LOGO
  • ,

    Stefano Sardo, dentro lo Slow Food

    Stefano Sardo, sceneggiatore di professione, da sempre vicino al movimento nato da Carlo Petrini; c’è lui alla regia del documentario su una figura unica e carismatica come quella del creatore di Slow Food. Ma le loro storie sono intrecciate da sempre, e questo film lo racconta. Insieme a molte altre cose, che ci riguardano.

    Da dove nasce la scelta di questo progetto, dal lungo rapporto tra la famiglia Sardo e Slow Food?
    Nasce dal fatto di avermelo proposto. Forse io ero naturalmente desitinato a farlo, sia perché racconto storie per lavoro, sia perché sono nato li, a Bra, dove tutto è nato. Avevo una certa naturalità con l’argomento; per me lo Slow Food è di casa.
    Proprio per questo, probabilmente, quando me l’hanno proposto ho avuto un attimo di resistenza. E’ come quando ami la tua famiglia ma non necessariamente vuoi passarci del tempo. E’ stato un po’ come andare in analisi. Ho cercato di trovare dentro questa storia le caratteristche più interessanti, ma mettendomi al di fuori della mia stessa storia.
    Quando ho poi accettato la proposta di Ines Vasilijevic mi sono tovato a prensare di dirigerlo, nonostante io sia uno sceneggiatore. Ed è stato come aprire i cassetti delle foto di famiglia.
    Petrini, e tutti gli altri, sempre stati una minoranza, vistosa ma pur sempre una minoranza; e io – facendone parte – non me ne ero mai accorto. La loro è anche una storia di perseveranza, di costanza. Lo stesso Slow Food, ancora 15 anni fa, non era per niente bene accetto nemmeno a Bra. C’è voluto tempo perché la città li accettasse.

    E come è successo poi? Da dove è nato questo cambiamento?
    Semplicemente, a un certo punto si sono arresi. Li hanno presi per sfinimnento. Finché l’ennesimo sindaco democristiano ha accettato di fare ‘Cheese’; forse quella è stata la svolta.

    Come regista, invece, che chiave hai scelto per questa storia?
    Credo di aver tovato un modo di raccontare che non fosse pomposo, o solenne. D’altronde ho sempre avuto una ammirazione e tanta simpatia per come Carlo ha gestito la propria immagine e questa popolarità crescente.

    Una crescita che continua, dopo 25 anni; difficile contenerla in poco più di una ora. E’ stato duro scegliere?
    Ci sono tante cose che avrei voluto raccontare, ma tanto materiale è rimasto ancora da montare. Avevamo in tutto 48 interviste, più tutto il materiale di archivio. E’ stato un lavoro lunghissimo nel quale è stata fondamentale la costanza tutta femminile di Severine Petit nella ricerca e la documentazione. E poi il lavoro di montaggio di Stefano Cravero.
    Personalmente avrei voluto raccontare di più del contesto politico, ma così la storia aveva già un suo equilibrio. Mi sarebbe piaciuto aggiungere altre voci contrarie, ma creare un dibattito cosi compresso rischiava di apparire superficiale.
    Sono contento di come è venuto: un film conviviale.

    Read more »
Back to Top