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    La luce sugli Oceani: Adamo, Eva e l’ira divina

    Presentato in concorso alla scorsa  Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriva nei nostri cinema La luce sugli Oceani, dramma diretto da Derek Cianfrance con Michael Fassbender, Alicia Vikander e Rachel Weisz. In sala dall’8 marzo.

    Provato dagli eventi del Fronte Occidentale, Tom Sherbourne decide di isolarsi completamente e di lavorare come custode di un faro su un’isola dell’Australia, Janus Rock. Ma l’intenzione di rimanere da solo viene stravolta quando a Partageuse incontra Isabel: tra i due la scintilla è immediata, tanto che poco dopo si sposano e la donna lo raggiunge sull’isola. Sconvolti dall’impossibilità di avere un figlio, il destino li mette a dura prova il giorno in cui sulla spiaggia arriva una barca con una neonata. La coppia decide di tenerla crescendola come se fosse loro figlia, ma un’altra donna è alla ricerca della bambina: la sua vera madre.
    Tratto dal romanzo omonimo di M. L. Stedman pubblicato nel 2012, La luce sugli Oceani, il dramma di Derek Cianfrance in sala dall’8 marzo, è una storia di amori e di segreti, di lacrime e solitudine, di ritrovamenti e abbandoni.

    Sorretto dalla possente fotografia di Adam Arkapaw (anche se i paesaggi ripresi parlano da soli) e dalle musiche di Alexandre Desplat, il film mette in scena tre figure complesse, intrecciandole tra loro con una storia totalmente vittima della casualità, tanto da sembrare assurda già a un quarto dall’inizio. Il Tom di Michael Fassbender è un uomo che segue le regole, le cerca ovunque e si aggrappa a loro come se fossero l’unica fonte di salvezza. Ed è anche comprensibile, visto che quell’uomo si porta dietro il dolore e l’anarchia della Grande Guerra.
    Di contro c’è la Isabel di Alicia Vikander: il suo desiderio di essere madre la spinge a sfidare il destino, a cogliere quella mela che non doveva essere colta. Tom e Isabel come Adamo ed Eva in questo paradiso terrestre esposto ai venti, dove le correnti dei due Oceani si incontrano.
    La mela è la piccola Lucy: il frutto proibito che per quanto venga trattato come la cosa più preziosa al mondo, sarà la causa della rovina, dell’ira divina che scaraventa la coppia nella dura realtà. Tom e Isabel si muovono nel pericoloso terreno del “cosa è giusto e cosa è sbagliato“, costruiscono il loro mondo partendo da un segreto, una bugia, fino a quando  nella loro vita non entrerà quel terzo personaggio, la Hannah di Rachel Weisz, con la determinazione di una madre che non si arrende all’idea di aver perso la propria figlia. Le categorie di giusto e sbagliato diventano l’ossessione degli Sherbourne, la loro colpa ha degli splendidi boccoli dorati e un viso paffutello che farebbe sciogliere qualsiasi cuore di ghiaccio.

    Materiale che conduce pericolosamente nel regno del melodramma più scontato e banale. E Cianfrance ci inciampa in pieno: così preso dalla storia, il regista non si azzarda nemmeno per un secondo a trattare il tutto con delicatezza, ma spinge storia e personaggi in un caotico walzer di lacrime, solitudini e abbandoni. Quando tutto, poi, sembra stia per raggiungere l’apice, ecco che Cianfrance calca ancora di più la mano (la gratuita scena di Hannah che trova il sonaglino regalato alla figlia è una delle scene più terribili e crudeli della storia del cinema, molto probabilmente) con l’intenzione di toccare nel profondo l’animo di chi guarda. Arrivando, però, a scatenare la reazione contraria. Poco aiuta la recitazione, anche se l’accanimento della regia qui, si sente di meno rispetto al resto del racconto. Dispiace molto non ritrovare il Cianfrance dello splendido Blue Valentine e sarebbe stato bello ricordare La luce sugli Oceani non solo come il film “galeotto” che ha fatto innamorare Fassbender e la Vikander, ma, a quanto pare, questo resterà a lungo il suo unico merito.

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    Jason Bourne: eroe dei giorni nostri

    Con Jason Bourne torna l’agente rinnegato più famoso del cinema e con lui lo storico protagonista Matt Damon. Dirige Paul Greengrass. In sala dall’1 Settembre.

    3stelle

    Azione, azione, azione e un pizzico di attualità. Divelte una volta per tutte le labili radici letterarie Jason Bourne abbraccia la sua seconda natura, quella di re in pectore dell’action hollywoodiano, per presentarsi in una nuova pellicola che porta il suo nome, anche quello di battesimo in questo caso. Matt Damon torna a interpretare – ed è la quarta volta – il personaggio che era stato creato a suo tempo dallo scrittore Robert Ludlum e si porta dietro, su esplicita richiesta, uno dei suoi registi di riferimento, quel Paul Greengrass che già lo aveva diretto in The Bourne Supremacy e nel successivo The Bourne Ultimatum. Al suo fianco oltre alla solita Julia Stiles troviamo la rising star, fresca di premio Oscar, Alicia Vikander, Riz Ahmed, altro talento da tenere d’occhio, e due veterani di lusso come Tommy Lee Jones e Vincent Cassel.

    Messo momentaneamente da parte lo spin-off The Bourne Legacy la trama ci porta sulle tracce dello scomparso Jason Bourne (Damon) che vivacchia tra un combattimento clandestino e l’altro, finché l’amica di sempre, Nicky (Stiles), non lo mette sulle tracce di un mistero che sembra risalire al suo nebuloso passato. Il tutto mentre un direttore della Cia (Jones), pur di neutralizzare il disertore, è pronto a sguinzagliare un’agente tanto giovane quanto ambiziosa (Vikander) ma anche un killer molto meno accomodante (Cassel).

    Che la sceneggiatura sia firmata da Greengrass e dal montatore del film, Christopher Rouse, è allo stesso tempo una dichiarazione d’intenti e un discreto depistaggio. Dichiarazione d’intenti perché è evidente che l’intreccio ha come unico obiettivo quello di generare scene adrenaliniche, discreto depistaggio perché rispetto alla media del genere c’è quel pizzico di attualità, di cui si scriveva in apertura, che rende il piacere un po’ meno colpevole. E così Bourne e Nicky si ritrovano impegnati in un forsennato inseguimento in mezzo agli scontri di piazza Syntagma, ad Atene, mentre i loschi traffici tra la Cia e il personaggio di Ahmed – un po’ Zuckenberg, un po’ Steve Jobs – portano sullo schermo lo scontro tra Fbi ed Apple sulla questione della privacy delle banche dati, scontro che per mesi ha animato il dibattito politico e le istruttorie giudiziarie degli Stati Uniti.

    Adrenalina e attualità, quindi, ma anche la sensazione che il franchise sia tornato nelle mani giuste, quelle di Matt Damon. E questo nonostante lo spinoff abbia potuto contare su attori del calibro di Jeremy Renner ed Edward Norton, non proprio due palestrati senza carisma. Se poi aggiungiamo che il personaggio della Vikander promette di non essere soltanto una spalla senza mordente, ma riesce a trasmettere quella personalità che magari alla Stiles mancava, non è difficile ipotizzare che in futuro l’agente rinnegato più celebre del cinema tornerà con altri film – ci auguriamo – simili a questo. Action senza fronzoli, con trame calate in una buona approssimazione della realtà e personaggi che si facciano portatori – se non di una profondità letteraria – quantomeno di una sorta di dignità hollywoodiana.

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    The Danish Girl: Quando la forma sovrasta la sostanza

    Il regista Premio Oscar Tom Hooper porta al cinema la toccante storia di Lili Elbe, prima persona nella storia ad essere identificata come transessuale e la prima a sottoporsi ad un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale. Gli straordinari Eddie Redmayne e Alicia Vikander ci guidano in questo lungo e travagliato percorso, ma il film pecca di un’eccessiva velocità che spesso lascia confusi. In sala dal 18 febbraio.

    2stelle

    Nata a Vejle, in Danimarca, nel 1882 con il nome di Einar Wegener, Lili Elbe è stata la prima persona nella storia ad essere identificata come transessuale ed è stata anche la prima a sottoporsi ad un intervento di riassegnazione sessuale. Nel 2000 lo scrittore David Ebershoff raccontò la sua storia nel romanzo La Danese e adesso quella storia è diventata un film. Dopo aver vinto il Premio Oscar come Miglior Regista grazie a Il discorso del Re e aver ottenuto grandi successi con Les Misérables, Tom Hooper dirige The Danish Girl, ricorrendo ad una precisione impeccabile per quanto riguarda la direzione degli attori, la ricostruzione di ambienti, trucco e costumi. Peccato che quella stessa precisione non si ritrova alla base del film, cioè nella sua sceneggiatura.

    Siamo nella Copenaghen degli inizi del Novecento: Einar Wegener vive con la moglie, Gerda Gottlieb, i suoi successi come pittore paesaggista. Una vita coniugale perfetta subisce un cambiamento radicale quando Einar scopre la sua vera natura: essere una donna nel corpo di un uomo. Complice la moglie, Einar dà vita a Lili e la sua trasformazione inizia dapprima tra le pareti del suo appartamento, prestandosi a fare da modella alla moglie, per poi uscire allo scoperto.
    Eddie Redmayne, che non a caso è candidato all’Oscar come Miglior Attore Protagonista per questo ruolo, è perfetto nei panni di Lili: sembra che il personaggio stesse aspettando solo un attore del suo calibro (e della sua fisicità) per approdare sul grande schermo. Sperando che il doppiaggio non storpi tutta quella timidezza intrisa di lirismo che emana dalla sua voce quando interpreta Lili, Redmayne dà una grande prova attoriale a volte messa in discussione solo da Alicia Vikander (anche lei meritatamente candidata all’Oscar). Gerda, nell’interpretazione dell’attrice, vive la transizione del marito dapprima come un gioco, poi come una sconfitta e infine come un’accettazione in nome dell’amore.

    Ma non bastano le interpretazioni dei due attori a rendere The Danish Girl un film veramente imponente. Così come non bastano l’eleganza delle scene, la perfezione dei costumi, del trucco e delle ricostruzioni scenografiche. Le falle della sceneggiatura comportano, nello spettatore, un forte senso di frustrazione e di confusione, come se questa fosse stata risparmiata al protagonista – fin troppo sicuro di sé, vista la situazione – per farla vivere a chi sta guardando il film. Il momento in cui Einar capisce chi è, viene relegato ad una sola scena che, anche se fa venire i brividi per quanto è perfetta (grazie anche alla fotografia di Danny Cohen), non apre la strada ad un ulteriore approfondimento: con lo scorrere del film, quello che potrebbe venire fuori è la sensazione che la transizione di Einar sia frutto più di un capriccio, di uno scherzo, che di un travaglio identitario ben radicato nel protagonista. E il racconto di un episodio dell’infanzia del protagonista a Vejle, durante il quale Einar bacia un suo caro amico, non può essere usato come l’unico pretesto per spiegare cosa sta succedendo. Il personaggio di Redmayne vive un cambiamento troppo repentino e il tutto in un’unica sequenza: da quando si rifiuta di indossare un abito da donna per aiutare la moglie a finire il ritratto di una ballerina, a quando osserva i suoi piedi indossare eleganti scarpe femminili e le sue gambe avvolte in pregiate calze. Di elementi per raccontare un passaggio così importante ce ne sono veramente tanti, ma sono sfruttati con quel manierismo che non doveva nemmeno fare capolino nel racconto di una storia come questa.

    The Danish Girl, quindi, si configura come un compito portato a casa egregiamente dal punto di vista tecnico, ma nel quale la forma sovrasta in maniera possente la sostanza grazie ad una certa frettolosità (che contrasta con l’estrema lentezza e durata del film), e nemmeno l’intensità delle interpretazioni dei due protagonisti o la straordinaria colonna sonora firmata da Alexandre Desplat, riescono a salvare del tutto la pellicola da una certa mediocrità.

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