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    Manchester by the sea: equilibri perfetti

    Dopo la presentazione alla scorsa Festa del Cinema di Roma, Manchester by the Sea arriva in Italia dal 16 febbraio. Candidato a sei premi Oscar, il film di Kenneth Lonergan può contare sulle straordinarie interpretazioni di Casey AffleckLucas Hedges e Michelle Williams e, in un equilibrio perfetto tra dramma e ironia, racconta la storia di un uomo che porta addosso un dolore molto forte.

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    Tragedia e ironia: in perfetto equilibrio tra questi due poli, Manchester by the Sea è specchio della vita. Il silenzioso tuttofare Lee (Casey Affleck) deve tornare nel suo paese di origine dopo la morte del fratello, da tempo malato. Qui scopre di essere stato nominato tutore del nipote, Patrick (Lucas Hedges), e deve affrontare un passato tragico che gli si ripropone in tutta la sua crudeltà. “Mi interessava portare sullo schermo – ha affermato il regista, Kenneth Lonergan durante la presentazione del film alla scorsa Festa del Cinema di Roma – la storia di un uomo che deve portare addosso un dolore molto forte. Volevo fare un film su una persona che non ha la forza di andare avanti in questa situazione“.

    Manchester by the Sea conquista da subito l’attenzione di chi guarda grazie ai tanti specchietti per le allodole che il regista dissemina nella prima parte del film: ci rendiamo immediatamente conto che quello che abbiamo davanti è un personaggio difficile, ma a lungo non riusciamo a capire le motivazioni che stanno alla base del suo modo di fare. Scontroso, silenzioso, facile agli scatti d’ira, pronto a chiudere qualsiasi conversazione con un “ne dobbiamo parlare proprio adesso?“, Lee ha il volto di uno straordinario Casey Affleck (meritatissima la nomination all’Oscar), che regge benissimo tutti i 135 minuti di durata del film. Ben presto la sua sofferenza diventa tangibile, ma le carte sono ben lungi dall’essere scoperte: tra flashback dal retrogusto fortemente nostalgico e battute ironiche che provocano molte risate, Lonergan prepara la strada per il colpo di scena, uno di quelli che fanno accapponare la pelle e restare a bocca aperta.

    La potenza di questo film sta proprio nel modo equilibrato, come dicevamo, che la regia ha usato per cucire insieme momenti fortemente drammatici ad altri più leggeri. “Penso che la presenza degli elementi comici – continua Lonergansia molto importante per questo tipo di storie. Quest’uomo sente che la sua vita è stata distrutta, ma si rende perfettamente conto che il mondo è andato avanti“. Non ci troviamo di fronte a qualcosa di verosimile, ma a qualcosa di vero: Manchester by the Sea trasuda realtà grazie all’incedere parallelo dei momenti tragici  con quelli ironici.
    Restituire al cinema una tale intensità è difficile e raramente ci si ritrova con film che funzionano in tal senso. La pellicola di Lonergan, invece, centra l’obiettivo e si configura come un’opera equilibrata, dove il dramma di un uomo diventa prima il dramma di una famiglia e poi di un’intera cittadina (basta vedere come gli abitanti del paese reagiscono al ritorno di Lee), dove i fantastici panorami (applausi per la fotografia di Jody Lee Lipes) fanno da corollario ora ai lunghi silenzi ora alle risate. L’unica cosa richiesta allo spettatore è la sua pazienza: le scelte di Lee non stanno lì per essere giudicate, si svolgono con tutta la lentezza possibile e, quando se ne scopre il motivo, ci si rende conto che il dolore di quest’uomo merita solo il nostro più profondo rispetto.

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    Lion: un viaggio lungo 25 anni

    Tratto dall’incredibile storia vera di Saroo Brierley, Lion è stato il film di chiusura della scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma. Diretto da Garth Davis, il film si concentra sul lungo viaggio del suo protagonista alla ricerca della sua famiglia d’origine. Con Dev Patel, Rooney Mara e Nicole Kidman, il film sarà nelle nostre sale il 22 dicembre.

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    Saroo è nato in un piccolo villaggio dell’India del Nord. Un giorno, per errore, si ritrova su un treno che lo porta a Calcutta, a migliaia di chilometri lontano da casa. Completamente solo, il piccolo cerca di sopravvivere nelle strade della grande città indiana, fino a quando non viene condotto in un orfanotrofio e, qualche mese dopo, viene affidato ad una coppia australiana. Venti anni dopo, il desiderio di scoprire le proprie origini e di ritrovare i suoi amati fratelli e la madre, portano il giovane uomo ad intraprendere, finalmente, quel viaggio di ritorno.

    Tratto da La lunga strada per tornare a casa, libro di memorie scritto da Saroo Brierley, Lion è stato presentato, come film di chiusura, durante l’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma e porta sugli schermi una storia vera davanti alla quale è difficile rimanere impassibili. Ogni fotogramma della pellicola diretta da Garth Davis trasuda emozione, partendo proprio dalla primissima scena (Saroo in un campo circondato da farfalle), Lion si muove verso la costruzione di un processo che porta lo spettatore alla totale empatia con il protagonista. Complici gli occhioni di Sunny Pawar, il giovanissimo e strepitoso attore indiano che interpreta Saroo nella prima parte del film, e alcune scelte tecniche operate da Davis (come quella di posizionare all’altezza degli occhi di Pawar le telecamere) passiamo dal percepire le difficoltà in cui il bambino cresce al suo senso di spaesamento e di abbandono quando si allontana da casa, dalle paure per tutto ciò che la vita in strada comporta, fino alla speranza di cambiare la propria condizione.

    Con Dev Patel in scena, invece, entriamo nella seconda fase di questo viaggio. Qui la ricerca assume una chiave più intimistica e simbolica che trova la sua ragione d’essere nell’ancestrale bisogno di capire chi siamo attraverso la scoperta delle nostre radici. Patel da prova di grande maturità artistica, mostrandoci un personaggio in crisi che non riesce a dimenticare il suo passato, ma che ha la determinazione (e la paura) di volerlo riscoprire. Per il suo debutto, Davis, che in passato ha diretto molti spot pubblicitari e qualche puntata della serie Top of the Lake, può contare anche sull’interpretazione di Nicole Kidman: all’attrice spetta un ruolo minore, quello della madre adottiva di Saroo, ma che non resta inosservato. Poco incisiva, invece, l’interpretazione di Rooney Mara, chiamata ad interpretare Lucy, la fidanzata di Saroo.

    Nonostante la tematica, che si presta facilmente a venir trattata in maniera melensa o noiosa, dando vita ad un polpettone indigesto, Lion (aspettate la fine del film per scoprire le ragioni di questo titolo) per ben due ore gioca con la nostra emotività, ci invita ad abbandonarci ad esse e se scappa la lacrima, poco importa: non sarete gli unici in sala. Perché Davis, con questo film, ci mostra di sapere bene che il cinema è condivisione di emozioni, non solo tra noi e i personaggi che vediamo in azione, ma anche tra noi e chi ci è seduto vicino in sala.

     

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    7 minuti: lavoro e dignità

    Presentato nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2016, 7 minuti è il nuovo film diretto da Michele Placido. Un cast tutto al femminile ci conduce all’interno di una fabbrica e ci mostra le paure e le difficoltà delle sue operaie, costrette a prendere una decisione molto importante. In sala dal 3 novembre.

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    Come nel suo film precedente, La scelta del 2015, anche in 7 minuti, il nuovo film di Michele Placido presentato durante l’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, al centro della narrazione vi è una decisione molto importante da prendere. Undici operaie di una fabbrica tessile devono decidere se accondiscendere o meno alla proposta avanzata dalla nuova proprietà: ridurre la pausa pranzo di 7 minuti. Una scelta apparentemente semplice, ma portatrice di dissapori che esplodono in un feroce “tutte contro tutte”.

    Ispirato a fatti realmente accaduti in Francia nel 2012, 7 minuti è tratto dall’omonimo testo teatrale scritto da Stefano Massini (qui anche sceneggiatore insieme a Placido e a Toni Trupia) e portato in scena da Alessandro Gassman. Placido non rinnega le origini teatrali del testo, ad iniziare dall’ambientazione unica, ma ne sottolinea anche l’essenza ricorrendo all’interpretazione di Ottavia Piccolo, unica attrice del cast ad aver preso parte anche allo spettacolo teatrale. Rivestendo il tutto con una nuova veste, quella cinematografica, appunto, il regista, con le sue macchine da presa, sta letteralmente addosso alle sue protagoniste, ne rivela le debolezze, i caratteri, le sfumature e le paure. A rendergli vita facile è anche il solido cast, nel quale spiccano Ottavia Piccolo, la ‘debuttante’ Fiorella Mannoia e la passionaria Maria Nazionale, anche se nessuna toglie spazi alle altre, ma godono tutte di una certa visibilità.

    È il ricatto che mette in moto 7 minuti: cosa si è disposti a fare pur di lavorare? Pur di mantenere il proprio lavoro? Queste le domande che assillano le protagoniste del film e le varie risposte che vengono fuori sono l’eco della miriade di voci che compongono una società ogni giorno impegnata in una devastante lotta per la sopravvivenza. Pur soffrendo di un certo tono didascalico, soprattutto nel presentare i suoi personaggi, 7 minuti, così come hanno fatto altri due titoli italiani della Selezione Ufficiale di questa Festa del Cinema di Roma, Maria per Roma e Sole cuore amore, ha il merito di portare sul grande schermo un tema non facile da raccontare, quello del lavoro declinato al femminile, e lo fa attraverso un racconto che mantiene alta l’attenzione dello spettatore, bombardandolo di tematiche e spunti di riflessione di importanza vitale.

    Combattendo contro il tempo, le protagoniste di Placido sono portatrici di quel senso di sfiducia verso chi ci dovrebbe rappresentare e demarcano quella differenza tra una vecchia generazione, che ha vissuto battaglie per far valere i propri diritti, e una generazione più giovane, che davanti ad un mondo frenetico e agitato, non può seguire idee o ideologie, ma pensare solo a sopravvivere, scendendo a compromessi che vanno a discapito di qualche diritto. E della propria dignità.
    Fondamentale, quindi, risulta essere la discussione, il ragionamento collettivo e partecipato su quello che non è il futuro del singolo, ma dell’intera comunità. Il problema sta nel cercare di capire quanti di noi siano disposti a sedersi intorno ad un tavolo.

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    Al final del túnel: suspense old fashion

    Tra noir, thriller e ispirazioni horror-splatter, Al final del túnel è il film co-prodotto da Argentina e Spagna presentato in Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2016. Scritto e diretto da Rodrigo Grande, il film tiene con il fiato sospeso e sorprende in continuazione.

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    Presentato durante la Festa del Cinema di Roma 2016, Al final del túnel di Rodrigo Grande non ha ancora una distribuzione italiana, ma ci auguriamo di poterlo vedere presto nei nostri cinema. Uscito in primavera nel suo Paese di produzione, l’Argentina, il film di Grande non smette mai di sorprendere lo spettatore, omaggiando i grandi classici del noir, i colori accesi delle pellicole di Almodovar e la suspense à-la Hitchcock.
    Joaquìn (Leonardo Sbaraglia) è un ingegnere informatico costretto su una sedia a rotelle che vive da solo in una grande casa. Decide di affittare una stanza e, durante un giorno di pioggia, si presentano alla sua porta Berta (Clara Lago) e la sua bambina Betty (Uma Salduende). Scontroso e poco propenso alla convivialità, l’uomo passa gran parte del tempo a lavorare in cantina e un giorno sente degli strani rumori provenienti al di là della parete. Facendo leva sulle sue manualità tecnologiche, Joaquìn scopre che una banda di ladri sta scavando un tunnel sotto casa sua per poter rapinare la banca affianco al palazzo. Per l’uomo si profila un’inaspettata possibilità di cambiare la sua vita.

    Come se fosse spinto da un piacere sadico, Grande ci tiene a far sudare i suoi spettatori, tenendoli ben fermi sulla poltrona e bombardandoli di svolte narrative geniali e sorprendenti.
    Il regista è bravissimo a creare una suspense che ricorda Hitchcock: semina in tutto il film un certo numero di elementi a prima vista innocui se non addirittura insignificanti, per poi scatenarne la potenza in una serie di sequenze che vanno a formare un finale da applausi. Al final del túnel fa l’occhiolino ai grandi classici del noir (vedi le scene in cui compare il commissario corrotto, inquadrato dal basso, quasi sempre con il volto al buio e circondato dal fumo della sigaretta), all’horror-splatter (il sangue non manca, anzi) e alle pellicole di Almodovar (le lunghe carrellate o i colori accesi, ma per niente caldi e confortanti), ma non rinuncia ad un proprio carattere, che si basa su una scrittura davvero forte. Sorvolando su alcuni voli pindarici che forse mettono troppe pulci nelle orecchie di chi guarda e appesantiscono inutilmente la narrazione, il pathos raggiunge il suo apice quando Joaquìn si cala nel tunnel scavato dai malviventi, costringendo l’attore che lo interpreta ad una prova fisica notevole, di cui, nemmeno a dirlo, sentiamo tutto il peso.

    L’assordante musica jazz e le scenografie, complice il buio della sala, ci fanno sentire senza via di scampo, imprigionati in una struttura claustrofobica, ricca di insidie e costruita in maniera quasi impeccabile. Gli occhi sono fissi a guardare e le orecchie stanno lì a percepire il minimo rumore, dal cucchiaino che rimesta lo zucchero nella tazza del caffè ai sussurri che provengono da dietro il muro. Al final del túnel è una sfida alla nostra attenzione e se da un lato riesce pienamente a catturarla, dall’altro, a causa della sovrabbondanza di argomenti e situazioni che presenta, la espone troppo al pericolo della distrazione.

    Di seguito il trailer in lingua originale del film.

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    Captain Fantastic vince il Premio del Pubblico alla Festa del Cinema di Roma 2016

    È Captain Fantastic di Matt Ross a vincere il Premio del Pubblico BNL di questa undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.
    Il film è stato presentato in Selezione Ufficiale in collaborazione con la sezione autonoma e parallela di Alice nella città. Il secondo lungometraggio di Matt Ross ha come protagonista Viggo Mortensen, nei panni di un padre di sei ragazzi che, nel cuore delle foreste del Nord America, dedica la propria vita a trasformare i suoi figli in adulti straordinari. Quando la tragedia si abbatte sulla famiglia, l’uomo è costretto ad abbandonare il paradiso che ha creato e ad intraprendere un viaggio nel mondo esterno.
    Vince l’utopia – dichiara Piera Detassis, presidentessa della Fondazione Cinema di Roma, durante la conferenza stampa di chiusura – Captain Fantastic è un film che parla alle persone e conferma quanto il pubblico della Festa apprezzi questo tipo di storie“.
    I numeri di questa edizione – ha detto Antonio Monda, direttore artistico della Festa del Cinema di Roma – sono esaltanti. E’ stata una edizione molto mista con grandi ospiti non solo provenienti dal mondo del cinema. Una Festa anche piena di donne ed estesa nella città”.
    Captain Fantastic arriverà nelle sale cinematografiche italiane il prossimo 7 dicembre e sarà distribuito da Good Films.

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