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    Venezia 74 – Downsizing: Alexander Payne e quell’umanità piccola, piccola

    Il regista di Nebraska firma una satira sociale sul mondo contemporaneo usando il racconto fantascientifico come pretesto. I personaggi di Downsizing si muovono, infatti, in un immaginario mondo rimpicciolito dove si sono rifugiati per evitare l’imminente apocalisse.

    L’Homo Sapiens non è una specie di gran successo”. No, decisamente no, almeno a guardare i protagonisti di Downsizing di Alexander Payne, film d’apertura della 74esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia su una fantomatica miniaturizzazione dell’uomo come soluzione estrema per salvare la vita sul pianeta. Una transizione dal grande al piccolo messa a punto da un gruppo di scienziati norvegesi per salvarsi dal sovrappopolamento, risparmiare spazio e risorse, e raggiungere uno stato di benessere economico altrimenti impossibile. Un minimondo in cui fare molte più cose ma con pochissimo, dove a guidare le migrazioni dal grande al piccolo sarà il miraggio di una vita migliore, ma dove alla fine proprio questa idea di una ‘vita migliore’ risponde all’immagine del consumismo più sfrenato: una villa super lusso, signore abbagliate da diamanti e vasche idromassaggio, montagne di soldi facili, feste a base di sigari cubani e vodka. Ed è per sfuggire ai debiti e al fatto che “le cose non vadano mai come vuole” che Paul Safranek (Matt Damon) convincerà sua moglie ad affrontare quella strana traversata.

    Il regista di Sideways e Nebraska firma un’opera sulla miseria umana, un ritratto satirico che si allunga graffiante per 140 minuti, non tutti utilizzati al meglio a dire il vero: poco più di due ore durante le quali la narrazione cambia spesso focus lasciando per strada tematiche e personaggi e suggerendo un ventaglio infinito di argomentazioni (forse troppe) che rimandano alla contemporaneità di un mondo in continua emergenza ambientale, sociale ed economica.
    Payne mantiene la sua cifra stilistica, l’umorismo che gli è proprio e il sapore dolceamaro del racconto, e con intelligenza e lucido spirito dissacratorio affronta temi enormi come i cambiamenti climatici, l’immigrazione, le contraddizioni del sogno americano. Il contatto tra le comunità dei minuscoli e i giganti del mondo di fuori genera un senso di straniamento e un cortocircuito capace di offrire un ulteriore spunto di riflessione sulla condivisione di questo nostro mondo folle, alterato, consumato, diviso.

    Non è un film perfetto, le direzioni inseguite sono molteplici e poco coese, con una prima parte da favoletta fantascientifica ed una seconda prigioniera di un’improvvisa svolta apocalittica. Ma restano dentro tante domande, tante risposte possibili e l’eccellente prova corale del cast da Matt Damon a Hong Chau, da Kristen Wiig a Christoph Waltz che, nei panni di un trafficante serbo cinico, giullare e gigione, è già un cult. Anche lui parte di questa straordinaria ‘transumanza umana’, seduto lì a guardare il mondo scorrere.

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    The Legend of Tarzan: Welcome (back) to the Jungle

    Ispirandosi alle storie di Burroughs, David Yates dirige The Legend of Tarzan, pellicola con lo statuario Alexander Skarsgård e l’affascinante Margot Robbie. Lento a carburare, il film fa l’occhiolino ai cinecomics e le poche scene spettacolari non gli permettono di catturare interamente l’attenzione dello spettatore. In sala dal 14 luglio.

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    Sono passati otto anni da quando Tarzan e Jane hanno lasciato il Congo per l’aristocratica Londra. John Clayton III, Lord Greystoke, adesso è membro della Camera dei Lord e beve tè con il mignolo all’insù nella sua villa in stile vittoriano. Qualcuno però richiede il suo aiuto: Re Leopoldo del Belgio, attraverso il suo inviato, il Capitano Leon Rom, vuole mostrargli quale meraviglie il Belgio è riuscito a realizzare in Congo. Restìo a partire, al contrario della moglie, Lord Greystoke, alla fine, decide di andare, ignaro del fatto che sta per finire in una pericolosissima trappola.

    David Yates si prende una pausa dal fantastico mondo di maghi e maghetti firmato J.K. Rowling (dopo quattro film di Harry Potter e il prossimo Animali fantastici e dove trovarli) e si concede un tuffo nei grandi classici. Per questo l’amaro in bocca è inevitabile quando si assiste a The Legend of Tarzan: dal ritmo incerto (più lento che altro) e con una struttura narrativa fin troppo semplice e piatta, la pellicola di Yates, scritta da Adam Cosad e Craig Brewer, non lascia a bocca aperta. Se non fosse per il fisico statuario di Alexander Skarsgård, che farebbe invidia anche al più assiduo frequentatore di palestre. Figlio di Stellan, che non ha bisogno di presentazioni, Skarsgård, dopo anni di tv (True Blood in primis) e qualche apparizione al cinema, ottiene il suo primo ruolo da protagonista in una grande produzione, ma (s)vestire i panni di Tarzan non lo aiuta sicuramente: a parte il fisico, perché portare sullo schermo un Tarzan musone, rabbuiato, vittima degli eventi e totalmente spaesato? L’unico punto forte del Tarzan di Skarsgård sembra essere solo la sua evoluzione in una sorta di supereroe ambientalista, di protettore della natura, delle sue leggi e dei suoi abitanti. Tarzan conosce bene quell’ambiente e anche se all’inizio del film sembra essersi perfettamente integrato con la società londinese, il richiamo della giungla è forte, radicato al suo interno e cedergli non è difficile.

    Come ha fatto Il Libro della Giungla qualche mese fa, anche The Legend of Tarzan riporta in primo piano il messaggio ambientalista, unito, questa volta, a quello antischiavista (e, forse, anticapitalista?) ed è interessante come i due film, molto lontani per carattere (luminoso il film di Favreau, cupo quello di Yates) convergano in una scena molto simile: quella in cui da una parte Mowgli e dall’altra Tarzan incontrano, nella giungla, gli elefanti. Nel film di Yates c’è anche una non velata critica alle origini degli Stati Uniti, al massacro delle comunità autoctone indiane, ed è il personaggio di Samuel L. Jackson a farsi portatore di questo messaggio, unico personaggio che riesce a smorzare, seppur di poco, i toni fin troppo seri di una pellicola per niente incline all’autoironia.

    Dall’altra parte della barricata c’è il cattivo di turno, Leon Rom interpretato da Christoph Waltz: a metà tra l’Hans Landa che portò il primo Oscar a Waltz e quel colonnello Kurtz immaginato da Conrad, Rom è l’archetipo del cattivo assetato di ricchezza e potere, la faccia negativa e malvagia della giungla. Fin troppo imbrigliata nel ruolo di damigella da salvare è, infine, la Jane di Margot Robbie, nonostante le premesse siano diverse (una donna che va contro le imposizioni della società londinese).

    Yates richiama la leggenda di Tarzan con i numerosi flashback che ne raccontano l’origine, ma quel che ne viene fuori è un racconto lento e forzato, in particolar modo nelle scene che preparano il finale, per fortuna edulcorato da immagini spettacolari, come quelle che ritraggono i “voli” di Tarzan sulle liane e, soprattutto, i paesaggi africani.

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    The Zero Theorem: Il ritorno di un maestro

    A quasi tre anni dalla presentazione al Festival di Venezia sbarca al cinema The Zero Theorem, nuova avventura distopica firmata dal regista di culto Terry Gilliam. In sala dal 7 luglio.

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    Un maestro dimenticato in un cassetto. Terry Gilliam si riaffaccia nelle sale italiane a quasi sette anni dall’ultimo Parnassus, quando le speranze di vedere in Italia il suo The Zero Theorem si stavano lentamente affievolendo. Nonostante la presenza di Christoph Waltz nel ruolo del protagonista e due guest star di lusso come Matt Damon e Tilda Swinton, nonostante il passaggio in anteprima al Festival di Venezia nel 2013, tutto sembrava perduto ma alla fine non è stato così e grazie agli sforzi di Minerva Pictures l’opera ultima di un maestro del cinema trova una distribuzione in sala.

    La storia racconta delle ansie, delle fobie e della depressione di un uomo di nome Qohen Leth (Waltz), che in un futuro distopico ed estremizzato, dove ogni cosa sembra ridotta a uno slogan e accompagnata da un jingle, vive in attesa di una telefonata. Uomo di fede circondato dal nichilismo Qohen si vede rivoltare la vita quando l’azienda per cui lavora gli affida un compito particolare, quello di riuscire a dimostrare il misterioso teorema zero.

    Gli anni passano ma Gilliam non ha perso l’occhio e il gusto di raccontare i suoi futuri surreali, i suoi eroi sopra le righe. Troppo facile ricollegare The Zero Theorem con alcuni dei film più famosi del regista, Brazil e L’Esercito delle 12 Scimmie su tutti. Eppure il filo rosso termina qui. The Zero Theorem non è rivoluzionario come Brazil e non ha l’anima del blockbuster come il film con Bruce Willis e Brad Pitt. L’ultima opera del regista che si fece conoscere grazie all’avventura dei Monty Python, è una sorta di parabola moderna con lo sceneggiatore Pat Rushin che ha dichiarato di ispirarsi direttamente al biblico Libro dell’Ecclesiaste, il cui nome ebraico, Qoheleth, richiama quello del personaggio di Waltz.

    Ma se altre volte (Le avventure del barone di Munchausen, La leggenda del re pescatore) la natura allegorica dei suoi intrecci, dei suoi protagonisti, aveva permesso a Gilliam di raggiungere le vette della sua poetica in The Zero Theorem lo schema diventa una gabbia che i personaggi non riescono a scardinare, troppo intenti a dimostrare qualcosa, troppo presi a seguire le direttive di un assioma, per riuscire a raggiungere la profondità narrativa. Né la povertà dei mezzi (economici, non espressivi) aiuta, racchiudendo la fantasia ipertrofica di Gilliam nei rigidi confini di quattro mura, quelle della chiesa abbandonata dove vive Qohen, dove l’unica forma di sollievo possibile sembra l’eterno tramonto di una spiaggia virtuale.

    Ci sarebbe da restare profondamente delusi se non fosse che ogni inquadratura è una gioia per gli occhi, che ogni particolare scenografico meriterebbe un’occhiata approfondita in fermo-immagine e che ogni elemento di questo nuovo e sghembo futuro sembra uscito direttamente da un manuale di design di alta scuola. E così The Zero Theorem non sarà probabilmente un capolavoro ma è di certo il film più sentito di Gilliam da parecchi anni a questa parte. E quando un regista grande e non sempre celebrato a dovere riesce a parlare con la sua voce, vale la pena di fare silenzio e di lasciarsi prendere per mano.

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    Spectre: Un Bond di classe ma non troppo

    Dal 5 novembre in sala il 25esimo lungometraggio dedicato a James Bond, l’agente segreto britannico ideato da Ian Fleming. E sullo sfondo di Roma, Alpi e Messico tornano Daniel Craig e il regista Sam Mendes. Bondgirl d’eccezione: Monica Bellucci.

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    C’è una Spectre che si aggira per l’Europa e non solo. Roma, Austria, Londra, ma anche Messico e Giappone, sono le location del nuovo lungometraggio di 007, il 25esimo (contando anche l’apocrifo Mai dire mai), che arriva a tre anni dall’ultimo e celebratissimo Skyfall, il più redditizio della storia di James Bond (oltre un miliardo al botteghino), il più amato dalla critica da almeno trent’anni, forse di più. La squadra che si riunisce è la stessa, Daniel Craig in abito impeccabile e a bordo di una supercar, Sam Mendes dietro l’obiettivo, e una squadra di sceneggiatori di cui fanno parte Neal Purvis e Robert Wade, principali responsabili di questo reboot che va avanti da Casino Royale (2006), John Logan, firma principale di Skyfall e l’emergente Jez Butterworth, fresco dai successi di Edge of Tomorrow e Black Mass.

    Quattro sceneggiatori, un regista di prestigio, un’unica missione, quella di riaggiornare ancora una volta il mito dell’agente britannico creato da Ian Fleming e di aggiungere un nuovo tassello a questa versione moderna e al contempo nostalgica. In questo caso la Spectre del titolo, organizzazione terroristica fittizia, nemesi da sempre dell’agente segreto più famoso del mondo. E l’operazione Bond 25 inizia subito nel migliore dei modi, con una sontuosa scena in Messico dove un lungo piano sequenza sembra riassumere in sé tutta la formula di 25 film, un agente seduttore, alle prese con spietati nemici in ambientazioni esotiche. Dopo i titoli di testa, da sempre appannaggio delle sperimentazioni di video art e delle caratteristiche canzoni (stavolta è il turno di Sam Smith con la sua Writing on the wall), inizia il film vero e proprio che rispetto a Skyfall spinge più sul tasto dell’azione che su quello della nostalgia, sempre fatto salvo che continuano ad essere questi i binari in cui si muove lo 007 di Craig.

    La girandola di sparatorie, di colpi di scena e di emozioni, ci porta quindi in giro per il mondo, in una Roma dove con comprensibile orgoglio e grande credibilità Monica Bellucci si scopre la prima Bondgirl ultracinquantenne della storia, e tra le alpi austriache dove emerge la bellezza algida di una più giovane Lea Seydoux. Su tutto incombe una minaccia nascosta nell’ombra, quella del villain principale, un Christoph Waltz che aggiunge un altro nome alla sua galleria di personaggi memorabili, senza mai sprecare un gesto, caricando ogni parola di una minaccia più o meno sottintesa. Azione e nostalgia, come si diceva sopra. E la nostalgia prende corpo nella trama londinese, dove un M interpretato da Ralph Fiennes, deve combattere l’avanzata di una nuova gestione dell’intelligence, un nuovo che avanza e che prende corpo nel dogma della sorveglianza globale, dei bombardamenti dei droni, e così in un bizzarro capovolgimento di fronte James Bond e i suoi alleati si trovano a combattere la battaglia reale di Edward Snowden oltre a quella fittizia con la Spectre.

    E alla fine questo secondo Bond di Sam Mendes è un mix convinto tra l’anima moderna di un blockbuster e la tensione, l’aspirazione dei suoi autori a farne qualcosa di più. Grandi scene d’azione, personaggi che restano impressi, ma non solo Hollywood. Da questo punto di vista però a smorzare un po’ gli entusiasmi per questo film è l’ombra ingombrante del suo predecessore. Perché Spectre utilizza la formula di Skyfall ma senza raggiungere la stessa profondità e mostrando solo a tratti la stessa eleganza. Ma nonostante tutto resta comunque un capitolo positivo e affascinante per l’agente 007.

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    Steven Spielberg: “Per preparami? Mi sono rivisto La Parola ai Giurati di Lumet”

    Quando qualche mese fa venne annunciato Steven Spielberg come Presidente di Giuria, si capì immediatamente che l’edizione di quest’anno poteva già contare su una conferma di alto prestigio.
    Un Festival da sempre ammirato dal regista americano, che lo ha inseguito spesso per proporgli questo ruolo, e che peraltro lo aveva già visto protagonista in passato sia con Sugarland Express (gli valse il premio come miglior sceneggiatura nel 1974) che con E.T. e Indiana Jones, presentati entrambi fuori concorso.
    Ora la questione è diversa, da una parte sicuramente più affascinante.
    È un onore essere stato chiamato qui.  Per me rappresenta l’opportunità di poter incontrare filmmaker e culture diverse. Non mi concentro sul fatto di vedere dei film in competizione l’uno contro l’altro, ma come un momento per celebrare il cinema, che è un linguaggio comune.
    Le opere potranno metterci d’accordo o dividerci, ma l’importanza starà nella forza di questi lavori.
    Impossibile prepararsi ad un ruolo come questo. Diciamo che mi sono rivisto ancora La Parola ai Giurati di Lumet”.
    Tra i membri della giuria Ang Lee, fresco vincitore dell’Oscar per Vita di Pi,
    “Cannes è un Festival prestigioso, sono onorato di essere stato chiamato in questa giuria. Credo che manifestazione come queste abbiano anche il compito di produrre cultura. Sono curioso di vedere stili differenti e conoscere nuove tematiche politiche e sociali”.
    E poi ancora Nicole Kidman, vista sulla Croisette qualche anno con The Paperboy di Lee Daniels, Cristian Mungiu, Palma d’Oro per Quattro mesi, tre settimane, due giorni e premio della Giuria con Oltre le colline, Christoph Waltz e Daniel Auteuil, vincitori entrambi del riconoscimento di miglior attore, rispettivamente per Bastardi senza gloria e L’ottavo giorno, l’attrice indiana Vidya Balan, nell’edizione che peraltro celebra i 100 anni di Bollywood, Lynne Ramsay (due premi della giuria come cortometrista e in concorso nel 2011 con …e ora parliamo di Kevin) e la regista giapponese Naomi Kawase, Camera d’Oro nel 1997 per Moe no suzaku e Gran Premio della Giuria nel 2007 con Mogari No Mori.
    “Non vedo l’ora di cominciare – ha detto Waltz. – Mi aspetto la discussione riguardo al livello delle opere che andremo a vedere, su quello che ci attrarrà in maniera più profonda e come si possa imparare dal cinema che non conosciamo. I premi che andremo ad assegnare saranno il risultato di questa discussione.
    Una giuria di assoluta qualità che fin da adesso si candida a essere uno dei protagonisti più d’interesse.

    Andrea Giordano

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