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  • Il caso Kerenes: Affari di famiglia

    Dal regista rumeno Călin Peter Netzer un tragico interno familiare, un amore materno mostruoso e castrante al centro della pellicola vincitrice dell’Orso d’Oro e del Premio della Critica Internazionale all’ultimo Festival di Berlino.
    VOTO: 3,5

    Cornelia (straordinaria Luminiţa Gheorghiu, un curriculum lungo alle spalle, fitto di cinema e teatro) sofisticata e matura donna in carriera, ha un’unica ossessione: essere amata dal figlio Barbu (Bogdan Dumitrache) un ragazzo debole e mai cresciuto. Quando il giovane uccide un ragazzino, in un terribile incidente d’auto, la madre muove mari e monti, denaro e conoscenze, per impedire che venga condannato al carcere.
    La macchina da presa segue nervosamente i volti dei personaggi, dialoghi che tagliano come un bisturi, in una sceneggiatura perfettamente disegnata da Răzvan Rădulescu. L’analisi del regista rumeno Călin Peter Netzer affonda nelle pieghe di una società alto-borghese corrotta che manipola le vite e i destini delle persone, e di cui Cornelia diventa l’emblema, un’élite che guarda dall’alto in basso le classi inferiori vessate che si nutrono di rabbia e violenza.
    Ma non è questo il vero nucleo emotivo de Il caso Kerenes che mira ad approfondire il rapporto distorto “quasi patologico” – lo definisce il regista – tra madre e figlio. Una relazione opprimente che può permettersi di sciogliersi in un pianto liberatorio nel momento dell’incontro con un altro dolore, infinito e inconsolabile, quello della famiglia della vittima, pur restando in un precario equilibrio tra menzogna e verità.

     

    Francesca Bani

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    Chris Sanders, dal Re Leone ai cavernicoli Croods

    Ecco Chris Sanders – un aficionado dell’animazione classica e di storie che hanno fatto sognare, commuovere e sorridere come Il re leone, La bella e la bestia o Lilo&Stitch – a Roma per presentare, dopo la trasferta berlinese, la sua nuova creatura: I Croods, film d’animazione scritto e diretto insieme a Kirk De Micco, nelle sale italiane dal 21 marzo in ben 700 copie. Un’avventura preistorica che guarda, ma solo da lontano, a L’era glaciale e ai Flinstones per raccontare in maniera illuminata e con ironia l’evoluzione del genere umano.

    Molti credono che girare un film di animazione sia più semplice che realizzare un live action, perchè non ci sono limiti fisici su dove ad esempio posizionare la cinepresa, ma sappiamo che in fondo non è così. Quali sono le tue impressioni?
    Sono completamente d’accordo. Avere la possibilità illimitata di piazzare la macchina da presa dove ti pare, in realtà può anche farti correre il rischio di uscire fuori di testa e fare cose senza senso, perchè puoi metterla in troppi posti dove magari non serve.
    Abbiamo cercato quindi di dare a questo film un aspetto che fosse quanto più documentaristico possibile, come se stessimo usando una macchina a spalla o a mano.
    È sicuramente molto più difficile realizzare un film di animazione rispetto a uno con attori in carne e ossa, perchè in quel caso hai gli attori a disposizione sul set, ce li hai tutti insieme contemporaneamente. Invece con un lungomatraggio animato hai la macchina da presa, le voci, gli attori, le luci tutti in posti e momenti diversi; c’è molta ripetizione, ma adoro il fatto di avere possibilità infinite.

    Quando scrivi per i bambini ci sono dei limiti che pensi di non dover superare?
    In realtà no, perché con l’animazione puoi affrontare qualsiasi cosa tu voglia, devi solo stare attento a come racconti e come descrivi o parli di quello di cui vuoi parlare. Per noi è sempre stato importante non escludere nessuno e al tempo stesso non salire in cattedra, ovvero non parlare dall’alto in basso nei confornti di qualcuno, perché vogliamo che tutti vengano a vedere i nostri film e ne escano divertiti. Sono tanti gli ingrendienti presenti in film di questo genere: i bambini ad esempio noteranno alcuni aspetti e gli adulti ne percepiranno altri, ma tutti avranno visto lo stesso film e goduto di questa esperienza insieme.

    La saga de L’ era glaciale o i Flinstones di Hanna-Barbera sono stati un ostacolo o ti hanno costretto in qualche modo ad aggiustare il tiro per non cadere nel rischio di fare qualcosa di già visto?
    Abbiamo iniizato a lavorare all’idea di un film sui cavernicoli dove tutto il continente va in pezzi, moltissiimi anni fa, nel 2004; ma proprio mentre ci lavoravamo ecco che viene fuori il trailer de ‘L’era glaciale’ con il mondo appunto che si diseintegra. Ma cosa avremmo potuto fare? Ormai la strada era stata intrapresa, avevamo già cominiciato e non potevamo certo cambiare direzione o fermarci, è stata una di quelle coincidenze che purtroppo a volte si verificano. Qualcuno ad esempio ha notato che la nostra protagonista ha i capelli rossi e che ricorda molto la Merida di ‘Brave – Ribelle’, ma posso assicurare che non c’è stata mai nessuna contaminazione o interferneza.
    Mi piacciono tutti i film de ‘L’era glaciale’, sono in assoluto i piu divertenti e buffi, e adoro i loro personaggi; ma amo anche i Flinstones, certo rispetto a loro siamo stati più svantaggiati perchè gli Antenati hanno a disposizione la tecnologia a cui noi invece non abbiamo potuto fare riferimento. Sia gli Antenati sia L’era glaciale sono stati fonte di grande ispirazione.

    Hai nostalgia per l’animazione tradizionale?
    Adoro l’animazione classica in 2D e credo che comunque continui a esser assolutamente valida e forse più adatta per alcuni tipi di storie. Sia l’animazione tradizionale sia quella in CG hanno i loro punti di forza, io però continuo a disegnare, mi piace e lo faccio spesso a fine giornata o in un momento di pausa, perchè anche la CG parte dal disegno. I personaggi prendono vita da lì, dagli storyboard che hai preparato e mi piacerebbe, laddove trovassi il materiale giusto, continuare a lavorare con l’animazione classica.

    Emma Stone ha dichiarato che non si sarebbe mai aspettata di dover affrontare una performance così fisica. Come avete lavorato con il cast vocale? Quanto gli attori hanno contribuito alla caratterizzazione dei personaggi?
    La prima considerazione nella scelta di chi presterà la voce ai personaggi è il personaggio stesso. Nel caso di Emma Stone sin dall’inizio la sua voce aveva una tale qualità e una tale caratteristica, che sembrava incarnare molti dei tratti di Eep, la figlia. Quando scegli gli attori che doppieranno i protagonisti di una storia, in genere ti aspetti sempre che diano il proprio contributo e che aiutino a forgiare il personaggio per come verrà fuori. Ed è quello che è successo nella realizzazione de I Croods. Quando registravamo le voci usavamo due mini telecamere puntate sugli attori per riprendere le loro performance e eventualmente catturarne qualche movimento, perchè poteva capitare – e con la Stone si è verificato molto più che in qualsiasi altro film – che alcune espressioni facciali venissero rubate e utilizzate per il personaggio. Emma ha una mimica straordinaria, e con lei questo è successo spessissimo.
    Un’altra cosa molto bella è successa con Nicolas Cage quando Grug ha la crisi di mezza età: avevamo scritto tutte le battutte, ma non sapevamo come lui l’avrebbe interpretato. Cage è immediatamente entrato nel personaggio, in realtà è stata tutta una sua invenzione e ha fatto cose che poi hanno  determinato la scena del film. È entrato talmente tanto nel personaggio che abbiamo dovuto registrare le battute solo un paio di volte e da lì abbiamo preso spunto per creare le scena. Partiamo sempre dalla voce.

    Pensi di tornare a doppiare qualcuno dopo Stitch e Laccio?
    Non sono cose che programmi, con Laccio è capitato come con Stitch. Laccio non doveva essere un personaggio animato all’inizio, ma solo parte del costume di Guy; invece andando avanti abbiamo cominciato a pensare che poteva chiudere un occhio o sorridere, per far capire che non era proprio morto e alla fine ha preso vita. Man mano che cresceva aumentava anche la sua parte di recitazione.

    La figura di Grug è primitiva per eccellenza, come se appartenesse a un altro tipo di razza che poi incontra l’evoluzione umana. È stata una scelta consapevole sin dall’inizio?
    Sì, è stato tutto assolutamente intenzionale. Grug è stato progettato per essere molto più simile e vicino ad un gorilla rispetto a Guy, che invece rappresenta l’Homo Sapiens concentrato sull’intelletto. È stato fatto per mostrare che ci sono diversi tipi di esseri umani: i Croods hanno dentro di sè molto più caverna e molto meno uomo.

    Che ruolo ha avuto la musica?
    La musica è la mia arma segreta, ho imparato da Alan Silvestri che è estremamanete importante, è quella che dal punto di vista della storia si occupa del sollevamente pesi. Quando le parole non sono sifficienti interviene la musica: l’ho imparato con lui dai tempi di ‘Lilo&Stitch’ e da allora l’ho utlizzata, in particolare in questo film, per dire qualcosa quando i personaggi smettono di parlare. C’è un momento, quello in cui tutta la famiglia sale su un albero e per la prima volta vede il cielo stellato, in cui i personaggi non parlano, ma lo fa la musica al loro posto. Avevo pensato quella scena così e l’avevo scritta esattamente in quel modo senza dialoghi, avevo previsto il momento musicale sin dalla  sceneggiatura.
    La musica sottolinea e marca un momento di cambiamento globale: da quel preciso istante in poi la storia prenderà un’ altra dimensione. Parimenti importante è la scena in cui Grug capisce e accetta l’idea che la sua famiglia non tornerà mai più nella caverna, anche lì la musica svolge un compito importantissimo.

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  • Diaz – Don’t Clean up This Blood: La forza delle idee!

    In Diaz – Don’t Clean up This Blood, Daniele Vicari affronta con rigore i fatti del G8 di Genova. Il film, già premiato a Berlino, non fornisce risposte ma lascia lo spettatore solo con le proprie domande.

    Una bottiglia vuota vola al ralenti, infrangendosi al suolo, ancora e ancora e ancora….
    Una delle immagini iniziali di “Diaz – Don’t clean up this blood”, in cui quello che sconvolge è il senso di impunità che resta nello spettatore allo scorrere dei titoli di coda. Quello che ancor più sconvolge è che gli artefici di una mattanza in pieno stile ‘macelleria messicana’ siano ancora tutti lì, a ‘proteggere e servire’, direbbero poco più su, in America.
    E invece siamo in Italia e l’attentato alla democrazia perpetrato da 400 esponenti delle forze dell’ordine a Genova, tra la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto, durante il G8 del luglio 2001, è raccontato da un giovane e rigoroso regista italiano: Daniele Vicari.
    Solo uno spirito libero poteva affrontare senza pregiudizio una storia italiana solo a livello territoriale, mentre la sua valenza travalica le frontiere, arrivando a scuotere le coscienze dal torpore ad oltre 10 anni da quell’orrore insensato, ovunque il film verra’ proiettato.
    Ma andiamo con ordine. Le vicende che seguirono il summit dei Grandi della Terra, la ‘zona rossa’, i ‘black bloc’, la tragica fine di un manifestante, Carlo Giuliani, sono vicende note ai più. Meno noto, o meglio, mai reso noto con questa lucidità e chiarezza, è quello che accadde alla ‘Scuola elementare primaria Armando Diaz’ il 21 luglio 2001, tra le 22.45 e la mezzanotte.
    Vicari racconta dei 364 poliziotti entrati nella notte a sgomberare un “manufatto occupato da pericolosi sovversivi” – almeno secondo i verbali che sono agli atti del processo – dei 150 carabinieri chiamati a presidiare l’area, tutto per 93 persone, non tutte con il certificato di santità in tasca certamente, ma molte delle quali andate a Genova solo a manifestare pacificamente il proprio dissenso.
    Vicari mostra un dramma in cinque atti mentre la bottiglietta vuota vola e atterra varie volte, infrangendosi sul selciato da vari punti di osservazione, simbolo di sogni infranti, orrore, disillusione, impotenza, indignazione. Un montaggio dalla precisione chirurgica e dalla grammatica impeccabile tiene insieme i fili di facce e stati d’animo dei protagonisti, 126 attori e 8000 comparse che rendono credibile l’atmosfera di carruggi deserti e piazze assolate almeno quanto affollate, di palestre dormitorio e media center. Nulla è lasciato al caso, un lavoro certosino, due lunghi anni di preparazione alle riprese.
    C’era una montagna di documentazione processuale alle spalle, che tuttavia necessitava di una chiave di lettura, per non restare pulviscolo e vergogna. La chiave di lettura di un film come “Diaz” è la sua volontà di parlare al Mondo, non solo all’Italia. Perché
    nulla di quanto raccontato sulla Diaz – e ancora di più su Bolzaneto – è stato mai esaustivo, definitivo. Quello che mancava oltre le ferite, i denti e gli arti spaccati, era la consapevolezza filmata che gli abusi da soli non bastano a capire e ad indignarsi.
    Quello che deve atterrire e in cui il film di Vicari riesce mirabilmente nel suo triste compito, è raccontare la sistematicità della violenza cieca.
    Quindici ragazze in stato d’arresto denudate e fatte girare su se stesse al ludibrio generale, 15 su meno di cento arrestati, di cui meno di 40 erano donne; un numero spaventosamente alto anche per chi non mastica la statistica. E ancora scalpi, capelli tagliati con il coltello, una cosa terribile, e ancora e ancora e ancora…
    Allora il fatto che qualcuno, anche senza averne ricevuto ordine, si sia sentito in diritto di fare quello… non è accettabile. Almeno per Vicari, che non ha risposte per lo spettatore, solo domande: quelle che il regista e il privato cittadino italiano Daniele, che di mestiere fa il regista del reale, si pone e che tutti dovrebbero porsi dopo questo film.
    Non a caso nessuno degli ottimi professionisti che hanno contribuito alla riuscita di questo difficilissimo film è stato citato. Vanno ringraziati tutti insieme però. Molti di essi, abituati a ruoli di primo piano, hanno accettato di prestare la loro forza interpretativa a personaggi poco più che marginali. Anche questa è la forza di una storia che evidentemente nella coscienza di tanti, anche la loro dunque, andava raccontata.
    Forse perché una delle parole chiave del movimento no global, dopo ‘un altro mondo è possibile’ era Tobin tax, dalla proposta di tassazione delle transazioni finanziarie dell’economista americano James Tobin, ispiratore del movimento ATTAC. Curiosamente si tratta della stessa Tobin tax di cui discutono, 11 anni dopo, la Merkel e Sarkozy. E intanto continua ad infrangersi al suolo, ancora e ancora e ancora… una bottiglia.

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    Daniele Vicari, un incubo chiamato Diaz

    Abbiamo incontrato Daniele Vicari mentre lavorava ancora al montaggio di Diaz – Don’t Clean up This Blood. Ne abbiamo approfittato per farci raccontare un film difficile, discusso e sofferto, costruito per rivivere una delle pagine più buie della nostra Storia contemporanea. 

    Cosa racconti?
    Il film si basa sui fatti noti della Diaz nel corso del G8 di Genova, è un racconto collettivo e la scuola diventa una sorta di ‘castello dai destini incrociati’, dove si uniscono le storie di tante persone. La narrazione riguarda questa vicenda, ma anche qualcosa d’altro, perché non volevamo fare semplicemente un film di denuncia. Abbiamo raccontato una situazione molto più universale, ovvero l’incubo, la paura, il terrore di esser travolti e di vedere annullata la propria vita. Il livello di repressione che in quei frangenti si è manifestata in Italia è impressionante. È questo su cui dobbiamo riflettere, il film propone una riflessione su cosa sia la democrazia, ma non lo fa in maniera ideologica.

    Cosa vedremo?
    La storia di un gruppo di persone arrestate nella notte del 20 luglio 2001 e trasferite poi alla caserma di Bolzaneto. Ma non solo, perché ciascuno racconta la propria e ognuno è portatore di un punto di vista sul mondo. I fatti parlano da soli per ‘la notte cilena della diaz’, dove in realtà è successo qualcosa di molto più grave perché tutto è accaduto in un paese democratico.

    Storie ascoltate dai reali protagonisti…
    Sì, ho incontrate tantissime persone, ma la fonte principale sono stati i processi, registrati per intero. Mi interessava il fatto che attorno alla vicenda si sia costruita una narrazione pubblica che in qualche modo ancora oggi non ci permette di decifrare del tutto la verità, mai raccontata. Ci siamo tutti fidati di informazioni che ci arrivavano dai media e che non ci hanno dato mai possibilità di capire fino in fondo ciò che è realmente accaduto. Così abbiamo vissuto per un decennio in una sorta di sospensione della verità, condizione metaforicamente riferibile più in generale alla storia dell’Italia.

    Fatti reali, ovviamente…
    Il grande lavoro è stato intrecciare le storie, poi abbiamo scelto quelle più significative per noi e che ci permettevano di incrociare i destini, per fare in modo che a un certo punto tutti i punti di vista si unificassero. Anche per questo il montaggio del film è stato molto complesso, mantenere un equilibrio complessivo non era semplice. Abbiamo lavorato molto sulla fluidità del racconto, che è molto incalzante e coinvolgente.

    Come le stesse testimonianze raccolte…
    Sono impressionanti; sono la loro voce, le loro emozioni a prorompere. In molti di questi processi avvenuti a distanza di cinque o sei anni dai fatti del G8, le persone non riuscivano ancora a parlare, piangevano al punto da portare i giudici a dover sospendere spesso le udienze.
    A colpirmi più di qualsiasi altra cosa sono stati i racconti dei ragazzi che si trovavano nella Diaz quella notte: “Non potevamo crederci”, mi hanno detto. Nessuno l’aveva messo minimamente in conto, perché tutto questo non fa parte di un paese democratico e di una civiltà. Il film è un racconto di queste sensazioni estreme, che vanno dalla paura di morire all’incredulità.

    Come hai scelto quali storie raccontare?
    Non abbiamo scelto storie più crude o efferate, perché lo sono tutte. La lettura degli atti del processo sulla Diaz toglie il sonno, sembrano racconti horror.

    La paura è una sensazione che nel tuo film ha molto spazio…
    C’è una costruzione drammaturgica basata proprio sulla paura, soprattutto sul terrore di perdere la propria identità. È questo il tema principale messo a fuoco dal film attraverso la storia dei vari personaggi spogliati di tutto, anche fisicamente dei proprio vestiti. La repressione del dissenso si basa su questo, sul farti assaporare la perdita non solo della vita ma anche dell’identità, sul farti sentire nulla. L’umiliazione serve a darti la sensazione che la tua vita e la tua dignità non abbiano più senso.

    Da quanto ci lavoravi?
    Diciamo tre anni, mi occupo dei fatti di Genova praticamente da quando sono successi, ho provato diverse volte a realizzare documentari senza mai riuscirci. Fino a “Diaz”, che vedrà la luce grazie al fatto che con Domenico Procacci abbiamo condiviso le sensazioni della sentenza di primo grado alla fine del 2008. In quell’occasione il tribunale comminò delle pene molto leggere, il ché fece notizia. Mi colpì soprattutto una ragazza tedesca che dichiarò: “Non verrò mai più in questo paese”. In quel momento mi sono sentito colpito personalmente, questo paese non è solo quella cosa lì.

    Avete avuto la possibilità di girare nei posti in cui si sono svolti i fatti?
    Non abbiamo nemmeno potuto fare dei sopralluoghi nella Diaz, ma capisco perché. Io stesso avevo difficoltà a pensare di andare a girare lì. Mi sembrava una cosa macabra. Abbiamo ricostruito i luoghi più importanti in Romania, anche perché pensavamo di utilizzare le immagini di repertorio in maniera molto efficace, costruendo un disorientamento dello spettatore. Per me era fondamentale ricostruire questo senso di spaesamento, è il nucleo del film.

    Diaz ha avuto un cammino molto difficile, a un certo punto come tu stesso hai dichiarato “sono scappati via tutti”…
    Sì, in alcuni casi Domenico Procacci non è riuscito nemmeno a far leggere la sceneggiatura, credo sia la prima volta che accade nella storia del cinema italiano. Ho ricevuto molti no, anche da attori. Ti assicuro che attori anche molto importanti non se la sono sentita di fare il film.

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