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    Storia di una ladra di libri: Le mille facce dell’olocausto

    Un punto di vista inedito sul dramma della Seconda Guerra Mondiale, il potere della cultura come motore di pace e le interpretazioni di due giganti come Geoffrey Rush ed Emily Watson. Tutto questo nella regia di Brian Percival.

    Ci sono modi nuovi di raccontare una tragedia come quella dell’olocausto? Il cinema si è cimentato più volte con il difficile tentativo di mostrare l’orrore di storie di donne e uomini travolti da quella tragedia immane.
    Eppure nonostante le molte pregevoli pellicole che si sono segnalate agli annali, da ‘Schindler’s List’ a ‘Train de Vie’, passando per l’Oscar italiano de ‘La vita è bella’, un bravo regista come Brian Percival porta in sala ‘Storia di una ladra di libri’ (titolo originale ‘The Book Thief’), trasposizione cinematografica del romanzo La bambina che salvava i libri di Markus Zusak.
    I Protagonisti sono la giovane Sophie Nélisse, Geoffrey Rush ed Emily Watson, mentre il punto di vista di tutta la vicenda sono gli occhi ansiosi di cultura e di vita della piccola protagonista, strappata alla mamma comunista in fuga dai nazisti e data in affidamento ad una coppia di anziani genitori tedeschi.
    Vita quotidiana e sullo sfondo, ovattati ma precisi nella descrizione, gli orrori della guerra. I libri come simbolo della negazione della cultura della conoscenza portatrice di pace ed antidoto per tutti i conflitti. Questo il quid della pellicola del regista di Downton Abbey, che ci mostra una ragazzina semi analfabeta nel suo percorso di crescita emotiva e culturale alla luce di fioche candele ed in rifugi antiaerei che si riempiono delle sue parole, suggerite da libri di ogni genere.
    L’esperimento è perfettamente riuscito e le interpretazioni eleganti di Geoffrey Rush ed Emily Watson testimoniano che il cinema delle idee non ha bisogno di effetti speciali per generare emozioni forti.

     

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