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    Frankenstein, tormento post-moderno

    Bernard Rose, regista dell’horror di culto Candyman, torna con una nuova versione in chiave fantascientifica del classico gotico di Mary Shelley. In sala dal 17 marzo.

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    Regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio. Si è fatto in quattro Bernard Rose, regista indipendente per lo più dedito all’horror, per portare in sala una nuova versione di Frankenstein, il classico firmato da Mary Shelley che tante volte ha ispirato Hollywood e dintorni, che tante volte è finito nella leggenda – da Boris Karloff alla creatura comica di Mel Brooks – che molto più spesso ha riempito i dimenticatoi  (dalla versione all-star di Kenneth Branagh fino al recente action horror I, Frankenstein). Dal regista di un film celebrato dagli amanti del genere però non ci si poteva aspettare un adattamento fedele e disciplinato, ecco dunque che i tormenti del Prometeo post-moderno prendono le forme di una fantascienza non troppo ingombrante e di una riflessione che cambia non solo il punto di vista ma anche l’argomento in sé.

    La storia di questo Frankenstein non è quella del creatore ma della creatura, Adam, interpretato da Xavier Samuel, attore della saga di Twilight. Essere difettoso nato per un esperimento portato avanti dal dottore che dà il titolo al film (Danny Huston) e dalla moglie (Carrie-Ann Moss), Adam sfugge alla soppressione ma non alla deformità e dopo un primo contatto traumatico con il mondo esterno cerca rifugio nei vicoli dei reietti, aspirando a un’accettazione impossibile e trovando solo l’amicizia disinteressata di un barbone cieco (il Tony Todd di Candyman).

    Ecco allora che la provocazione intellettuale ed etica sui limiti della scienza e sulle sue conseguenze, proposta dalla Shelley nel suo romanzo, diventa invece una riflessione sulla crudeltà del mondo e sull’impossibilità di accettare ciò che è percepito come diverso o semplicemente brutto. Fino a qui niente di male se non fosse che la smania di Rose di portare questo ragionamento alle estreme conseguenze trasformi qualunque spunto in un’esperienza voyeuristica di violenza e sopraffazione, dove nessuna sofferenza è risparmiata allo spettatore, almeno a quello inconsapevole. E come se non bastasse una cinepresa che indugia spesso sui particolari più splatter o una sequela un po’ ripetitiva di esecuzioni e linciaggi ecco che la storia di Frankenstein si carica di sottintesi edipici, di umiliazioni sessuali e delle urla strazianti del protagonista che solo quando parla in voce-off mostra piena padronanza della lingua.

    L’interpretazione di Samuel non sarebbe neanche malvagia ma la messa in scena di Rose, che con un utilizzo insistente della camera a mano sembra voler firmare il manifesto dell’indie pride, tradisce l’arroganza di un Lars von Trier senza averne il rigore e probabilmente il talento. E se il senso di tanto estremismo crolla sotto il peso di una sceneggiatura malferma, che ha poco da offrire a parte la tesi iniziale e che lascia perplessi in più di un’occasione, allora di questo Frankenstein non resta altro che una sequenza di esperienze sgradevoli, per i personaggi e non solo.

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