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    Dallas Buyers Club: Gli uomini possono fare la differenza

    Dallas Buyers Club e’ una pellicola densa e immensa. La coppia McConaughey-Leto sorprende con due interpretazioni da Oscar. Lode. 

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    Quando un attore riesce ad entrare nel suo personaggio con la mente, con il cuore e con il corpo, allora – solo allora – possiamo dire di avere di fronte un’interpretazione rasente la perfezione, una performance che sicuramente lascerà il segno.
    Guardando Matthew McConaughey in Dallas Buyers Club non si hanno di certo dubbi: l’affascinante attore texano stupisce il pubblico, regalando un’interpretazione immensa.
    Il suo nome è la prima cosa che viene in mente, la prima cosa di cui parlare, da raccontare e commentare. I preamboli e le premesse, anche se dovute, sono inutili: il lavoro compiuto da McConaughey è viscerale, attento, introspettivo. Non parliamo soltanto del forzato dimagrimento al quale si è dovuto sottoporre, ma soprattutto della sua espressione, dei suoi movimenti, di quella strana ‘luce nei suoi occhi’.
    Ma andiamo per ordine. Per comprendere in pieno la sua interpretazione ed il film nel suo complesso, è necessario fare un passo indietro, tornare alla storia e al regista.
    “Dallas Buyers Club” racconta le vicende reali di Ron, un texano omofobo, elettricista e con una grande passione per i rodei, che nel 1985 – a 35 anni – scopre di essere sieropositivo. Ron capisce sulla sua pelle che l’HIV non è la malattia dei ‘froci e delle checche’ – così come banalmente si pensava – ma un virus al quale tutti sono esposti, indipendentemente dai gusti sessuali.
    Ron intraprende una battaglia per l’utilizzo di cure alternative, una battaglia contro i pregiudizi e il monopolio economico delle case farmaceutiche americane.
    La sua storia è arrivata a noi grazie all’impegno dello sceneggiatore Craig Borten, che ha conosciuto personalmente Ron e che ha lottato vent’anni per arrivare alla conclusione del suo progetto, lavorando duramente sulla ricostruzione storica e sulla sceneggiatura (risultato eccellente). Lo script, al quale Borten ha lavorato insieme alla sceneggiatrice Melisa Wallack, è approdato sul grande schermo per merito di Jean-Marc Valée, che ha fatto miracoli con un budget limitatissimo e in soli 25 giorni di riprese.
    McConaughey arriva nella parte finale del cammino intrapreso dalla coppia Borten-Valée e nel rispetto di quello che era il suo modello di partenza – Ron in persona – ne incarna la cultura, lo slang e i movimenti. Il belloccio di Hollywood l’ha fatta ‘sotto i baffi’ a tutti i suoi colleghi, tranne uno.
    Difficile non indovinare. Impegnato tra la musica e la regia, Jared Leto torna con gioia sul grande schermo. Quasi irriconoscibile nelle scene iniziali del film, il ‘suo’ Royan – un transessuale malato di HIV – è vero, vivo, lontano anni luce dal rischio di un’interpretazione caricaturale. Se si volesse usare una vecchia e blasonata espressione, sarebbe il caso di dire: buca lo schermo.
    Entrambi –  McConaughey e Leto – danno vita a due personaggi per così dire forti, in fin di vita, prosciugati dalla malattia, dall’alcol e dalle droghe, ed entrambi hanno lavorato in maniera maniacale sul proprio corpo, sottoponendosi a difficili prove fisiche. Ma non è tutto.
    La verità è che se fosse mancata anche solo un pizzico di quella professionalità innata, di quella dedizione allo studio e di quel coraggio, oggi non avremmo avuto ne’ Ron, ne’ Royan.
    Parlando del cast non possiamo dimenticare di menzionare la brava e convincente Jennifer Garner, che pur non avendo un ruolo dello stesso spessore dei suoi colleghi, riesce a mantenere alta la media della pellicola.
    L’ultima nota va sicuramente al regista: il grande merito di Jean-Marc Vallée è stato sicuramente quello di non buttare sul tavolo il jolly della commozione – considerando il tema, sarebbe stata una tentazione  plausibile – ma di costruire la storia rispettando il carattere ‘fumantino’ del suo protagonista, i suoi colpi di genio e la sua spavalderia.
    Bando a tutti gli effetti speciali possibili, agli occhiali 3D e ai budget da milioni e milioni di dollari, per una volta – questa – sono finalmente gli uomini, quelli narrati e quelli reali, a fare la differenza.

     

    Silvia Marinucci

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