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  • Old man & the gun: Il saluto di un’icona

    David Lowery dirige Robert Redford in quello che sarà il suo ultimo film, Old man & the Gun, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. In sala dal 20 dicembre. 

    Un grande del cinema che lascia le scene. Ci sarebbe da piangere se non fosse che l’ultimo messaggio è l’opposto di quanto non fosse lecito aspettarsi. Robert Redford ci saluta, a meno di ripensamenti, e lo fa con un vestito impeccabile e una pistola in pugno. Old man & the gun, diretto da David Lowery e presentato in anteprima all’ultima Festa del Cinema di Roma, è ispirato alla storia vera di Forest Tucker, rapinatore gentiluomo e maestro di evasioni. Una mosca bianca in un periodo, quello tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, in cui il crimine si faceva sempre più violento, generando l’aspra risposta della tolleranza zero.

    Come raccontato da un articolo del New Yorker firmato da David Grann (autore anche della sceneggiatura, insieme al regista), l’anziano Tucker si guadagna da vivere rapinando banche in giro per gli Stati Uniti, qualche volta con una banda di attempati complici (Danny Glover, Tom Waits), più spesso da solo. Il Tucker interpretato da Redford è più un fuorilegge che un vero criminale, dove per legge si intendono quegli schemi che pretendono che i rapinatori siano violenti e gli anziani in pensione. Non è così per Tucker, che non solo non vuole appendere la pistola al chiodo, ma non ha neanche attenzione di arrendersi all’idea di un lento appassimento. Ed è anche per questo che Forest incontra Jewel (una deliziosa Sissy Spacek), donna pronta a lasciarsi ammaliare dal fascino e dal savoir faire di un uomo entrato all’improvviso nella sua vita.

    Ma quella di Forest Tucker è una parabola più che una favola. E sulla strada si troverà di fronte i nemici di sempre, le forze dell’ordine, che avranno il volto dell’agente Hunt (il premio Oscar Casey Affleck). Il confronto a distanza, però, sarà anche l’occasione di raccontare una realtà che cambia, che si lascia alle spalle un pizzico di romanticismo e di galanteria. L’inseguimento sarà anche un modo di conoscersi, di sfidarsi, di capirsi forse. Ma il tema principale resta la voglia di non arrendersi, di non pentirsi, di continuare a vivere la propria vita fino all’ultimo. Questo almeno sembra essere la morale che ci suggerisce David Lowery, regista che sta trovando una sua voce personale e malinconica dopo aver diretto Il Drago Invisibile della Disney e il semi indipendente Una storia di Fantasmi. Non ce ne voglia però il pur bravo regista, né il premio Oscar Casey Affleck, né la sempre brava Sissy Spacek. Qui la luce della ribalta se la prende tutta Robert Redford, protagonista e centro magnetico del film. Ed è giusto che sia così.

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    Il Drago Invisibile: il classico è moderno

    Dal 10 agosto in sala il remake di Elliot, il drago invisibile, lungometraggio Disney del ’77. Nella nuova versione Bryce Dallas Howard e Robert Redford.

    3stelleemezzo

    C’era una volta Il Drago Invisibile. L’aggiornamento, il reboot se preferite, di un lungometraggio del 1977 permette alla Walt Disney di fare sfoggio di un’arte in cui sembra diventata maestra, quella di dare nuova vita a una vecchia proprietà intellettuale. Quasi 40 anni fa Elliot, il drago invisibile, spiegava le sue ali, disegnate con le forme arrotondate dei cartoon. Nell’estate del 2016, al servizio di questa favola moderna, ci sono invece gli esperti del Weta Workshop Group, i maghi degli effetti speciali in digitale che avevano dato vita alla Terra di Mezzo di J.R.R. Tolkien nei film di Peter Jackson.

    La storia è quella di Pete (il giovane Oakes Fegley), un novello Mowgli che sostituisce la giungla di Rudyard Kipling con una foresta del grande nord americano, e che al posto dell’orso Baloo fa amicizia con un drago invisibile che chiama Elliot. Ma l’idillio sembra giungere al termine quando il mondo degli uomini fa capolino nella sua vita. Prima nella forma rassicurante della ranger Grace (Bryce Dallas Howard), poi in quella più inquietante di Gavin (Karl Urban), capo di una squadra di tagliaboschi.

    Nella pellicola diretta da David Lowery il drago Elliot non è più un mostro mitologico, ultima nemesi dell’eroe, ma un’incarnazione degli aspetti più armonici della natura, un anti-godzilla dal pelo verde erba, che gioca come un cucciolo e sputa il fuoco solo contro l’ingiustizia. E la chiave scelta da Lowery e dal co-sceneggiatore Toby Halbrooks, riesce ad aprire lo scrigno dei ricordi e delle emozioni. La fiaba del Drago Invisibile è avvolta infatti in un velo di malinconia e di pacato ottimismo, accompagnata com’è dalle note folk delle canzoni di Bonnie “Prince” Billy e dal sorriso eterno di Robert Redford, che nel ruolo del padre di Grace si fa portavoce di un mondo antico e magico, che continua ostinatamente a vivere anche in un presente che ha sempre meno tempo per sognare.

    Dimenticati in soffitta gli aspetti più kitsch del vecchio Elliot, la psichedelia involontaria, quelle canzoni figlie del successo di Mary Poppins e dei classici animati, il nuovo Drago Invisibile segue un protagonista quantomai moderno. Oakes Fegley con il suo Pete sembra seguire le orme di altri piccoli personaggi che hanno segnato il cinema del 2016. Il Mowgli del recente Libro della Giungla, ma anche il Jacob Tremblay del drammatico Room. Gli altri attori – la Howard, il Wes Bentley di American Beauty, l’Urban del Signore degli Anelli – si calano in ruoli che restano ben inquadrati in uno schema, e Lowery ha il merito di non farsi prendere dalla retorica, di non cedere alle tentazioni dell’epos. Il risultato è che Il Drago Invisibile riesce a raccontare una storia riuscita e senza fronzoli in poco più di un’ora e mezzo, senza farsi prendere dall’ansia del franchise e dalla necessità di un seguito, e di questi tempi è quasi una rivoluzione.

     

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