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    Civiltà perduta: La giungla nel destino

    In Civiltà perduta uno dei maestri del cinema indipendente americano, James Gray, ci racconta la storia vera dell’esploratore Percy Fawcett. Con Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller e Tom Holland. In sala dal 22 giugno.

    Un segreto nascosto nella giungla, un esploratore, un uomo in cerca di gloria e di riscatto sociale. Ce ne sarebbe abbastanza per impiattare un blockbuster alla Indiana Jones o per dare alle stampe un romanzo di Wilbur Smith e invece Civiltà perduta è il nuovo dramma di una delle voci più celebrate del cinema indipendente americano, quel James Gray che magari non sarà mai stato profeta in patria ma che è sempre conteso dai festival europei più prestigiosi, Cannes e Venezia in primis. Al suo fianco in questa spedizione al quinto angolo del mondo un cast eterogeneo composto da Charlie Hunnam, attore reso celebre dalla serie tv Sons of Anarchy, da Sienna Miller, dal Robert Pattinson di Twilight e dal prossimo Spider-Man del grande schermo Tom Holland.

    La storia è quella vera di Percy Fawcett (Hunnam), militare britannico che all’inizio del secolo scorso accetta di partecipare a una spedizione in una zona remota dell’Amazzonia e lì trova le tracce di una misteriosa civilizzazione che costringerebbe la polverosa accademia inglese a riscrivere secoli di luoghi comuni coloniali sull’inferiorità razziale degli indios. Contro tutto e tutti, compreso se stesso, Fawcett lascerà a casa moglie e figlio (Miller e Holland) e si impegnerà fino all’ossessione in questa missione impossibile in una terra quantomai ostile.

    Nella scelta di adattare per il grande schermo il romanzo di David Grann, giornalista del New Yorker che ha dedicato anni della sua vita allo studio della figura di Fawcett e delle sue spedizioni, James Gray si incammina per un sentiero battuto da tanti grandi del cinema, il sentiero di un dramma che si lascia sedurre più dallo spessore dei suoi personaggi che non dal fascino semplice dell’avventura. E così nei meandri della sua Amazzonia (Civiltà perduta è stato girato in un’area della foresta che si trova nel territorio della Colombia) riemergono ogni tanto gli echi di un passato glorioso, quelli del cinema di John Huston, da Moby Dick a L’uomo che volle farsi re, ma anche la folle ambizione dell’Aguirre di Werner Herzog e il fiume di Apocalypse Now con tutti i suoi rimandi all’opera di Joseph Conrad. E questo crocevia glorioso che riunisce cinema, storia e letteratura è tradotto da Gray in una serie di splendide immagini, catturate con grande dovizia dalla bella fotografia del collaboratore abituale Darius Khondji.

    A dispetto però del conquistador Aguirre, dell’Achab di Huston e di Herman Melville, del Kurtz di Apocalypse Now il Fawcett incarnato da Charlie Hunnam dà la caccia a un’ossessione senza essere per forza un adepto della follia. La sua vocazione, anzi, è quella del martire del progresso, portatore com’è di valori positivi scevri di ogni tenebra, una sorta di supereroe moderno applicato a un contesto classico. E anche se al personaggio manca forse quel pizzico cupo di fascino che avevano i suoi padri putativi non per questo risulta banale. E in questo senso è azzeccata anche la scelta di un attore di grande fisicità ma non solo, un novello Brad Pitt che riceve una sorta di investitura proprio dal suo nume tutelare perché è la Plan B di Pitt a produrre la pellicola.

    Il risultato è che Hunnam trova il suo personaggio cinematografico più interessante, quello che gli permetterà di mettersi meglio in mostra grazie al mescolarsi di ambizioni e determinazione, di rimpianti e del rapporto tenero che lo lega alla moglie e al figlio. Tanta materia su cui lavorare rispetto ai protagonisti monocordi di Pacific Rim e King Arthur, le due più importanti prove cinematografiche di Hunnam prima di incontrare Gray. Nelle sapienti mani del maestro di Little Odessa e di C’era una volta a New York non sfigurano neanche gli attori di contorno, un Robert Pattinson che nasconde le guance lisce da vampiro dietro una barba ispida e una personalità scontrosa ma anche Sienna Miller nel ruolo di una donna idealista ed emancipata, e Tom Holland che veste i panni di un figlio prima ribelle e poi sempre più conquistato dal sogno del padre.

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    King Arthur – Il potere della Spada: Questa è Camelot!

    Dopo aver dato nuova freschezza a Sherlock Holmes, Guy Ritchie si confronta con una delle leggende più affascinanti dell’Europa. King Arthur – Il potere della Spada ha tutte le caratteristiche del suo cinema, e si configura come un cinecomics fantasy a metà tra 300 e Il Signore degli Anelli. In sala dal 10 maggio.

    Cosa succede se si affida una delle leggende più affascinanti della cultura occidentale ad un eccentrico regista per farne un film? Esattamente quello che da oggi potrete vedere nelle nostre sale cinematografiche. A metà strada tra 300 e Il Signore degli Anelli (soprattutto Il Ritorno del Re), King Arthur – Il potere della Spada non può che non essere un film firmato da Guy Ritchie, grazie al dinamismo delle sue scene e al racconto frenetico della storia.
    Artù (Charlie Hunnam) cresce in un bordello di Londinium dopo essere scampato alla tragedia che ha ucciso il padre Uther Pendragon (Eric Bana). Inconsapevole delle sue origini e del suo destino, il giovane si ritrova ad estrarre da una roccia la spada destinata al legittimo re, ma il potere di Excalibur è troppo forte per lui, così, mentre cerca di domarlo, deve fare i conti con il terribile re Vortigern (Jude Law).

    In linea generale, la storia segue quella narrata dalla leggenda, ma, si sa, le leggende si adeguano sempre ai tempi in cui vengono narrate e qui è proprio Ritchie che si prende il compito di apportare qualche modifica. Artù va di pari passo con la magia e Merlino, ma mentre il mago apparirà solo in pochi fotogrammi, la magia la fa da padrona incontrastata, arrivando ad essere un tutt’uno con l’ambiente narrato sullo schermo. E Ginevra e Lancillotto? Nemmeno loro trovano spazio in questa vicenda: magari in un probabile sequel, ma al momento qui ci si concentra solo su Artù e sulle sue origini. Per ora il protagonista di Ritchie è un abilissimo furfante, apparentemente pieno di sé, cresciuto nel nulla e che cerca, senza troppe pretese, di farsi strada tra gli affollati vicoli di Londinium. Nonostante il castello di Camelot o le bellissime vallate, la regia ambienta la maggior parte della storia in un contesto dinamico come la Londra di quei tempi: scelta vincente e funzionale al dinamismo delle scene.

    Quella di King Arthur – Il potere della Spada è la storia di un uomo che, quando il destino gli viene incontro, non sa cosa farsene della grandezza che gli viene offerta: la teme, cerca di scansarla, si oppone ad essa. Ma qui le cose devono andare esattamente come sono state previste e per farlo Ritchie ricorre ad un’estetica da cinecomics davvero impeccabile e ad un ambientazione fantasy che fa piacere vedere. Tra mostri marini e serpenti giganti, King Arthur – Il potere della Spada si muove al grido di “Questa è Camelot!” e “Una Spada per domarli tutti”, riuscendo ad occupare un posto interessante tra i film di Snyder e Jackson, senza, però, rinunciare a quelle caratteristiche tipiche del cinema di Guy Ritchie: l’adrenalina delle scene, il montaggio veloce, la sottile ironia delle sue battute, le inquadrature fuori dagli schemi (vedi la scena in cui Artù e i suoi fedeli si danno alla fuga nelle strade di Londinium o quella dello scontro finale con Vortigern). Insomma, quel bel Guy Ritchie di Sherlock Holmes e, soprattutto, di The Snatch.

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