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    Doctor Strange: Supereroe dell’assurdo

    Benedict Cumberbatch veste il mantello rosso del Doctor Strange, il supereroe magico di casa Marvel, per un nuovo cinecomics distribuito dalla Disney. In sala dal 26 ottobre.

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    Il mantello c’è, la maschera stavolta resta a casa. Come pure i superpoteri, perché ora è la magia a prendere il sopravvento. Doctor Strange è l’ultima proposta del Marvel Cinematic Universe, ovvero quella complessa ma anche affascinante scommessa narrativo-commerciale che ci ha permesso negli ultimi anni di vedere tanti supereroi della scuderia Marvel prendere possesso dello schermo, incrociare le strade con altri supereroi e allo stesso tempo riempire di gioia i fan dei cinecomics e i contabili di casa Disney. A incarnare la nuova e valida pedina è uno degli attori più talentuosi dello stardom hollywoodiano, l’inglese Benedict Cumberbatch, mentre dietro la macchina da presa c’è Scott Derrickson, che in passato ha diretto l’horror Sinister e il remake di Ultimatum alla Terra.

    Derrickson, che guida anche un team di sceneggiatori composto da Jon Spaihts e C.Robert Cargill, imbastisce un racconto morale di hubris quotidiana che a poco a poco assume la forma dell’epica supereroistica. Il Doctor Strange del titolo è in realtà Stephen Strange (Cumberbatch), chirurgo dalle mani fatate, tanto concentrato sui propri successi personali da ignorare tutto il resto, compreso l’amore della collega Christine (Rachel McAdams). Sarà un incidente stradale a spazzar via le certezze di una vita arida e a condurlo verso l’Antico (Tilda Swinton), un essere dai poteri mistici impegnato in una lotta contro le forze del male. E così il Doctor Strange troverà una nuova medicina, la magia, e un nuovo paziente da curare, l’universo.

    Quattordicesimo capitolo del Marvel Cinematic Universe, secondo della cosiddetta Fase 3, uscito a pochi mesi di distanza dall’ultimo Captain America: Civil War, Doctor Strange è allo stesso tempo così simile e così diverso dai film che lo hanno preceduto. A farlo spiccare c’è sicuramente Benedict Cumberbatch, un protagonista eccezionale che incarna alla perfezione le due anime del personaggio, e che quando si parla di talento dà una spanna di distacco ai pur bravi colleghi di casa Marvel, da Robert Downey Jr. a Chris Hemsworth, da Scarlett Johansson a Paul Rudd. Ma anche il lavoro magnifico degli scenografi, dei concept artist, dei responsabili degli effetti speciali non è da meno e pesca qua e là istantanee di altri film (vengono in Inception, 2001 Odissea nello Spazio ma anche il Labyrinth di Jim Henson) e le infonde di suggestioni escheriane per creare un immaginario che buca lo schermo e che dà anche senso a una visione in 3d.

    Dall’altro lato tutto questo non basta a mascherare lo stampino dei film prodotti da Kevin Feige. La formula resta quella delle scene d’azione mescolate a un umorismo efficace ma non particolarmente pregnante. E a volte c’è anche la sensazione che Derrickson non sfrutti a dovere un cast di prim’ordine – probabilmente il migliore mai avuto a disposizione dal regista di un cinecomic – che oltre a Cumberbatch vede sulla scena un premio Oscar, Tilda Swinton, due candidati alla statuetta, Rachel McAdams e il Chiwetel Ejiofor di 12 Anni Schiavo, e il mattatore delle scene televisive Mads Mikkelsen. Nel bilanciare gli elementi alla fine sono comunque le qualità ad emergere e allora il successo al botteghino diventa probabile e anche auspicabile, perché Doctor Strange è un buon film e il personaggio è abbastanza nuovo da non mostrare quei segni di stanchezza (solo narrativa non commerciale) che per certi colleghi più esausti – Iron Man e Capitan America su tutti – si cominciano a intravedere.

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    Codice 999: Guardie e ladri blues

    Il thriller cupo e violento di John Hillcoat, con un cast all star guidato da Chiwetel Ejiofor e Woody Harrelson, ci porta in un’Atlanta dolente e crepuscolare. In sala dal 21 aprile.

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    Una banda di disperati coinvolti in un turbine di violenza che finisce per confondere anche i confini più netti. Quello tra vita e morte, quello tra legge e caos. È l’Atlanta crepuscolare e dolente di Codice 999, il nuovo thriller di John Hillcoat, sesto film del regista, il quarto distribuito anche in Italia, che arriva a quattro anni da Lawless, a sette dall’altrettanto cupo The Road. Al suo servizio un cast di prima grandezza, da Chiwetel Ejiofor a Casey Affleck, dalle stelle in ascesa Anthony Mackie e Gal Gadot, fino a volti noti televisivi come l’Aaron Paul di Breaking Bad e il Norman Reedus di The Walking Dead, chiudendo con alcuni veterani in gran forma come Woody Harrelson e Kate Winslet.

    La storia è quella di un gruppo di rapinatori guidato da Michael Atwood (Ejiofor), formato da poliziotti ed ex militari e costretto a colpi quasi impossibili dai ricatti della mafia russa. Ma per realizzare l’ultima impresa criminale servirà qualcosa di più del solito, un codice 999, ovvero l’uccisione di un poliziotto in servizio.

    La sceneggiatura dell’esordiente Matt Cook lascia nel cassetto la tradizione hollywoodiana del gangster movie e sembra pescare dal meglio della produzione televisiva poliziesca dell’ultimo decennio: The Shield, The Wire, in minor misura e grazie soprattutto alla presenza di Harrelson anche True Detective. Il risultato è un piccolo congegno dagli incastri meccanici, che lascia lievitare la tensione fino a farla esplodere in un numero non banale di colpi di scena e in sequenze d’azione piene di ritmo e adrenalina. Nella tradizione della narrativa noir, quale che sia il media di riferimento, non può mancare poi una nota malinconica e Codice 999 non si sottrae al dovere, prendendo i fili delle vite dei suoi protagonisti, tutti rigorosamente dei loser, e tessendoli in una trama elisabettiana dove la luce è spesso filtrata dall’ombra di un presagio funesto.

    Luci e ombre, quindi. E luci e ombre sono il marchio di fabbrica del cinema di Hillcoat, un cinema fatto di assoluti, dove ogni premessa viene portata all’estrema conseguenza. E se questo, nel 2009, finì per penalizzare il suo The Road, adattamento del romanzo di Cormac McCarthy che faticò a trovare una distribuzione perché ritenuto troppo deprimente, oggi la storia è diversa e allo stesso tempo uguale. La mano del regista e lo splendido contributo del direttore della fotografia Nicolas Karakatsanis (Chi è senza colpa) disegnano un universo in chiaroscuro, di corridoi bui e strade illuminate da un sole spietato, di scelte violente e vendette senza speranza. Hillcoat sfrutta poi lo splendido cast, azzeccato anche nei ruoli minori,  guidato da una conferma, il Chiwetel Ejiofor di 12 Anni Schiavo, da un attore sottovalutato come Casey Affleck e da un Woody Harrelson che migliora ad ogni film, confermandosi all’occorrenza un protagonista affidabile e un caratterista di razza. Discorso diverso per le donne, costrette quasi del tutto a una funzione meramente decorativa. L’eccezione – neanche a dirsi – è Kate Winslet, qui in versione trasformista. Attrice dal talento tanto evidente da riuscire credibile anche nel ruolo della capomafia russa.

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    Il Segreto dei Suoi Occhi: Remake senza passione

    In sala dal 12 novembre, Il Segreto dei suoi Occhi è il remake diretto da Billy Ray del film argentino di Juan José Campanella che ha vinto l’Oscar come Miglior Film Straniero nel 2010. Ray realizza un film che oscilla tra l’omaggio e l’originalità, senza però trovare un punto di contatto. E anche le interpretazioni dei protagonisti non aiutano in tal senso.

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    Quando nel 2009 uscì al cinema il film argentino El Secreto de sus ojos diretto da Juan José Campanella, Hollywood si innamorò a tal punto della pellicola da assegnarle il Premio Oscar come Miglior Film Straniero. Guardando quel film sono palesi le ragioni che hanno portato a quel meritatissimo riconoscimento: dalla storia ai personaggi, dalle scelte di regia alla sceneggiatura, El secreto de sus ojos trasforma in poesia una tensione che cresce scena dopo scena, facendoci restare a bocca aperta sul finale.

    Sei anni dopo ecco che Billy Ray riporta quella storia al cinema e, complice un cast di richiamo composto da Nicole Kidman, Julia Roberts e Chiwetel Ejiofor, realizza il remake Il Segreto dei Suoi Occhi, in sala dal 12 novembre. Raramente, nella storia del cinema, i remake hanno eguagliato o addirittura superato i film a cui si ispiravano (per citarne due: Scarface di Brian De Palma o Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog), ma questo non è il caso. Anche Il Segreto dei Suoi Occhi gioca su due livelli narrativi, ma se il film di Campanella era ambientato negli anni immediatamente precedenti il golpe militare del 1976, nel film di Ray ci troviamo pochi mesi dopo gli attacchi dell’11 settembre e i due poliziotti Ray (Chiwetel Ejiofor) e Jess (Julia Roberts), coordinati dal loro supervisore Claire (Nicole Kidman), stanno tenendo sotto controllo una moschea di Los Angeles, che potrebbe essere una delle città sotto il mirino dei terroristi dopo quello che è accaduto a New York e a Washington. Durante un sopralluogo viene ritrovato il cadavere di una donna nei pressi della moschea e Ray si accorge che il corpo senza vita è quello della figlia di Jess.

    Prendendo le mosse da questo tragico evento che segnerà per sempre le loro vite, il regista gioca abilmente con il fascino di una storia nella quale i temi del tempo e della giustizia si intrecciano indissolubilmente tra loro. Omaggiando il film del 2009, la pellicola di Ray, però, non regge il confronto con quella argentina. La tensione che si respirava in tutto il film originale qui si perde per strada e di certo le interpretazioni degli attori non aiutano a ritrovarla: Ejiofor sembra essere l’unico a credere veramente in quello che sta facendo, ma non convincono la Roberts e la Kidman, anzi, quest’ultima sembra che abbia definitivamente perso la sua espressività. Quella tensione che si trasforma in poesia nel film di Campanella, grazie agli stupendi primi piani degli occhi dei protagonisti e allo slow motion di alcune scene, qui è totalmente assente: è sacrosanto cercare di dare ad un remake una propria identità e questa non è un’impresa impossibile, ma qui non si avverte questo tipo di lavoro. Il confine tra rivisitazione originale e copia è molto labile e in questo caso il film di Ray non si sbilancia né verso l’una né verso l’altra direzione. Anzi, siamo di fronte ad un miscuglio altalenante tra il voler dare a questo film una propria identità e il voler omaggiare l’originale, addirittura riportando fedelmente alcune scene e alcuni dialoghi. Il Segreto dei suoi occhi risulta così un ibrido, che perde ogni attrattiva: non è un copia, ma non è neanche una visione originale della storia.

    E’ anche vero, però, che comunque il film non si segue a fatica, ma permane nella testa di chi lo vede una vocina che continua a chiedersi quali altre ragioni, se non meramente commerciali, stiano alla base di una produzione come questa (qualora ci fossero). Interessante l’idea di trovare un finale alternativo, ma le scelte fatte e proposte finiscono per conferire al film una forte dose di incoerenza con le premesse, tanto da considerare le ultime scene come un accanimento senza senso nei confronti di una storia che aveva già un epilogo forte e sorprendente. Il Segreto dei suoi occhi è carente dal punto di vista del coinvolgimento, ma un pregio bisogna riconoscerglielo: fa venire voglia di andarsi a rivedere il film di Campanella.

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