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    Serenity – L’isola dell’inganno: Nella rete del pescatore

    Matthew McConaughey torna in scena con Serenity – L’isola dell’inganno, un thriller letteralmente sui generis firmato dal regista-sceneggiatore Steven Knight. Nel cast anche Anne Hathaway e Diane Lane. In sala dal 18 luglio.

    L’esca è in acqua ma stavolta, più di altre, è difficile che il pesce abbocchi. L’esca in questione è il fisico scultoreo di Matthew McConaughey, il pesce sarebbero gli spettatori, l’amo nascosto invece porta il titolo di Serenity – L’isola dell’inganno. Parliamo dell’ultimo film di Steven Knight, già sceneggiatore di discreto successo, che alla voce regia fa registrare quantomeno un film di culto, il brillante Locke, dramma umano rinchiuso nel telaio di un’automobile e recitato tutto al telefono.

    Stavolta però, alla confortevole claustrofobia di un sedile anatomico, Knight, autore ovviamente anche della sceneggiatura, preferisce gli spazi aperti di un mare sconfinato, dove Baker il pescatore (McConaughey) porta in giro ricchi turisti dediti alla pesca del tonno. In realtà però sotto la superficie piatta delle acque sembra nascondersi qualcos’altro, dalla sfida tra l’uomo e un pesce immenso soprannominato Giustizia, fino all’arrivo di una femme fatale (Anne Hathaway) che vorrebbe disfarsi del marito (Jason Clarke). Al piatto già ricco si aggiungono anche il passato nebuloso del protagonista e l’insistenza di un misterioso personaggio (Jeremy Strong) che lascia intendere uno sfondo sovrannaturale.

    La sensazione però non è delle più piacevoli. E se Serenity – L’isola dell’inganno vorrebbe essere spiazzante in realtà finisce più che altro per disorientare. La sfida dell’uomo contro la natura suggerita dalle prime scene, dove dagli abissi emergono echi anabolizzati de Il vecchio e il mare di Hemingway, lascia presto il campo alle atmosfere solatie di un noir alla rovescia, immaginate una puntata di Baywatch scritta da James Ellroy. Ma non basta, perché la necessità di stupire finisce per avere la meglio non solo sull’estetica ma anche, forse, sulla ragione, e allora scopriamo, nel peggiore dei modi, che Steven Knight avrebbe probabilmente voluto scrivere un episodio di Black Mirror e non gliene è mai stata data la possibilità, almeno fino ad oggi.

    Il risultato è un guazzabuglio inevitabilmente pasticciato, dove le tre anime del film più che fondersi armoniosamente finiscono per fare a cazzotti. Ed è un peccato, perché se avesse puntato su uno solo dei tre spunti Knight sarebbe riuscito a mettere insieme un film convenzionale, di certo poco originale, ma sicuramente più dignitoso. E invece la parabola dell’ambizione finisce ancora una volta per tradire un esperto uomo di cinema, trascinando con sé un cast incolpevole e decisamente sprecato. A cominciare da McConaughey che mostra i muscoli spesso e volentieri ma che continua in una striscia negativa iniziata paradossalmente dopo il suo biennio d’oro, 2013-14, gli anni, per intendersi, di Dallas Buyers Club, di Wolf of Wall Street, della serie tv True Detective e del successo di Interstellar.

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    Alice attraverso lo specchio: viaggio contro il Tempo

    Raccolta l’eredità di Tim Burton (che qui è solo produttore), James Bobin porta sullo schermo il sequel di Alice in Wonderland, uscito nel 2010. Alice attraverso lo specchio prende spunto dai personaggi inventati dal genio di Lewis Carroll e si presenta al pubblico come l’ennesima e deludente trasposizione sul grande schermo di un classico senza tempo.

    2stelle

    Per la seconda volta, dimenticatevi dei libri di Lewis Carroll. Come per Alice in Wonderland del 2010, anche per Alice attraverso lo specchio, nelle sale italiane dal 25 maggio, l’unica cosa che conta sono i personaggi. Alice, il Cappellaio Matto, la Regina Rossa, la Regina Bianca e, in misura molto minore rispetto al primo film, Pincopanco, Pancopinco, il Brucaliffo, il Bianconiglio e lo Stregatto. Le uniche modifiche apportate sono la regia di James Bobin, che nel 2011 e nel 2014 portò al cinema i Muppets, e l’arrivo nel cast di Sacha Baron Cohen.
    Qui non c’è nessun Ciciarampa da sconfiggere, ma Alice dovrà vedersela con un avversario ben più temibile (almeno all’inizio): il Tempo, interpretato proprio dalla new entry Cohen. Per lo spettatore, invece, la sfida più importante è combattere il tedio che la versione di Bobin del grande classico porta con sé.

    Difficile per un pubblico adulto affrontare in totale armonia l’evolversi della storia. A parte le scenografie e i costumi degni di nota, Alice attraverso lo specchio poggia la sua ambiziosa struttura su una base molto fragile. Tornata a casa dopo aver vissuto per anni in mare aperto, Alice ritrova una difficile situazione economica che sta per portare alla rovina la famiglia, ma proprio nel momento di crisi più profonda, ecco che viene richiamata nel Sottomondo. Il Cappellaio Matto ha bisogno di lei: ha scoperto che la sua famiglia non è stata sterminata dal Ciciarampa al servizio della Regina Rossa, e la sua “moltezza” inizia a scarseggiare. In parole povere: il Cappellaio Matto è depresso. L’unico modo per aiutarlo è quello di recuperare la Cronosfera, custodita nel Grande Orologio, regno di Tempo, personaggio ambiguo e assetato di potere.

    Niente visioni à la Carroll, ma solo flashback e viaggi indietro nel tempo per scoprire le origini del male, quello della Regina Rossa che ancora una volta, ma senza quella verve del primo film, ha il “capoccione” di Helena Bonham Carter. Alice si fa portatrice di valori quali l’emancipazione femminile, l’essere fuori dal mondo, ma con intelligenza (basti notare come è vestita durante il ricevimento di Hamish Ascot), il credere nei sogni e nel combattere per realizzarli: niente di nuovo sotto la splendente dentatura dello Stregatto, ma nemmeno niente di approfondito. Tutto è lasciato all’inesorabile scorrere del tempo (appunto!), allo svolgimento piuttosto prevedibile anche di quelle intuizioni davvero interessanti.

    Come per il primo film, sprecata risulta essere l’interpretazione di Mia Wasikowska nei panni di Alice, inutile quella di Anne Hathaway, parodistica e caricaturale quella di Sacha Baron Cohen. Se, per fortuna, in questo capitolo il Cappellaio Matto non ci annoia con la sua deliranza (quel dimenticabile balletto senza senso buttato lì ad un certo punto nel film di Burton), qui ritroviamo un Johnny Depp nuovamente intrappolato in un personaggio che fa da eco a tutti i suoi ruoli precedenti (primo fra tutti Jack Sparrow), con quel pizzico di malinconia (e di fondotinta) in più.

    Tirando le somme, se il primo film ha avuto l’unico pregio (ma dipende dai punti di vista, ovviamente) di dare il via alla moda delle trasposizioni live-action, Alice attraverso lo specchio non solo aumenta la frustrazione di vedere trattati in questo modo dei personaggi che, sulla carta, sono bellissimi, ma decide di abbandonare del tutto la strada disegnata da Carroll, soprattutto a livello di significato. Ora speriamo solo che le intenzioni espresse da Alice alla fine del film (“Non tornerò più nel Sottomondo“) siano finalmente esaudite.

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