unica, che va considerata nella sua interezza: “Ammiro il suo lavoro come ammirerei una grande opera di arte moderna. La sua opera è unica perchè Dario segue la sua ispirazione. Scrive le sceneggiatura dei suoi film, ma ciò che gli importa davvero è tutto ciò che cattura l’attenzione della macchina da presa: attori, scenografie, colori. Trae la sua ispirazione da tutti gli elementi presenti sul set“.

    Per Argento, invece, il collega è capace di rendere ineguagliabili i suoi film grazie alla sua energia: “Friedkin è un gigante, esprime tutta la sua energia nei suoi film rendendoli dei veri capolavori. Nessuno è mai riuscito ad eguagliare i suoi film. Prendete le scene di inseguimento, ad esempio. Oggi siamo abituati agli effetti speciali, che rendono il tutto eccessivamente spettacolare. Friedkin è riuscito, invece, a rendere realistico questo tipo di scene nei suoi film perchè gli inseguimenti erano veri“. Dopo aver mostrato una clip tratta da Profondo Rosso (quella dell’omicidio della medium che dà il via alle vicende), Friedkin si sofferma sulla particolarità di questa scena: “Inizia in maniera piuttosto normale, ma gradualmente tutto cambia. Le angolazioni della macchina e le musiche fanno aumentare la nostra ansia, sappiamo che succederà qualcosa di violento, ma non sappiamo quando e come accadrà. L’uso della musica nei suoi film è l’esempio lampante di come Dario riesca a creare situazioni di questo genere usando solo due elementi e nessun effetto speciale: musica e angolature“. Si riflette anche sul successo dei film di Argento a livello internazionale ed è lo stesso regista a darne una spiegazione: “I miei film mettono in scena della paure profonde, nascono dall’inconscio. Questo spiega per quale motivo i miei film hanno seguito anche negli altri Paesi“.

    Il ricordo degli esordi, vede i due registi confrontarsi con due grandi maestri del cinema: Sergio Leone per Dario Argento e Alfred Hitchcock per William Friedkin. Il regista italiano scrisse per Leone, insieme a Bernardo Bertolucci, il soggetto di C’era una volta il western, film del 1968 con Claudia Cardinale: “Io e Bernardo eravamo giovanissimi. Sergio aveva un dono: quello di riconoscere il talento dei giovani cineasti. Fu lui a scoprire me e Bertolucci. Lo aiutammo con questo film perché era la prima volta che faceva una pellicola con protagonista una donna“. Friedkin, invece, racconta due aneddoti relativi al suo incontro con Hitchcock: “Quando mi sono trasferito da Chicago a Los Angeles, avevo già realizzato alcuni documentari. Uno dei produttori della famosissima serie tv di Hitchcock ne vide uno e mi chiese di dirigere una puntata dello show. Il giorno in cui dovevamo girare, arrivò Hitchcock per registrare la sua introduzione e mi si presentò porgendomi la mano come se dovessi baciargliela. Io la strinsi e iniziai a dirgli che per me era un grande onore incontrarlo. Lui mi interruppe, mi guardò e mi chiese dove fosse finita la mia cravatta. Io ero vestito con jeans e maglietta, non feci nemmeno in tempo a rispondergli che se ne andò. Anni dopo, quando ricevetti un premio per il mio lavoro da regista, alla cena di gala era presente anche Hitchcock. Avevo affittato uno smoking per l’occasione e dopo aver ritirato il premio mi avvicinai e gli chiesi se, questa volta, gli piacesse la mia cravatta“.

    E’ la scena clou de L’Esorcista di Friedkin a porre fine l’incontro. Argento lo considera una film “gigantesco“, capace di terrorizzare intere generazioni. Friedkin parla del suo film come un film sul mistero della fede e non un horror: “Ho fatto questo film da credente e il motivo per cui credo sia durato negli anni, sta proprio nell’aver trattato l’argomento non in maniera cinica. Non potrei mai fare un horror, rispetto chi li fa, ma io non ne sarei in grado. Dario è un maestro dell’horror e lo rispetto molto per questo“.

    Photo by Ernesto Ruscio.

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