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    Se la strada potesse parlare: La forza dei sentimenti

    In Se la strada potesse parlare Barry Jenkins, regista del film premio Oscar Moonlight, ci porta nella New York degli anni 70. Dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma il film approda in sala dal 24 gennaio.

    Due anime gemelle calate in una realtà complessa. Se la strada potesse parlare, terzo lungometraggio di Barry Jenkins, arriva in Italia dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma e ci arriva con i crismi dell’opera certificata. Il film, che traduce in immagini il romanzo omonimo dell’americano James Baldwin, fa seguito al fortunato Moonlight, che dagli esordi indie del festival di Telluride aveva scalzato, per la sorpresa di tutti (anche degli annunciatori, protagonisti di una gaffe che è già entrata nella leggenda) il luccicante La La Land dalla conquista dell’Oscar più ambito.

    Jenkins ci porta quindi nella New York dei primi anni 70 quando Tish (Kiki Layne) e Fonny (Stephan James) sembrano sul punto di coronare il loro sogno d’amore, grazie all’arrivo di un inatteso bambino. Ma Fonny si trova in carcere, vittima di una serie di circostanze che solo più avanti nel film si faranno chiare. Mentre il racconto del loro amore, vissuto nel corso degli anni, si dipana a poco a poco sullo schermo, ricostruito da una serie di Flashback, Tish si trova alle prese con una doppia ricerca parallela, quella della verità e quella dell’equilibrio. Ma per fortuna Tish non è sola, può contare su una famiglia povera ma affezionata (il ruolo della madre è valso a Regina King anche un Oscar), disposta a violare la legge e a superare gli schemi pur di non lasciarsi dietro la figlia.

    Se la strada potesse parlare intesse quindi un racconto delicato, composto dai fili delle esistenze dei suoi protagonisti. E come ogni ordito che si rispetti non nasconde la sua complessità. Jenkins, anche sceneggiatore, vuole raccontare un’America dove la discriminazione è ancora la regola, e non solo nel profondo sud, ma anche nella più cosmopolita delle metropoli (magari non disdegnando una frecciata a una contemporaneità che si professa migliore ma che forse migliore non è). Ma la storia di Se la strada potesse parlare è anche una storia di affetti e un omaggio alla loro potenza. E’ la storia di una famiglia che anche di fronte alle difficoltà più insormontabili si stringe in un abbraccio tenero, com’è tenero l’abbraccio dei suoi protagonisti, avvolto dalle note suadenti della colonna sonora di Nicholas Britell (che già aveva collaborato con Jenkins in Moonlight).

    Rispetto all’opera più celebre di Jenkins  la fotografia di James Laxton sceglie tinte più tenui e rinuncia alla forza del chiaroscuro che aveva alimentato la magia di Moonlight. Eppure Se la strada potesse parlare lascia un senso di maggiore compiutezza e dà l’idea di una scrittura più essenziale, forse meno sentita ma di sicuro più studiata. E alla fine la strada che porta al cuore dello spettatore è in discesa, grazie alla mano delicata di Jenkins, alla colonna sonora e alla bravura dei suoi interpreti, la già citata e premiata Regina King ma anche i giovani Layne e James.

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    Moonlight: i dolori del giovane Chiron

    È stato il film di apertura dell’edizione 2016 della Festa del Cinema di Roma e, dopo la vittoria del Golden Globe come Miglior Film, Moonlight arriva nelle nostre sale dal 16 febbraio. Il bildungsroman di Barry Jenkins, candidato ad otto Premi Oscar, tra cui Miglior Film, porta sul grande schermo un percorso di formazione alla scoperta di se stessi, del proprio spazio nel mondo e della propria sessualità.

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    Se c’è una scena che meglio rende l’essenza di Moonlight è quella in cui il protagonista, il piccolo Chiron, impara a nuotare. Sorretto dalle possenti braccia di Juan (Mahershala Ali, candidato agli Oscar come Miglior Attore Non Protagonista), l’uomo che lo sta aiutando a crescere, il bambino arranca tra le onde, muove le braccia e respira a fatica. Diventiamo parte di quello che stiamo vedendo nel momento in cui Barry Jenkins posiziona la macchina da presa proprio a filo d’acqua, così da farci provare, per la prima volta, la sensazione che proveremo per tutto il film: quella di riuscire, a fatica, a stare a galla.

    Ogni fotogramma di Moonlight immerge lo spettatore in questo percorso di formazione: un bildungsroman che, dall’infanzia all’età adulta, porta il protagonista, Chiron, ad attraversare tutte le tappe fondamentali della crescita, fino alla scoperta, in una opprimente realtà intrisa di testosterone e forza bruta, della sua presunta omosessualità.
    Tratto da In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney, la pellicola di Jenkins gioca con i colori scuri e freddi di una notte di luna piena, e si impossessa di quello slang americano che vuole il blu come colore della tristezza. E in effetti gli occhi di Chiron, in tutte e tre le fasi della sua crescita, sono tristi, sembrano assuefatti all’idea che per lui non ci sarà nessun tipo di cambiamento, almeno fino a quando quel bacio con Kevin in riva al mare non stravolge la situazione. Quello che era il sospetto del bambino, la curiosità di capire, ora diventa il dubbio che perseguita l’adolescente e l’ossessione (nascosta) dell’adulto. Jenkins, però, non sviscera del tutto l’argomento e a parlare sono gli sguardi tra i due protagonisti, così spetta allo spettatore di coglierne le sfumature: di complicità nella prima parte del film, comprensione nella seconda e desiderio nella terza.

    Infanzia, adolescenza, età adulta. Little, Chiron e Black: tre capitoli di un romanzo che mirano a descrivere un’esistenza. E se i primi due affascinano, l’ultimo sembra rallentare il ritmo del racconto: qui, infatti, i dialoghi diventano superflui e quello che si avverte è solo la forte tensione che scaturisce dai lunghi sguardi che Chiron e Kevin si scambiano, regalandoci una lunga scena finale magnifica, che raramente si è vista al cinema. A Berry Jenkins va il merito di portare sullo schermo una storia che affronta un certo tema (la scoperta della propria natura) ambientandola in un contesto poco conosciuto sotto questo punto di vista (la comunità afroamericana degli Stati del Sud), ma affidare buona parte del racconto ad elementi che necessitano di molta attenzione per essere colti, può rappresentare un grande azzardo per Moonlight, tanto da arrivare ad oscurare la potenza di cui è intriso ogni suo singolo fotogramma.

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    Festa del Cinema di Roma, Moonlight apre l’undicesima edizione

    Sarà il film Moonlight di Barry Jenkins a dare il via all’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, in programma dal 13 al 23 ottobre.
    Moonlight è un film straordinario – commenta il direttore artistico della Festa, Antonio Mondache riesce ad essere potente e tenero, realistico e poetico. Per me è un grande onore aprire l’undicesima edizione della Festa del Cinema con un’opera come questa. È un film che andrà lontano e rimarrà nei nostri cuori, e che conferma il grande, sincero talento di Barry Jenkins“.
    Il film si concentra sulla vita di un ragazzo di colore, dall’infanzia fino all’età adulta, che lotta per trovare il suo posto nel mondo dopo essere cresciuto in un quartiere malfamato di Miami. Al suo secondo lungometraggio dopo Medicine for Melancholy del 2008, Jenkins ha anche co-sceneggiato il film insieme a Tarell McCraney. Nel cast del film, di cui potete vedere il trailer in versione originale in calce a questa news, troveremo Mahershala Ali, Naomie Harris, Trevante Rhodes, André Holland, Janelle Monáe, Ashton Sanders, Jharrel Jerome, Alex Hibbert e Jaden Piner.

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