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    Rocketman: La rapsodia di Elton

    La storia di Elton John diventa un film interpretato da Taron Egerton e diretto da Dexter Fletcher, regista-ombra di Bohemian Rhapsody. Rocketman arriva in sala dal 30 maggio.

    Sotto il costume sgargiante, sotto la maschera dell’artista, si nasconde un uomo. E sotto il costume sgargiante di Rocketman, sotto la maschera di un musical travestito da biopic, si nasconde la parabola artistica e musicale di Elton John, genio del rock che come già successe al compianto Freddy Mercury e ai suoi Queen, si ripromette di scuotere non solo le coscienze, ma anche gli incassi al botteghino. E il richiamo al successo di Bohemian Rhapsody non suoni solo di circostanza, perché la storia del regista di Rocketman, Dexter Fletcher, è legata a doppio filo al film che è valso un Oscar al bravissimo Rami Malek. Fu Fletcher infatti il primo regista a cui venne affidato il progetto Bohemian Rhapsody, e fu sempre lui a dirigere la fine delle riprese e a curare il montaggio, quando il subentrato di lusso, Bryan Singer, abbandonò il set prima di essere cacciato dalla produzione.

    I particolari della vicenda restano avvolti in una cappa di mistero, che però non basta a oscurare la luce di Rocketman. Film che, per inciso, non potrebbe essere più diverso da Bohemian Rhapsody. La sceneggiatura firmata da Lee Hall (già autore di pellicole come Billy Elliott e War Horse) non è troppo dissimile dal suo protagonista e chiarisce fin da subito di volersi scrollare di dosso zavorre e impacci. A cominciare dalle pastoie del genere biografico, preferendo di gran lunga avviarsi, come fosse una strada di mattoni gialli, per i vivaci territori del musical, tra i tasselli di un mosaico di coreografie in cui la vena del surrealismo sembra involarsi nelle memorie della vecchia Hollywood, salvo interrompersi a intervalli cadenzati, quando l’uomo razzo deve rientrare alla base per riempire i serbatoi di un nuovo carico di cronaca.

    E a rimarcare la distanza tra la creazione cinematografica e la realtà c’è anche la scelta di lasciare che a cantare le canzoni di Reggie “Elton” Dwight e del suo fido paroliere Bernie Taupin, non sia una traccia in playback, ma gli attori stessi, a cominciare dal protagonista, Taron Egerton, che nella sua interpretazione dolente sembra farsi carico di tutte le insicurezze, di quel sottile senso di alienazione, che ha permeato la vita di un’artista più tormentato di quanto non lasciasse trasparire la sua icona da palcoscenico.

    Taron Egerton quindi. Che entra in scena vestito da diavolo, per poi accomodarsi su una delle sedie disposte in circolo di una sessione di terapia di gruppo. Uno schema narrativo che permette allo sceneggiatore di partire dalle origini e far sfilare i personaggi in un puntuale diorama. La madre (Bryce Dallas Howard), il fido Bernie (Jamie Bell), il manager amante John Reid (Richard Madden) accompagnano gli alti e bassi della vita di Elton John, in un saliscendi coraggioso, che non edulcora né smorza la passione omosessuale tra Elton e Reid e il difficile rapporto che il cantante di Don’t go breakin’ my heart ebbe con la celebrità. Nonostante tutto, ed è forse l’unica nota stonata, resta impresso un vago senso di agiografia. E qui Rocketman sconta la sua natura ibrida, non solo musical ma anche biografia, E biografia ufficiale, per di più, come testimonia la presenza del vero Elton John  nei titoli di coda, con il ruolo di produttore esecutivo. Ma è un filo di nebbia che non può avere la forza di oscurare la luce, quella propria del film e quella riflessa di Bohemian Rhapsody, che sembra aver rilanciato un genere, il biopic musicale, in cui Rocketman si inserisce con forza e convinzione.

     

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