LOGO
  • ,,

    Star Wars – Gli Ultimi Jedi: Luci e ombre

    A due anni dal Risveglio della Forza la saga più famosa di tutti i tempi torna per l’Episodio VIII, Star Wars – Gli Ultimi Jedi. Nel cast Mark Hamill, Daisy Ridley, Adam Driver, John Boyega, Oscar Isaac e la compianta Carrie Fisher, qui nel suo ultimo ruolo. Alla regia Rian Johnson. In sala dal 13 dicembre.

    Sempre tanto tempo fa (anche se sono passati 30 anni), sempre in una galassia lontana lontana. I nuovi padroni di casa, Walt Disney e compagnia, rinfrescano ancora gli armadi dell’immaginario di Star Wars, riannodando i fili della trama principale dopo la buona riuscita dell’interludio Rogue One. Star Wars – Gli ultimi Jedi è l’Episodio VIII della saga più famosa della storia del cinema che porta di nuovo sulla scena gli storici interpreti (Mark Hamill e la scomparsa Carrie Fisher) e il nuovo cast, guidato dall’inglese Daisy Ridley. Novità invece in cabina di regia dove J.J. Abrams lascia il testimone a Rian Johnson, cineasta che si fece notare nel 2010 con il piccolo cult Looper e che da allora si è dedicato esclusivamente alla tv.

    Le vicende galattiche ci portano nello spazio profondo dove le forze dell’alleanza ribelle guidate dalla principessa Leia (Fisher) devono fuggire di fronte all’avanzata delle truppe del Primo Ordine guidate dal generale Hux (Domhnall Gleeson). Dall’altra parte del cosmo però potrebbe combattersi una battaglia molto più importante, quella tra la giovane Rey (Ridley) e il sinistro e ambizioso Kylo Ren (Adam Driver), il tutto sotto gli occhi di Luke Skywalker (Hamill), ex maestro Jedi amareggiato e offeso, che porta addosso il peso di una colpa terribile, un’ombra che lo spinge a isolarsi dal mondo e a non tornare indietro.

    Una duplice battaglia che si combatte su un duplice fronte, quello dell’azione e quello della morale. Una serie di assalti disperati che richiamano il cinema di guerra, come aveva già fatto l’anno scorso Rogue One, si accompagnano ai dilemmi che infarciscono quella che è di fatto una guerra tra padri e figli, in piena tradizione Star Wars. Non ce ne vogliano il pilota Poe Dameron (Oscar Isaac), l’ex imperiale redento Finn (John Boyega) e le new entry Rose (Kelly Marie Tran). Ci perdonino anche due mostri sacri come Laura Dern, nel ruolo di un vice ammiraglio ribelle, e Benicio Del Toro che col suo balbuziente DJ sembra voglia riportare in scena il personaggio della canaglia, che si era perso con l’addio di Harrison Ford e del suo Han Solo. Ci perdonino, diciamo, perché la loro non è la storia principale, sebbene non sia priva di un certo ritmo e di qualche spunto innovativo rispetto al passato, a cominciare da un inedito spirito animalista fino a qualche considerazione politica venata di cinismo, specie quando nel mondo di Star Wars fa il suo ingresso il capitalismo (accompagnato dal concetto di divieto di sosta, e forse qui qualcosa da ridire ci sarebbe).

    Il pezzo forte del film è altrove. E no, non è nelle scene di alleggerimento comico affidate al povero Chewbacca (Peter Mayhew) e in minor misura ai più credibili droidi BB8 e 3PO. Alleggerimento sulla carta peraltro, perché salvo poche eccezioni sono quasi tutte stonate e fuori luogo, tanto da sperare in una futura edizione rimontata per l’home video che le elimini non solo dal film ma anche dalla memoria. No, il pezzo forte è nella trama che lega le tre pedine principali di questa scacchiera. Il personaggio di Rey, orfana dickensiana alla ricerca di un passato che forse non c’è e di un senso che probabilmente le sfugge. Quello di Kylo Ren, cattivo-figlio, come Darth Vader prima di lui era un cattivo-padre. Qui promosso al rango di un re Lear alla rovescia, un uomo che si sente tradito dai suoi tre padri, quello biologico la cui morte sembra solo aver aperto nuove ferite, il suo vecchio maestro che ha ceduto alla paura, il suo nuovo mentore che è solo un tiranno manipolatore. E infine Luke Skywalker, che in un minuto di comparsa nell’episodio VII era riuscito a emozionare i fan più degli ultimi tre film targati George Lucas, quegli episodi dall’I al III che sono quasi il manifesto di un’ambizione che si traduce in mediocrità.

    Il ritorno dell’eroe non è come ce lo si poteva aspettare, però. Non c’è un caccia stellare bianco su cui montare per andare a salvare i buoni dal drago cattivo. Guerre Stellari, sin dagli esordi, non è mai stato così. La tanto decantata forza non è il potere assoluto di un mago buono, sembra più che altro il sentiero di una redenzione. Ed è proprio Luke al centro di questo percorso e il rapporto che lo lega agli altri due personaggi, accompagnato dalle note potenti di John Williams, è a doppio senso, perché lui è il maestro ma in certi casi è lui quello che ha bisogno di imparare. E così tra le esplosioni si arriva a un pre-finale lungo e magnifico, dove persino il fragore lascia spazio al silenzio e dove Johnson mette in mostra una personalità registica inattesa, che fa anche bella figura rispetto all’impeccabile professionalismo mainstream di Abrams. Poi tutto si scioglie in un finale che toglie, poi ridà e poi ritoglie e che sembra porre le basi per anni di nuove storie, se con o senza l’ultimo dei vecchi protagonisti lo sapremo prossimamente.

    E così Gli Ultimi Jedi non si adagia sul terreno della restaurazione, fa davvero spiccare il volo a quei personaggi nati dalla penna di Lawrence Kasdan, sceneggiatore originale dell’Impero Colpisce Ancora e dell’ultimo Episodio VII. E anche se il passato, il ponte tra quello che fu e quello che è, continua a restare un mezzo mistero è indubbio che l’Episodio VIII abbia tanti pregi in più rispetto al capitolo precedente, sebbene Il Risveglio della Forza riuscisse meglio a contenere i difetti e le cadute di stile. Sì il riferimento è proprio a quella tara comica, a quella che i fan potrebbero chiamare sindrome di Jar Jar Binks, che quando non è gestita con mano leggera sembra una tassa iniqua e insensata da pagare allo sceriffo di Nottingham, e ogni riferimento alla Disney, temiamo, non è casuale.

    Read more »
  • ,

    Assassinio sull’Orient Express: Giallo in prima classe

    Kenneth Branagh si fa crescere i baffi di Hercule Poirot per Assassinio sull’Orient Express, giallo vecchia maniera tratto dal romanzo più famoso di Agatha Christie. Nel cast Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Penélope Cruz, Judi Dench e la Daisy Ridley di Star Wars. In sala dal 30 novembre.

    Un detective coi baffi, l’omicidio di una persona orribile e un vagone carico di sospetti. Assassinio sull’Orient Express è probabilmente il romanzo più rappresentativo di Agatha Christie. Un modo educato per dire che si tratta del giallo più famoso del mondo, un libro che ha lasciato il segno e non solo in libreria. Siamo infatti al quarto adattamento tra cinema e tv anche se l’unico che resta nella memoria è quello del 1974, diretto da Sidney Lumet e interpretato da Albert Finney, Lauren Bacall, Ingrid Bergman, Sean Connery e Vanessa Redgrave. Un retaggio importante con cui fare i conti per Kenneth Branagh, attore simbolo del Regno Unito, che si conquista il ruolo del celebre detective Hercule Poirot e si mette anche dietro la macchina da presa, due anni dopo il buon successo commerciale della sua Cenerentola targata Disney.  Accanto a lui, per forza di cose, bisogna che ci sia un cast di spicco e così ecco un mix di stelle hollywoodiane tra cui Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Willem Dafoe, qualche primizia europea come Judi Dench, Derek Jacobi e Penélope Cruz, e un astro nascente come la protagonista della nuova saga di Star Wars, Daisy Ridley.

    La storia, si diceva, è quella del detective Hercule Poirot (Branagh), che richiamato a Londra dopo una vacanza troppo breve in Medio Oriente, si vorrebbe godere il viaggio sul treno che da Istanbul lo porterà a Calais. Peccato che nella cabina accanto trovino un cadavere, quello del misterioso e sgradevole signor Ratchet (Depp). E peccato anche che tutti gli altri passeggeri del treno sembrino avere un motivo più che valido per ucciderlo.

    La sceneggiatura di Michael Green, autore che quest’anno ha già messo a referto due film come Blade Runner 2049 e Logan, ha il pregio di riaggiornare il capolavoro della Christie senza avere l’ansia di stravolgerlo. Tanto per cominciare Green si impegna a smussare un po’ di quegli spigoli che oggi renderebbero sicuramente più difficile un rilancio dell’opera della scrittrice britannica. A costo di inimicarsi i detrattori del politically correct va detto che la scelta di contenere la spocchia coloniale della Christie non è particolarmente sbagliata. E così un po’ di rimbrotti xenofobi spariscono (tra questi anche i celebri commenti sugli italiani “gran bugiardi che usano il coltello”) e qualche volta vengono apertamente ripresi e messi alla berlina. Viene meno inoltre anche una certa monotonia razziale nell’elenco dei personaggi. A farne le spese l’italiano Antonio Foscarelli, sostituito dal latino americano Biniamino Marquez (interpretato da Manuel Garcia-Rulfo), mentre l’ex infermiera svedese Greta Ohlsson diventa una donna di nome Pilar (Penélope Cruz). Il dottore greco diventa afro-americano e fa anche capolino un amore interrazziale tra il dottore appunto (Leslie Odom Jr.) e la giovane istitutrice Mary Debenham (Daisy Ridley).

    Per il resto il cinema di Branagh lo si conosce. Un impianto scenico di stile, un uso roboante della colonna sonora e un’attenzione particolare rivolta alla recitazione. Inutile dire che è questo il punto forte del film, grazie ovviamente alla bravura degli attori e agli anni di esperienza di Branagh, che prima di raggiungere il successo a Hollywood era un mattatore del teatro shakespeariano. Branagh in particolare si cuce addosso il ruolo di un detective di grande carattere, che si nasconde dietro quei baffi volutamente ridicoli un po’ come gli altri personaggi si nascondono dietro le menzogne, le maschere e i nomi finti. Diretti con perizia neanche i colleghi sfigurano, Michelle Pfeiffer in testa, creando la piacevole illusione di un thriller che fonda la sua tensione sul dialogo, sulla parola, lasciando per una volta da parte effettacci e scene truculente. Gli unici dubbi su questo nuovo Assassinio sull’Orient Express, che si appresta ad affrontare con una dignità inconsueta l’agone del cinema prenatalizio, riguardano però la fama del testo di riferimento e in particolare quel finale a sorpresa che ha tanto rivoluzionato il genere da essere noto a molti se non a tutti, anche a chi non ha letto il libro, né visto i film precedenti. La risposta però è che gli elementi per affrontare una visione che trascenda l’attesa del finale ci sono e questo Poirot – baffi ridicoli a parte – ha il carisma sufficiente per diventare una presenza ricorrente nei futuri natali al cinema.

    Read more »
  • ,,

    Star Wars – Il Risveglio della Forza: Nostalgia e non solo

    La saga di Guerre Stellari torna con Star Wars – Il Risveglio della Forza, primo capitolo di una nuova trilogia targata Disney. Alla regia J.J. Abrams, in scena il cast storico e non solo. Nelle sale dal 16 dicembre.

    3stelle

    Novità e nostalgia. Torna per la terza volta in quasi quarant’anni il carrozzone di Star Wars e lo fa con una nuova proprietà, una nuova mano dietro la macchina da presa, nuovi personaggi, una nuova trilogia, condita da una serie di film spin-off giusto per riempire gli spazi vuoti, ma anche con una gran voglia di restaurazione. Il primo capitolo di questo piano ambizioso è Star Wars – Il Risveglio della Forza diretto da J.J. Abrams, che riporta in scena dopo trent’anni la triade di protagonisti storici, Harrison Ford, Carrie Fisher e Mark Hamill, tante rughe e qualche chilo in più, al fianco di un’ensemble di promettenti nuovi attori, gli inglesi Daisy Ridley e John Boyega, gli americani Adam Driver e Oscar Isaac.

    La storia è quella di Finn e Rey (Boyega e Ridley), un soldato dell’impero in crisi di coscienza e una giovane dal passato misterioso, che si trovano per le mani il segreto più ambito della galassia e finiranno per essere coinvolti in avventure mirabolanti al fianco degli eroi dell’alleanza ribelle, contro il villain Kylo Ren e l’inquietante Primo Ordine.

    In questa prima escursione targata Walt Disney e senza il nume tutelare George Lucas (citato solo come creatore dei personaggi), la formula proposta è molto più simile a quella della trilogia originale, che non ai più recenti film prequel. Si sentono meno le influenze della filosofia orientale, la fascinazione per i samurai, e si sente di più quel senso della frontiera da western dello spazio che negli Episodi dall’I al III sembrava smarrito tra le ambientazioni urbane e gli intrighi politici dell’intreccio. A restare immutato è invece l’afflato epico, quelle emozioni stavolta riservate ai silenzi più che alle parole, la gravitas dei veterani, i tormenti dei più giovani. Perché Star Wars – Il Risveglio della Forza non è solo uno Star Wars per un’altra generazione, è lo Star Wars del passaggio di consegne, lo Star Wars dei padri che affidano il loro immaginario ai figli. E J.J. Abrams, reduce dai successi della saga “rivale” di Star Trek, si fa accompagnare in questo viaggio non banale dal Lawrence Kasdan del Grande Freddo, già sceneggiatore dell’Impero colpisce ancora e del Ritorno dello Jedi, quasi a reggere con la mano per l’ultima volta un bambino ansioso di fare il primo passo. Il risultato è un mix sapiente di vecchio e nuovo, dove emerge un villain originale e tormentato, dove un cast di talento si mette al servizio di una trama avventurosa incarnandone i suoi assoluti, i suoi stereotipi, dove il ruolo temuto della spalla comica tanto cara alla Disney e anche alla Lucasfilm (il terribile Jar-Jar Binks), affidato perlopiù al robottino BB8, è abbastanza contenuto e dove le sequenze d’azione, specie nella prima metà del film, sono spesso mozzafiato. Poi resta il tempo di una scena madre, di un finale tanto emozionante quanto sospeso e poi via con le musiche di John Williams a scorrere i titoli di coda e ad aspettare i prossimi capitoli, lo spin-off Rogue One (fine 2016) e l’Episodio VIII (metà 2017).

    Read more »
Back to Top