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    Tutti i soldi del mondo: Ridley Scott cerca il riscatto

    Ridley Scott dirige Tutti i soldi del mondo, thriller drammatico che racconta il rapimento di J. Paul Getty III, avvenuto a Roma nel 1973. Nel cast Michelle Williams, Mark Wahlberg e Christopher Plummer che ha sostituito all’ultimo minuto Kevin Spacey, travolto dallo scandalo molestie. In sala dal 4 gennaio.

    “Io preferisco le cose alle persone”. John Paul Getty fu l’uomo più ricco del suo tempo e queste parole avrebbero potuto essere il suo mantra ma anche il suo epitaffio. Ridley Scott ce lo descrive così, cinico e taccagno, e probabilmente questo ritratto impietoso non è troppo lontano dalla realtà. Tutti i soldi del mondo, ultima impresa del regista di Alien e Blade Runner, è un thriller che racconta del famigerato rapimento di suo nipote, J. Paul Getty III, avvenuto a Roma nel 1973, ad opera di alcuni banditi collusi con le ‘ndrine calabresi, e che si concluse con il pagamento del riscatto non senza che il ragazzo 16enne ci rimettesse un orecchio. A 45 anni di distanza la storia ha trovato terreno fertile in una hollywood che vive la moda del true crime, tanto che oltre a questo film uscirà anche una serie tv prodotta e diretta da Danny Boyle.

    Protagonista di Tutti i soldi del mondo è Michelle Williams, nel ruolo di Abigail Harris, ex nuora del petroliere, che si trovò alle prese con una battaglia impossibile, quella per salvare suo figlio dalla spietatezza dei criminali, dallo scetticismo delle autorità e dalla visione distorta del mondo del vecchio Getty, uno Scrooge moderno portato sullo schermo da Christopher Plummer. Proprio lui che poche settimane fa interpretava lo Scrooge classico nel natalizio Dickens: L’uomo che inventò il Natale. Inutile rammentare che la scelta di Plummer è figlia delle circostanze, visto che il ruolo era stato assegnato a Kevin Spacey, poi frettolosamente cancellato dal film (e da Hollywood in generale) a causa dello scandalo molestie che sta facendo tremare non poche colonne nel tempio del dio-cinema.

    E l’interpretazione di Plummer, che completa il cast insieme a Mark Wahlberg, al giovane Charlie Plummer e al francese Romain Duris, è probabilmente la cosa più riuscita di questo film che entrerà nella storia delle produzioni cinematografiche (rigirare metà delle scene in appena un mese è una vera impresa) ma che difficilmente entrerà nella storia del cinema. Il personaggio del vecchio Getty, scritto da David Scarpa a partire dal libro di John Pearson, sembra uscito dalla penna di Giovanni Verga oltre che da quella di Dickens, legato com’è al concetto di “Roba“, a una passione feticistica per l’arte che è in realtà una passione per il possesso. Il possesso delle cose ma anche delle persone, sembra suggerire il film, che per il resto infarcisce la sua trama con alcuni degli aneddoti più famosi sul fondatore della Getty Oil, dal telefono a gettoni fatto installare per gli ospiti nella sua villa, fino ai soldi per il riscatto che andavano dedotti dalle tasse. Plummer incarna alla perfezione un personaggio che si racconta da sé, dalla fascinazione per la Roma Antica fino all’epifania di una notte manzoniana di tormenti, come un Innominato a cui manca la scappatoia della redenzione.

    Attorno al suo centro di gravità drammatica tutto invece sembra scivolare nella deriva del superfluo. Un climax banale e non troppo fedele ai fatti dissipa un po’ le buone intenzioni che affiorano qua e là in questa storia di miserie interiori e di ricchezze esteriori. E Mark Wahlberg è forse il simbolo di un film troppo diseguale. Il suo personaggio, l’ex agente Cia Fletcher Chase che fu incaricato da Getty senior di trattare con i rapitori, è stereotipato e impersonale, ben lontano dalle migliori interpretazioni di un attore che, pur distante da qualunque vetta artistica, ha più volte conquistato una sua dignità hollywoodiana, basti pensare ai ruoli in The Fighter, The Departed, in Boogie Nights e anche nel cult comico Ted. E in fondo il problema di Tutti i soldi del mondo è proprio quello dei suoi protagonisti, la difficile ricerca di un riscatto. Un riscatto dalla trappola della banalità in cui il film sembra cadere spesso e volentieri tutte quelle volte che l’interessante premessa cronachistica viene meno. Di certo non ci riesce l’elemento thriller e non ci riesce neanche la regia di un Ridley Scott che sarà pure diventato un mostro di professionalità ma da troppi anni purtroppo non è più un mostro di personalità. E così il film scivola via, senza troppe infamie e con quasi nessuna lode, come tanti degli ultimi episodi di un grande regista che da anni – salvo rare eccezioni – sembra aver perso l’unicità della propria voce.

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    Remember: La vendetta che sopravvive agli anni

    Dal 4 febbraio in sala, Remember è il thriller di Atom Egoyan che tratta il tema dell’Olocausto attraverso il viaggio di un uomo alla ricerca della sua vendetta. Un complicato puzzle in cui spicca l’interpretazione magistrale di Christopher Plummer, ma che pecca di intenzioni didascaliche nel finale.

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    Presentato in concorso alla 72esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e al Toronto International Film Fest, dal 4 febbraio approda nelle nostre sale Remember, l’ultimo lavoro di Atom Egoyan, regista di origini armene e canadese di adozione, che nel 1999 firmò lo straordinario Il viaggio di Felicia.
    Dopo vari lungometraggi che hanno visto Egoyan indeciso sulla strada da percorrere (Hollywood o l’indipendenza?), Remember permette al regista di far riaffiorare quella sua identità regalandoci un labirinto in cui si sentono ben vivide le urla della rabbia. Una rabbia che sopravvive negli anni e che trova nella vendetta la sua ultima missione.

    A guidare questo viaggio è Zev, sopravvissuto ad Auschwitz che, superati abbondantemente gli 80 anni, si mette in viaggio alla ricerca dell’uomo che ha sterminato la sua famiglia nel campo polacco. Un tema, quello della ricerca del criminale nazista fuggito negli Stati Uniti con un’altra identità, molto caro al cinema, ma stavolta Egoyan lo presenta sotto un’altra prospettiva: a parte l’età del protagonista, Zev è affetto da demenza senile e tende a dimenticarsi tutto quello che gli succede. Con un rimando a Memento, il cult movie che ha consacrato l’opera di Christopher Nolan, Zev arranca nella sua ricerca grazie alla lettera dettagliata scritta dal suo amico Max, che non può partecipare alla missione perché costretto sulla sedia a rotelle.

    Il viaggio si configura come un tortuoso labirinto tra USA e Canada, dove gli incontri di Zev si intrecciano con i luoghi (o forse sarebbe meglio definirli non-luoghi), immersi in un’atmosfera satura di tragicità, nonostante la lontananza temporale della catastrofe. Egoyan, però, non resta morbosamente attaccato a questo clima, ma alternando, soprattutto nella prima parte del film, commedia e dramma, pemette allo spettatore di non cadere in una spirale di angoscia. Condendo poi il tutto con gli elementi tipici del thriller e puntando sull’ennesima memorabile interpretazione del protagonista da parte del Premio Oscar Christopher Plummer (che regge da solo tutto il film in maniera impeccabile), il regista confeziona un film che si lascia seguire senza nessuna difficoltà e che tocca il suo apice nella scena dell’incontro tra Zev e il poliziotto John Kurlander (interpretato dal Dean Norris di Breaking Bad). In una casa che sorge a pochi metri da una diga in costruzione, dove l’abbaiare dei cani e le sirene dei cantieri fanno rivivere la tragedia del campo di sterminio, Zev è faccia a faccia con un personaggio costruito abilmente sia dall’interpretazione Norris che dalla direzione di Egoyan: un uomo verso il quale proviamo empatia, che ci fa tenerezza, per poi scoprirne la vera natura.

    Se Zev ricerca la vendetta, lo spettatore aspetta coerenza e quando tutto il cerchio sta per chiudersi, eccola arrivare feroce e scioccante come un colpo di pistola sparato nel silenzio più totale. Sfortuna vuole, però, che il film non si chiuda qui. Egoyan ci lascia perplessi e fa vacillare l’intera struttura della pellicola con un secondo finale che pecca di intenzioni fin troppo didascaliche: una spiegazione inutile durante la quale si vogliono ricucire insieme pezzi di un complicato puzzle. Peccato, però, che questa operazione sia già perfettamente riuscita allo spettatore pochi minuti prima.

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