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    ‘Felice chi è diverso’, parola di Gianni Amelio

    Avevamo incontrato il Maestro Amelio alla scorsa Berlinale in occasione della presentazione nella sezione documentari di Panorama del suo Felice chi è diverso. Dal prossimo 6 marzo il documentario di Gianni Amelio sull’omosessualità in una società, ancora drammaticamente omofobica, sbarca in sala grazie all’impegno di Luce-Cinecittà.

    La diversità nel 2014: c’è ancora bisogno di girare film su questa tematica in Italia?
    Purtroppo sì, perché è necessario ribadire che non si è fatto abbastanza, se non qualche falso passo in avanti rispetto agli anni passati. Forse è nella natura umana colpire gli altri esseri umani nei punti in cui sono più fragili nell’altro.

    Come ha concepito questo film? Quando ha deciso di girarlo?
    L’ho deciso nel giorno in cui ho appreso la notizia dell’ennesimo suicidio di un giovane di quattordici anni che non si sentiva accettato dalla nostra società.

    Nel suo film vediamo persone famose e non intervistate dalla sua macchina da presa, come ha scelto i suoi ‘attori’?
    Ho scelto tra amici e conoscenti persone che volessero raccontarsi a viso aperto. ho scelto anche persone che avessero storie molto diverse tra di loro. Per dare uno spaccato di vita ancor più rappresentativo. L’ho fatto anche per dare l’idea che esattamente come per gli eterosessuali, che non possono certamente essere racchiusi in una sola categoria di vissuto, anche per gli omosessuali è esattamente la stessa cosa… All’interno della scelta sessuale c’è una miriade di vite diverse.

    Lei ne ha fatto un ‘documentario’. Fa qualche differenza per lei girare un film di finzione o un doc?
    Assolutamente no. La sola differenza è di tipo tecnico: nella finzione si ha bisogno di una storia inventata, una sceneggiatura, attori mentre nel documentario, che io chiamerei cinema della realtà, usando una definizione più consona, si ha bisogno di un profondo contatto con la realtà che si ha voglia di raccontare. Ma fondamentalmente l’approccio del regista è assolutamente il medesimo.

    Nella sua filmografia ci sono film estremamente diversi tra di loro. “Felice chi è diverso” dove si collocherebbe?
    Io credo di aver fatto sempre un film di sentimenti, di persone, di individui che lottano contro aspetti della società che sono problematici. ecco questo lo inserirei in questa ultima categoria.

    Dove altro girerebbe il suo documentario?
    Ci vorrebbe un film così in un paese del centro d’Africa, dove l’omofobia è a livelli disumani, ce ne vorrebbe uno in Russia, ce ne vorrebbero tanti purtroppo…

    Il suo documentario può portare un messaggio di speranza nel cambiamento?
    Basterebbe avere un po’ di rispetto, credo che sarebbe un buon punto di partenza per cambiare le cose.

    Cosa ci aspetta dopo questo suo lavoro?
    Ho appena finito di allestire un’opera di Strauss e sono esausto, quindi dopo un breve periodo di riposo mi rimetterò a scrivere il mio nuovo film, che sarà di finzione.

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